EDGAR MORIN L’ARGONAUTA DELLA COMPLESSITA’


l’umanesimo incarnato”

MCE e MCE un

Si è spento all’età di 104 anni Edgar Morin, filosofo, sociologo, antropologo di area progressista. Autore di più di cento opere, Morin è uno dei pensatori più conosciuti, anche grazie alla sua teoria della “pensée complexe” (“pensiero complesso”)

Nato a Parigi l’8 luglio 1921 da una famiglia ebraica sefardita proveniente da Salonicco, Edgar Nahoum rimase orfano di madre a soli dieci anni. Completò gli studi presso la Sorbona, conseguendo lauree in storia e giurisprudenza. Dopo essersi avvicinato agli ambienti libertari schierati a sostegno della Repubblica durante la guerra civile spagnola, entrò nel Partito comunista francese nel 1942 da cui viene espulso per le critiche alle epurazioni e allo stalinismo. Negli anni della Resistenza adottò il nome di Morin, che avrebbe continuato a utilizzare per il resto della sua vita. 

Ha sempre rifiutato la frammentazione della conoscenza. La sua opera La méthode in sei volumi (La Nature de la natureLa Vie de la vieLa Connaissance de la connaissanceLes IdéesL’Humanité de l’humanité ed Éthique). riprende la tradizione enciclopedica per collegare ciò che le discipline separano e far emergere l’interconnessione dei fenomeni naturali, sociali e umani e la loro interdipendenza contro la separazione delle “due culture”.

Con La Méthode, Morin si propose di mettere in dialogo gli approcci delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, sostenendo una concezione del sapere fondata sull’integrazione tra discipline diverse. Un dialogo che continua molte volte a mancare nella formazione scolastica come riscontriamo anche a fronte della nostra incapacità di comprendere cause e conseguenze dei grandi sconvolgimenti che producono i cambiamenti climatici, che richiederebbero una lettura complessa. Fondatore dell’associazione per il pensiero complesso nei primi anni duemila, scrive “Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l’intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società”. Per Morin, la complessità, dal latino complexus, “ciò che è tessuto insieme”, è il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione. 

Filosofia, sociologia, antropologia, epistemologia sono sguardi diversi su uno stesso oggetto di osservazione, l’essere vivente di cui la scuola presenta aspetti diversi scorporati impedendone una visione complessiva. La tecnica consente agli esseri umani di superare i propri deficit e di liberarne le potenzialità, ma senza rompere l’equilibrio con il mondo vitale. Sul piano educativo Morin ha indicato una via per la scuola che può attribuire significato a tutte le operazioni e le procedure conoscitive e vitali. La costruzione di una cultura e una conoscenza connesse e incorporate senza le quali l’umanità è più povera ed esposta a rischi di condizionamento, manipolazione, assenza di senso, isolamento.

L’Italia nel 2007 ha chiesto il suo contributo alla stesura di Indicazioni nazionali per l’intero sistema di istruzione: un insegnamento fondamentale, memorabile, ispirato alla complessità e alla cooperazione fra ambiti diversi del sapere e della conoscenza.

Insegnare a vivere: manifesto per cambiare l’educazione, per mettere a punto l’importanza della riforma del pensiero e della transdisciplinarietà: «Quello che l’insegnante dovrebbe apprendere, per poter insegnare al bambino, è un modo di conoscenza che colleghi. Per collegare non è sufficiente dire “bisogna collegare”: collegare richiede concetti, concezioni e ciò che io definisco “operatori di relianza”», collegamenti inter e transdisciplinari. La relianza è un termine con cui Morin mette insieme la parola relier (collegare)e alliance (alleanza).

Secondo lui nessuna visione del mondo può rivendicare il possesso esclusivo della verità; per questo riteneva che concezioni filosofiche e religiose differenti dovessero convivere all’interno di una società caratterizzata dal pluralismo delle culture e delle civiltà. Con Terre-patrie ha anticipato l’urgenza ecologica e planetaria. Con L’An 1 de l’ère écologique: la terre dépend de l’homme qui dépend de la terre, Morin avviò un confronto e una riflessione sui temi della crisi ambientale e della trasformazione sociale con la proposta di una “politica di civiltà”, orientata a riportare la persona al centro dell’azione pubblica e a privilegiare la qualità della vita rispetto alla sola ricerca del benessere materiale. Per Morin la globalizzazione ha creato un’unica “comunità di destino” dell’umanità. La consapevolezza di questa interdipendenza è debole, soffocata da confini, patrie, religioni, etnie. “Solo un umanesimo rigenerato può salvarci”. Questa comunità di destino concerne in prima istanza l’Europa stessa, di cui con Mauro Ceruti condivide la preoccupazione: un’Europa che, dopo essersi affrancata dall’imperialismo e dal colonialismo, ricade ai mano a nazionalismi e tentazioni centripete, a istanze di purezza etnica e di remigrazione; mentre la speranza di sopravvivenza è un’unità da ricomporre aprendosi nello stesso tempo al pianeta, al pluralismo culturale, ad altri mondi e saperi. (cfr. Ceruti Morin La nostra Europa) (spunti rielaborati da Repubblica 31 maggio 2026 Morin il filosofo della complessità tra due secoli brevi) Giancarlo Cavinato

Incontrai il pensiero di Edgar Morin nell’ anno 1985 , attraverso il suo intervento all’ interno del testo “La sfida della complessità” a cura di Bocchi e Ceruti.  Le sue considerazioni sulla “multilogica e multidimensionalità” mi stregarono subito! Appena uscì la prima versione delle Indicazioni nel 2007 mi fiondai a Roma per vederlo e ascoltarlo alla presentazione delle stesse. Da allora ho seguito tutte le sue pubblicazioni fino all’ ultima:”SVEGLIAMOCI” in cui lamenta il rischio di perdere il “PENSIERO”. Ho scritto ripetutamente lamentando come nelle ultime premesse delle Nuove Indicazioni 2025 fosse sparito il “paradigma culturale della complessità” : l’ unico in grado di illuminare la complessità del mondo attuale. Ciao Morin, mi mancherai molto. Mi mancherà il faro del tuo acuto pensiero che detestava tutte le semplificazioni e sapeva raggiungere la profondità del PENSIERO aiutandoci ad illuminare l’ attualità e il futuro. La terra ti sarà lieve perché non sempre la profondità è sinonimo di pesantezza. Per me ha rappresentato la SCOPERTA…per cui la chiarezza ha alleggerito il tutto!!! Cinzia Mion

Sembra quasi che ci sia un manuale anti Morin nella sede del ministero e nel pensiero semplificatorio che sta alla base di una serie di scelte politiche del dicastero. L’avranno letto? So solo che era presente in tutte le bibliografie sia per il concorso docenti che dirigenti fino a poco tempo fa. Italo Fiorin 

Insegnare a vivere: manifesto per cambiare l’educazione, per mettere a punto l’importanza della riforma del pensiero e della transdisciplinarietà: «Quello che l’insegnante dovrebbe apprendere, per poter insegnare al bambino, è un modo di conoscenza che colleghi. Per collegare non è sufficiente dire “bisogna collegare”: collegare richiede concetti, concezioni e ciò che io definisco “operatori di relianza”» La relianza è un termine adottato da Morin che mette insieme la parola relier (collegare)e alliance (alleanza). Che cosa è stato introdotto ad esempio nella controriforma dell’esame di maturità? L’aspetto più evidente è la cancellazione dei “collegamenti inter e transdisciplinari”. Elettra Stamboulis

Il ricordo di Antonio Carioti e Mario Ceruti sul Corriere

La trascrizione dell’articolo

ADDIO A EDGAR MORIN, L’UMANISTA GLOBALE

Si è spento a Parigi a 104 anni il filosofo della complessità. La Resistenza, la militanza di sinistra, l’Europa, gli studi

•Corriere della Sera

•31 ma 2026

•di Antonio Carioti e Mauro Ceruti

Avrebbe compiuto 105 anni l’8 luglio. Alla tappa del «suo secolo», gli avevo chiesto: come ti definisci? Aveva risposto: un essere umano, con molte radici: di origine ebraica sefardita, un po’ italiano e un po’ spagnolo, profondamente mediterraneo, europeo, cittadino del mondo, figlio della Terra-Patria… Queste sue molteplici radici sono state matrici del suo pensare e del suo vivere.

Era figlio di ebrei immigrati dalla Spagna a Livorno attraverso la diaspora del 1492. Nella seconda metà del XIX secolo, i suoi più diretti antenati si erano stabiliti a Salonicco, allora città a prevalenza sefardita e di pacifica convivenza multiculturale nell’impero ottomano. Da lì, i suoi genitori si sarebbero trasferiti a Parigi. Queste radici ebraiche, diceva, non avevano tuttavia un contenuto culturale. Non educato alla sinagoga, era in certo senso «diventato» ebreo successivamente, nel pericolo, durante la Resistenza e l’occupazione nazista, quando Edgar David Nahoum «divenne» Edgar Morin. Dopo la guerra volle mantenere anagraficamente i due cognomi: Nahoum, detto Morin. Nelle vicissitudini della sua famiglia ha visto le stigmate dell’ambivalenza europea (tra civiltà e barbarie), ha trovato la vocazione per un’identità plurima, ha maturato il rifiuto per ogni integralismo.

Si sentiva un post-marrano, «sradicato e poli-radicato», nel solco di Montaigne, di Cervantes e di Spinoza, che dalla sinagoga aveva subito l’anatema. Come questi, non dimenticava le sue radici ebraiche. Ma si sentiva figlio di un popolo maledetto, non del popolo eletto. E ha integrato questa memoria nella sua formazione universalista, radicandovi un sentimento di compassione per tutti i sottomessi, i colonizzati, i perseguitati razziali. Lui stesso definiva post-marrani «quelli che, sotto l’effetto della collisione fra le due religioni, hanno superato sia l’una sia l’altra e hanno sviluppato un’esperienza psicologica che ha permesso loro di sbarazzarsi dei dogmi e di produrre un pensiero intessuto di interrogazioni e di critica».

Si è nutrito dei classici greci e latini e dei Vangeli. Con Pascal, il «suo» filosofo, suo più di ogni altro, vedeva nella carità «l’unico oggetto della Scrittura». Come per Pascal, fede, dubbio, ragione e religione si sono combattute e alimentate in lui vicendevolmente. Anche lui è stato portato alla «scommessa». La sua, è stata però una scommessa sull’uomo, nutrita dall’«attaccamento indefettibile alla razionalità» e dalla «coscienza del grande Mistero in cui sfocia la più grande conoscenza». Una scommessa che lo ha portato a comprendere come sia necessario agire nell’incertezza e nel rischio che corrono tutti i nostri valori, e che lo ha indotto a riconoscersi nella «religione di ciò che lega», nella religione di fraternità.

È stato il primo, dei suoi, a nascere in Francia, ed è «diventato» francese poco per volta, attraverso la scuola e l’appropriazione della lingua e della cultura. E anche europeo culturale lo è «diventato», rigenerando la coscienza della molteplice identità d’Europa, delle ibridazioni delle sue culture, della flessibilità dei suoi confini, della ricchezza delle migrazioni che vi hanno avuto e che continuano ad avervi sede. Si è sentito europeo solo dai primi anni Settanta del Novecento, quando si rese conto che «la disumana potenza coloniale dell’Europa era perduta: ormai l’Europa era povera cosa». Anche se negli ultimi tempi confessava di avere perso fiducia nell’Europa, vedendola così disgregata, sottomessa alle forze tecno-burocratiche, inerme di fronte ai migranti e alle guerre… Tuttavia, ha continuato a riconoscere che era proprio la cultura umanistica della nostra Europa ad averlo radicato nel sentimento profondo del destino comune di un’umanità «planetaria» una e molteplice.

Attraverso il «suo» secolo di vita, Edgar Morin è stato protagonista di un secolo di storia. L’eccezionalità della sua testimonianza sta nell’intreccio fra i suoi modi di essere uomo, studioso, scrittore. Ha visto, interpretato e combattuto la nascita e la formazione dei sistemi totalitari. Giovanissimo, ha vissuto la Resistenza, e poi è stato subito responsabile della comunicazione nel governo provvisorio della Berlino liberata, dove scrisse il suo primo libro, L’anno zero della Germania, che ispirò l’omonimo film di Roberto Rossellini.

La sua Autocritica rispetto al credo comunista gli costò emarginazione e umiliazioni. Ha saputo intercettare e leggere nel loro stato nascente fenomeni inediti: la possibilità di auto-annientamento dell’umanità con l’arma nucleare, l’industria culturale, il cinema (con i suoi pionieristici libri, ormai classici, che allora gli fecero subire dal mandarinato accademico l’accusa di occuparsi di un argomento da «parrucchiere»), lo sviluppo di una cultura adolescente e il Maggio ’68 (di cui fu unico cronista «dall’interno» con i celebri articoli su «Le Monde»), il pensiero ecologico (che delineò nel 1970), la fine della guerra fredda, la nuova scienza (con il pensiero complesso), la crisi dell’educazione (con la trilogia pedagogica, ormai diffusa in tutto il mondo), la globalizzazione (con l’idea di Terra Patria), il cambiamento climatico, la pandemia, le nuove guerre, la crisi planetaria (con l’idea di poli-crisi, e la sua Via per l’avvenire dell’umanità)…

Ha trovato nell’auto-osservazione l’opportunità per scandagliare «il vivo del soggetto», riflettendo sul potere perverso e accecante delle idee oggetto di idolatria che finiscono per possederci, e sulla difficoltà di contrastare l’autoinganno… Nella sua scrittura diaristica e saggistica, fra le più alte della letteratura francese, ha raccontato l’essere umano non come il «microcosmo» della visione moderna, posto nel cuore del cosmo, bensì come la scheggia infinitesimale di un’esplosione cosmica, impenetrabile nel suo mistero, ma la cui esplorazione ci è consegnata come destino. Ed è proprio nelle auto-riflessioni sulla sua vicenda personale che si disvelano il germe e il senso profondo della sua filosofia della complessità, elaborata con la monumentale e geniale opera in sei volumi Il metodo.

Pochi giorni fa gli avevo chiesto: come vedi il futuro? Incerto, aveva risposto. E aveva aggiunto, riassumendo il nocciolo delle Lezioni da un secolo di vita (titolo del suo libro testamento): «L’avventura umana è arrivata a una gigantesca crisi, nella quale si gioca il nostro destino. La probabilità è a favore del peggio. Ma anche l’improbabile e l’imprevedibile sono possibili. Sembra che Thanatos debba essere il vincitore. Ma, qualunque cosa accada, la nostra vita può avere senso solo prendendo le parti di Eros». E accorato è stato fino alla fine il suo appello: svegliamoci! Dobbiamo cambiare strada. Mai aveva abbandonato il desiderio di stabilirsi nel «Paese dove crescono i limoni». Lo aveva rinnovato quando, commosso, ricevette il volume Cento Edgar Morin, che gli dedicammo, cento amici italiani, per il centesimo compleanno, a ricordare i cento e più sentieri di ricerca e di vita da lui aperti e percorsi. Ancora pochi giorni fa aveva immaginato un altro viaggio insieme, nei luoghi della sua Italia, della sua Toscana, dove ha vissuto per lunghi periodi, nella fraterna convivialità della nostra comunità di amici…

Article Name:Addio a Edgar Morin, l’umanista globale

Publication:Corriere della Sera

Section:Da Prima Pagina

Author:di Antonio Carioti e Mauro Ceruti