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Gruppo Territoriale di
PORTOGRUARO |
Un itinerario didattico di accoglienza dei bambini e bambine della classe prima a tempo pieno Scuola Elementare di Gruaro Ins. Nardello Mara Luisa
“Cambiare scuola significa diventare grandi…! “ ecco una delle esclamazioni raccolte fra i bambini nei primi giorni di scuola che mi sono rimaste particolarmente impresse. Quei bambini/e che l’11 settembre sono arrivati a scuola con zaini e grembiuli, spesso più grandi di loro, nel giro di pochi mesi sono passati dalla scuola dell’infanzia alla scuola elementare, si sono trovati a crescere e ad adattarsi ad un cambiamento. Come definire l’ ACCOGLIENZA? Le difficoltà a definire il termine “accoglienza” appaiono evidenti nel momento in cui osserviamo come ciascuno abbia più in mente cosa significhi non sentirsi accolti piuttosto che il suo inverso. L’accoglienza è preceduta dal lavoro specifico dei docenti che si impegnano nella riflessione sui programmi, nella conoscenza degli obiettivi, delle metodologie, nella consultazione dei fascicoli personali dei nuovi allievi, nella predisposizione dei materiali e delle prove di accertamento delle conoscenze e delle abilità acquisite. Ciò che conta è il modo con cui i soggetti (bambini, genitori, insegnanti) vivono l’esperienza e quindi in gioco ci sono le aspettative reciproche, gli investimenti affettivi, le culture di provenienza. Gli obiettivi che mi sono posta ,con tutti i limiti propri di un intervento educativo, sono stati quelli di:
E’ importante tuttavia anche la materialità delle situazioni: i tempi, gli spazi, le strutture, gli oggetti, le regole, i messaggi scambiati.
E’ stata nostra intenzione rendere lo spazio della nostra classe come un luogo accogliente (colorata, funzionale, ricca di materiale) e che rispecchiasse visibilmente le tracce dei bambini/e che la frequentano . Abbiamo voluto predisporre un luogo che facesse sentire ai bambini che li stavano aspettando insieme a simboli e personaggi che sono diventati parte dell’immaginario (il nostro mitico GATTO PINCO), per costruire insieme sorprese inaspettate. Spazi dove le storie individuali e le storie del gruppo si potessero incontrare, intrecciandosi nella routine quotidiana Per questo, durante il nostro primo incontro preliminare di conoscenza con le famiglie, abbiamo richiesto che i bambini arrivassero a scuola con una loro sedia (di plastica, di legno, vecchia….) da utilizzare per il nostro tempo del cerchio. Questa sedia ha permesso ai bambini di mantenere un legame affettivo con la propria abitazione e con gli affetti legati ad essa. Il cerchio formato dalle sedie ha permesso la vicinanza e lo sperimentarsi come gruppo; ma ha anche obbligato a parlare e ad ascoltare, a regolare la propria corporeità e la prossimità su quella degli altri. Credo inoltre che il tempo del cerchio sia da considerare come un contenitore simbolico ma anche letterale: delimita uno spazio e un tempo, obbliga i bambini a muoversi senza prepotenza, a guardarsi in modo benevolo. Contiene, è delimitato, è specifico, non un posto qualunque; è il posto dove si parla, si ascoltano storie allegre ed intense, posto dove le cose possono essere dette…… anche quelle difficili
Il mio primo incontro con i bambini è stato caratterizzato dalla sensazione, condivisa con le mie colleghe, che non mi potevo aspettare subito un’intesa immediata e perfetta: ogni bambino si portava dietro una storia, un mondo interiore che non conoscevo e che però poteva condizionare il suo comportamento. Quante volte, nell’esperienza scolastica, ho riscoperto bambini estroversi che i primi giorni di scuola si comportavano in modo completamente opposto all’estroversione. Un bambino di fronte ad un cambiamento può rimanere bloccato dalla paura o può scatenarsi per rispondere ad un bisogno represso. Occorre tempo per ritrovare un rapporto equilibrato di vicinanza sia con i compagni/e che con noi insegnanti. Ho ritenuto più importante cercare di sospendere il giudizio e cercare di capire, non prendere da subito numerose iniziative. Più che fare tante cose, abbiamo riservato la nostra disponibilità verso tempi e spazi, senza farsi prendere dall’ansia del “programma”. Questa disponibilità ha contribuito a creare un clima di fiducia, ha creato le condizioni favorevoli indispensabili per osservare, avvicinarci a loro. I primi incontri sono diventati spazi di attesa molto utili per osservare, soprattutto i dettagli: da questi sono arrivati segnali importantissimi che ci hanno permesso di capire quando e come avvicinarci a loro. Alcune osservazioni sui comportamenti dei bambini ci hanno aiutato a “metterci nei loro panni” a riconoscere i loro vissuti emotivi, a comprendere la differenza di significati che loro attribuivano nella nuova esperienza scolastica
“Programmare l’azione didattica attraverso un personaggio mediatore significa permettere, fra gli altri vantaggi, di rilevare le “tracce” possedute dai bambini ed imparare a leggerle! ( Canevaro e Zanelli). Il nostro personaggio fantastico, impersonato dal gatto PINCO, è servito a mediare e ad introdurre i bambini nel mondo della scuola elementare, nelle varie discipline, nelle regole senza che dovessimo essere noi insegnanti inizialmente a farlo. Anzi agli occhi dei bambini siamo apparse come “compagne di avventura”. Nei “vuoti” intenzionalmente predisposti abbiamo lasciato spazio a Pinco e all’IMPREVISTO. Abbiamo programmato in modo flessibile: non fissandoci su un programmatore che dura tutto un anno e che prevede tutto tranne l’intelligenza dei bambini/e, ma siamo rimaste attente alla verifica del progetto, alla sua applicazione e al suo intervento. Questo personaggio fantastico ci ha offerto un grande possibilità di mediazione producendo un sapere originale che implica operazioni complesse come: selezione di contenuti, negoziazione di significati, messa in relazione di ambiti disciplinari diversi tra esperienza e astrazione. Ha fatto emergere nei bambini la varietà dei loro immaginari, delle loro mappe mentali, dei loro concetti spontanei e delle loro idee comuni. Per tutto questo…..grazie PINCO!!!
segue......IL PERCORSO
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