Io e i miei maestri

Le figure della relazione educativa
Una ricerca azione del M.c.e.

Nei momenti di cambiamento gli educatori si trovano a chiedersi: “Chi siamo e qual’è il nostro compito”. E’ proprio allora che gli educatori, interrogandosi su che cosa significhi educare oggi, si confrontano sul compito della scuola provando a ridefinire la propria identità professionale riflettendo sul fare scuola, ripensando la propria esperienza educativa ed interrogandosi su quali sono le emozioni che percorrono la relazione educativa, e quali sono le aspettative degli alunni nei confronti dei loro maestri. Rappresentare ciò che è invisibile richiede l’uso di linguaggi ed oggetti mediatori: solo così quello che “si sente” può essere tradotto in qualcosa che “si vede”. Nel corso della ricerca bambini e ragazzi non parlano più della relazione con dei maestri generici, ma intervengono sui propri educatori, si esprimono su coloro che sono insieme a loro ogni giorno. In questo la ricerca è divenuta azione educativa: raccontare, scrivere, disegnare avendo come soggetto il proprio mondo affettivo ha significato per tutti guardarsi allo specchio, vedere i propri pregi ed i propri difetti, sentirsi buoni  cattivi. Ma ha permesso anche di aprire al cambiamento la relazione che si sviluppa nel processo educativo. Nelle fiabe italiane Calvino dice che, nel loro insieme, le fiabe sono una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminìo delle coscienze contadine fino a noi: sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna... I personaggi fiabeschi forniscono interpretazioni della realtà interna, propongono un senso alle cose della vita, aiutano i bambini a conoscere il mondo e a interiorizzarlo in una forma a sè comprensibile. Evidenziano il desiderio di essere aiutati, nei momenti difficili della vita, a trovare magicamente una soluzione, di possedere strumenti magici capaci di risolvere le difficoltà, di poter contare su esseri amichevoli che appaiono e scompaiono all’occorrenza. I bambini costruiscono metafore interpretative che tengono insieme la contraddizione tra paura e desiderio che abita la relazione educativa, e lo fanno usando un linguaggio favoloso, mettendo in scena educatori vestiti con i panni della magia.Gli educatori attraverso la comprensione di sé, imparano a non riversare sui loro alunni di oggi le emozioni, le frustrazioni e le rabbie provati quando essi stessi si trovavano tra quei banchi. Accade anche, attraverso il distanziamento della narrazione, di scoprire l’ironia del ricordo, di ritrovare il sorriso e di potersi riconciliare con le figure forti del passato. La scuola è una palestra relazionale in cui i bambini sentono, però, il bisogno di qualcuno che li aiuti a stare insieme: Non si nasce, infatti, “imparati”, ma ci vuole qualcuno che accogliendo ciascuno, riesca far convivere tutti e insegni, poi, a collaborare e cooperare. Non basta tutta l’informazione che essi hanno a disposizione, anche nelle case: computer e TV sono magazzini caotici e i ragazzi chiedono una guida, un orientamento. Sanno che l’insegnante ha una mappa e, per questo, esprimono il desiderio di lasciarsi condurre, di fare le domande per cercare le risposte, per organizzare ricerche. Come attraversare un bosco, per mano si può attraversare l’ignoto ed imparare a non temerlo, a interrogarlo per arrivare a conoscerlo. Ma i primo compito della scuola, sembrano ripetere le intriganti frasi dei bambini, è: far venire i bambini a scuola (senza obbligo, solo volentieri, desiderosi di giocarsi le proprie chances).

 

Gruppo Territoriale di

VENEZIA MESTRE

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