Una predella? Sì, ma per (risollevare) la scuola

La lettera aperta al neo ministro dell’istruzione, Marco Bussetti, da parte di Ernesto Galli della Loggia – comparsa sul Corriere della Sera del 5 giugno, contenente un decalogo di “cambiamenti” da fare nella scuola – e la trasmissione Fahrenheit del giorno seguente su Radio Tre, in cui l’autore della missiva si è confrontato con il professore Girolamo De Michele, autore del libro “La scuola è di tutti. Ripensarla, costruirla, difenderla”, sono diventati subito uno stimolo per discutere tra di noi confrontando quella visione dei bisogni della scuola di oggi con la nostra visione personale e come Movimento.

Siamo concordi sul fatto che il ’68 abbia portato insieme a tante vittorie anche tanti problemi. La lotta contro l’autoritarismo che aveva allora le sue sacrosante ragioni e investiva anche il ruolo della famiglia, non si è tramutata nel tempo in una ricerca di strategie per trasformare l’autoritarismo in autorevolezza senza la quale ogni forma di educazione è destinata a non avere successo. Aver tolto il diaframma fra alunni e docenti è stato dunque un errore? O piuttosto gli insegnanti sono stati lasciati soli nel gestire il cambiamento per cui molti non sono stati in grado – allora e ancora oggi – di costruire una relazione in classe in cui l’apertura diventasse uno strumento per la crescita dell’allievo e nello stesso tempo di emancipazione?

Sempre di quegli anni è stata l’ “improvvida decisione”, come dice Augias sulla Repubblica del 7 giugno, di portare le famiglie nella scuola facendo riferimento a una volontà di partecipazione democratica di tutti gli interessati – insegnanti, studenti, famiglie – alla gestione della scuola stessa. Utopia che nel tempo ha dimostrato tutti i suoi limiti. Galli Della Loggia estremizza proponendo come punto 4 del suo decalogo la cancellazione della rappresentanza delle famiglie nell’istituzione scolastica. Gli fa eco Augias scrivendo “Le famiglie pensino a educare i loro rampolli, a insegnare ciò che serve provvede la scuola e i genitori per favore s’astengano”. Lo stesso Augias il 17 maggio scorso aveva invitato alla sua trasmissione su Rai Tre “Quante Storie” la professoressa Maria Teresa Serafini, autrice di un libro che esprime chiaramente un concetto su cui noi insegnanti, con le necessarie distinzioni, non possiamo che concordare “Perché devo dare ragione agli insegnanti di mio figlio”. Quanti di noi si trovano ogni giorno a risolvere conflitti con le famiglie che vogliono dire la loro su cosa si fa o non si fa a scuola, il più delle volte senza averne la competenza e basandosi su un’immagine della scuola stessa che è in netto contrasto con quella che noi, come insegnanti e come Movimento, auspichiamo? In realtà la scuola “nostra” è severa e rigorosissima proprio perché sta dalla parte dell’apprendimento come comprensione non come pura trasmissione. E la comprensione richiede quell’empatia tra insegnante e allievo che un rapporto asimmetrico non potrebbe concedere.

La professoressa Serafini in apertura del discorso con Augias aveva sottolineato come l’insegnante abbia perso il suo status sociale che in tempi passati le garantiva a priori l’autorevolezza necessaria per svolgere in pace il suo lavoro e questo è successo, secondo lei, perché le famiglie di oggi non condividono più gli stessi valori degli insegnanti. Questo genera ovviamente conflitti e dà anche il via a tutta una serie di manifestazioni di “bullismo” nei confronti degli insegnanti stessi da parte di ragazzi che sanno di essere protetti dalla famiglia, qualunque cosa facciano.

La scuola come palestra di vita in cui anche i problemi, le sconfitte, gli insuccessi dovevano in qualche modo essere affrontati dagli allievi per farsi le ossa perché i genitori erano concordi con gli insegnanti – vedasi il titolo del libro citato – è un’idea ormai superata. Il tentativo delle recenti riforme di reintrodurre un po’ di vita reale nella scuola con l’alternanza scuola-lavoro è stata un insuccesso, come rilevano anche i nostri governanti attuali nel “Contratto per governo per il cambiamento”, e sarà presto modificata.

In realtà sappiamo bene che la scuola non è una priorità di questo governo: la scuola è al punto 22 del contratto e il primo ministro non ne ha nemmeno parlato nel suo discorso di insediamento. Mentre c’è molto spazio per il “populismo” che alimenta anche un modo di pensare alla scuola che ha molto poco a che vedere con un progetto educativo complessivo e soprattutto rinnovato. Sembra che i ritorni al passato premino dal punto di vista elettorale (quando non si sa come affrontare il presente!) e quindi c’è spazio per decaloghi che mettono al primo punto la reintroduzione della predella in classe e l’obbligo di alzarsi in piedi all’ingresso dell’insegnante, definiti da Galli della Loggia gesti simbolici che dovrebbero in qualche modo restituire autorevolezza (o ridare l’autorità persa?) all’insegnante.

Sull’inattuabilità di alcuni punti non c’è nemmeno da discutere… mentre su alcuni potremmo, al di fuori di questo contesto, pensare al modo migliore per concretizzarli.

La proposta di rendere più responsabili gli allievi rispetto alla manutenzione della scuola e l’apertura per l’intero pomeriggio delle biblioteche scolastiche e delle cineteche, dove esistono, ci sembrano ovviamente una buona cosa. Non sono sicuramente delle novità. Dell’apertura al territorio delle risorse presenti nelle scuole si è dibattuto a lungo e ci sono esperienze consolidate anche nel nostro paese. Ma tutto ciò non si costruisce alle spalle degli allievi, deve avere significato anche per loro. Il disamore per la scuola trasformerebbe, soprattutto il primo punto, in una inutile forzatura se non in una punizione.

Ci sembra che alla fine il decalogo di Galli della Loggia riveli una scarsa visione d’insieme, una certa presunzione e soprattutto la piena fiducia in un modello educativo autoritaristico (e anche discriminante) che però trova eco in ciò che molti italiani vogliono sentirsi dire. E questo ci pone per lo meno delle domande.

Per concludere: nel “contratto” i nostri governanti scrivono che si deve puntare soprattutto sui docenti, non solo migliorando le loro condizioni di lavoro dal punto di vista contrattuale o amministrativo – che pare comunque un aspetto più facilmente perseguibile e anche più remunerativo in termini di voti – ma soprattutto facendo diventare strutturale e quindi continua la loro formazione (si parla di “efficace sistema di formazione”). Questo è un punto importante ma andrebbe declinato in qualche modo per dargli consistenza. Entrerebbe ovviamente in conflitto con il punto 5 del decalogo di Galli della Loggia perché per formarsi seriamente gli insegnanti dovrebbero stare più tempo a scuola.

Se bastasse una predella per sollevare le sorti della scuola saremmo tutti contenti. Invece ciò su cui si deve far leva è ben altro. Intanto bisognerebbe andare a cercare ciò che si fa di buono nella scuola (ed è tantissimo) invece di mettere solo sempre in risalto le cose che non funzionano. Far risaltare le positività e un’idea di scuola-istituzione-comunità, dove le/gli insegnanti sono sì fondamentali, ma l’insieme lo è altrettanto. Imparare a partire dal basso, dalla scuola dell’infanzia e primaria, non riferirsi solo e sempre, come spesso fanno i vari opinionisti, alla scuola superiore e a un modello liceal/gentiliano dove i professori sono bravi se sanno la loro materia e sanno spiegare. La scuola investe ormai un complesso che va dagli 0 ai 18 anni e quindi è tutto questo arco che va tenuto presente, è indispensabile avere una visione complessiva per capire che cosa ogni ordine scolare debba trasmettere al successivo come competenze e come valori. 

Su valori comuni tra scuola e famiglia si fonda qualsiasi progetto educativo, non su slogan o decaloghi più o meno facili da elaborare e più o meno facili anche da fare propri, soprattutto se chi ha proposte alternative non trova spazio né per sperimentarle né per farle conoscere. Non stiamo parlando di uso di tecnologie o di metodi miracolosi, ma di strategie didattiche efficaci perché basate non solo sulla competenza metodologica e sulla conoscenza delle disciplina da insegnare, ma anche sulla capacità di instaurare, tra allievi e insegnante, relazioni autentiche, basate sul rispetto e sull’ascolto reciproco in un clima di cooperazione tra allievi, insegnanti e genitori.

In Italia ci sono le risorse per creare una scuola di qualità. Senza bisogno di ritornare alle predelle.

 

L’immagine di copertina è tratta da: http://147.162.43.217/musedu/nella_scuola_diieri/glossario/cattedra.html

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