Un alfabeto a punti per leggere e scrivere

Il testo, di cui riportiamo qui sotto un piccolo brano, è il risultato di una scrittura collettiva di una classe quarta di una scuola primaria di Firenze, presentato al concorso nazionale per la giornata nazionale del Braille. In questa classe, si capisce dal testo, è inserito un bambino non vedente. Una intera classe ha lavorato in modo cooperativo facendo di un problema una risorsa.

Per realizzare questo progetto la coesione e la professionalità degli insegnanti è stata di fondamentale importanza.

 

“La nostra scuola è un castello e abbiamo un re: uno vero, unico e irripetibile. Si è incoronato da solo e per tutti è andata bene così .

Ecco come è successo: in prima, cioè tre anni fa, ci siamo conosciuti. Eravamo 24 alunni e tre maestre, fra noi c’era un bambino che chiameremo Giulio, perché si chiama davvero così e sarebbe assurdo chiamarlo Sergio, Giovanni o Marco; insomma Giulio aveva il solo “occhino” destro funzionante. L’occhio sinistro, quando non ha la lentina, è tutto bianco e non vede.

Rimaneva l’occhio destro e bastava! Giulio, con quell’unico “occhino”, giocava ad acchiappino, a nascondino, col Lego e persino alla Wii, leggeva in nero in caratteri molto grandi, anche se non tanto bene, scriveva in nero con un pennarello, disegnava, colorava, guardava il panorama e specialmente poteva vedere le persone. Le maestre, per paura che quell’unico occhino potesse, un giorno, non essere più d’aiuto, hanno deciso di insegnarci il Braille. Giulio dice che le maestre

sono preveggenti: ancora non capisce come hanno fatto ad indovinare che in terza anche l’occhino destro avrebbe fatto cilecca. A volte le maestre sono proprio streghe!

E così, in prima, insieme alle lettere in stampatello maiuscolo e minuscolo abbiamo imparato a sistemare quei sei puntini del codice Braille.”

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