Sullo sciopero del 20 maggio

Avevo previsto che lo sciopero della scuola non sarebbe andato bene, ma speravo di sbagliarmi. Le ragioni per scioperare c’erano e ci sono ancora tutte. Al di là della propaganda ministeriale, buona per l’opinione pubblica e per dare l’idea che finalmente c’è qualcuno al comando che fa le cose senza lasciarsi intimorire, la scuola rimane con tutti i propri problemi e le proprie urgenze.

Non voglio fare un elenco delle cose che non vanno perché sarebbe lungo. Basti dire che da ben sette anni il contratto dei lavoratori della scuola non viene rinnovato ma questo, nonostante tutto, per me non è il peggiore dei problemi. Quel che è peggio è che ci viene negata la possibilità di lavorare meglio.

Credo che, al di là delle diverse idee, l’onestà intellettuale dovrebbe essere una qualità del buon politico, ma è rara da trovare, perché si pensa che, continuando a ripetere come vera una cosa palesemente falsa, essa alla lunga appaia vera.

Si è voluto distruggere un buon modello di scuola come il tempo pieno nella scuola primaria, togliendo ore di qualità e i docenti sufficienti a garantirne un buon funzionamento.

Puntando sulla demagogia è stata introdotta la Legge 107 che sta cercando di privatizzare la scuola pubblica introducendo concetti e pratiche reali di gerarchia contrari all’etica della cooperazione.

Naturalmente la scuola ha bisogno di cambiamenti, l’idea stessa di scuola non può che basarsi sui cambiamenti. La società cambia (non necessariamente in meglio) e la scuola non può trincerarsi dietro modelli e concetti superati, ma quel che conta è confrontarsi sul cosa cambiare e per quale fine. I principi e le finalità della scuola di Don Milani rimangono attuali e mantengono il loro carattere emancipatorio. Ma la scuola attuale, a parte qualche citazione impropria di Don Milani fatta da alcuni ministri, non mette in campo l’energia e la determinazione di cui ci sarebbe bisogno.

Credo che, con il passare del tempo senza vedere risultati positivi, le persone si siano demotivate e si sentano anche frustrate. Questo avviene sotto l’aspetto dell’impegno sindacale, politico e professionale.

Personalmente credo che incida anche il generale decadimento di tutto il mondo politico e che i cittadini fatichino a trovare riferimenti ideali.

E il mondo della scuola?

I lavoratori della scuola hanno un compito delicato e importante, a contatto con ragazzi in crescita che cercano la loro strada e sono impegnati a riconoscere e riconoscersi. A dir il vero oggi gli insegnanti sono pochissimo considerati e le responsabilità sono multiple: a partire da una generale tendenza a whatsappare tutto e tutti, per cui non importa riflettere su quello che si dice, ma l’importante è dare liberamente sfogo alla pancia. Per cui su whatsapp come su altri social si può dire qualsiasi cosa su qualsiasi persona. Ma è questa la libertà che ci consente la nostra Costituzione? Forse la differenza dovremmo farla emergere noi a scuola.

Insomma sembra che la nostra società, non potendo garantire una reale libertà, voglia consentire spazi dove far confluire frustrazione e arrabbiature. I Governi da parte loro  contribuiscono a fare in modo che si parli male degli insegnanti.

Credo però ci sia una responsabilità diretta di noi insegnanti: non dovremmo abbassare la testa di fronte alle ingiustizie e alle delusioni. Questo lo dobbiamo ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze che stanno crescendo e dovrebbero vedere in noi degli esempi di coerenza e senso etico e civico.

In questi giorni ho sentito da diverse persone dire che questo è il primo sciopero al quale non hanno aderito, così come ho sentito dire che lo sciopero non serve più a niente.

La prima cosa che mi viene da dire è che non serve a niente perché non ottiene un’adesione di massa: il consenso è importante per chi governa e fino a prova contraria se ti scioperano contro qualche dubbio di perdere i voti viene.

Forme alternative di lotta.  Lasciamo perdere le forme violente alle quali personalmente non credo, e poi sono convinto che la lotta nonviolenta possa essere molto più produttiva, rimangono le forme di lotta che la nostra intelligenza può pensare e i riferimenti alla nonviolenza.

A lungo io ho richiesto suggerimenti nelle assemblee alle quali ho partecipato, ma non ho mai sentito proposte alternative concrete. Sono convinto che se si vuole lottare per i diritti bisogna essere disposti a sacrificare qualcosa: lo stipendio della giornata, il tempo per organizzare e attuare una lotta (andare su un tetto per protesta, incatenarsi in Piazza Cavalli, sciopero della fame, ecc. …)

L’idea che qualcuno (vedi sindacato inteso come dirigenti) possa da solo risolvermi i problemi non mi ha mai sfiorato.

Lo stesso motivo per cui gli alunni non crescono se diciamo loro tutto quello che devono fare, ma crescono se riusciamo a fare in modo che siano loro a tirare fuori da se stessi le risposte. Naturalmente non sempre questo è capito dal mondo adulto perché mette in discussione gli equilibri e alla fine forse i ragazzi potrebbero scoprire che questo modo di fare è bello e liberatorio.

Il sindacato sicuramente ha commesso errori e forse per qualcuno sono troppi e inaccettabili. Certo è giusto chiedersi se stia facendo tutto il possibile per mobilitare i lavoratori.

Ma il sindacato ha bisogno del contributo di idee e di proposte di tutti e non solo di critiche generiche che sono la cosa più facile a farsi. Sicuramente ai nostri alunni non chiediamo critiche indistinte e a posteriori, ma di esprimersi e di proporre.

L’obiettivo è che da adulti sappiano riflettere e prendere decisioni motivate, qualsiasi sia l’idea e la strada che vorranno percorrere.

Ecco, per l’appunto, non mi permetto di criticare le scelte che legittimamente ognuno fa, ma auspico che gli insegnanti non diventino una “maggioranza silenziosa” che compie scelte individuali o di comodo. Invece auspico che ognuno metta in campo le proprie ragioni e soprattutto le si condivida affinché ci sia la possibilità di progredire collettivamente. Don Milani insegnava ai ragazzi che “di fronte ai problemi uscirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica”.

Roberto Lovattini, maestro del Movimento di Cooperazione Educativa

 

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2 Responses

  1. andrea ha detto:

    Caro MCE
    sono un insegnante di scuola primaria da pochi anni e
    ti scrivo perchè mi piacerebbe dire la mia a riguardo del tema sciopero…
    sinceramente non mi sento come educatore di aderire ad alcun sciopero proposto dai vari sindacati con le loro modalità…e spiego il perchè:
    – perchè devo andare a mettere a disagio i miei alunni e le loro famiglie?
    – un educatore insegnante secondo me è come un medico che lavora al pronto soccorso, un vigile del fuoco…semplicemente non puo’ fare sciopero in questo modo, cioè rivolgendo la sua azione contro i soggetti più deboli…
    Farei sciopero ad esempio non entrando al Collegio Docenti, non facendo le 2 ore di PDM, non completando gli scrutini, etc…. ma perchè creare disagi ai miei bambini e alle loro famiglie, che si trovano di punto in bianco a dover organizzare una giornata ai loro figli facendo le corse dal lavoro e quant’altro…
    Lasciamo poi stare che, a seguire i 1000 sindacati che ogni venerdì ( e stranamente venerdì) propongono di scioperare, uno insegnerebbe la metà del monte ore di un anno…mah…
    ps mi son laureato 5 anni fa in SFP e ,credemi, Don Milani e l’MCE lo abbiamo studiato, altrochè!

  2. Donatella Merlo ha detto:

    Provo a dire la mia, consapevole che il discorso sarebbe molto lungo e complesso.
    Il problema secondo me, o almeno per me, è che non si vedono alternative allo stato attuale delle cose e la classe insegnante si è sempre considerata (ed è stata sempre vista all’esterno come) una cosa a parte rispetto agli altri lavoratori.
    Anche qui non è andato bene lo sciopero. Un’amica che si era data da fare per ottenere l’adesione dei colleghi alla fine ha rinunciato lei stessa per la prima volta a farlo… ed era veramente in crisi.
    Non so come si possa uscire da tutto ciò ma non penso che il richiamo a Don Milani possa sortire qualche effetto, i nuovi insegnanti non sanno nemmeno chi sia come non sanno cosa sia il MCE che invece per tutti noi ha significato molto. Io penso che se si riprendesse in mano seriamente il discorso della didattica calandolo nella realtà attuale si troverebbe forse qualche via d’uscita ‘politica’ nel senso di Don Milani. Vedo, nel mio lavoro come formatore di matematica e di informatica, che ci sono ancora insegnanti capaci di entusiasmarsi per il loro lavoro e di dare molto oltre ciò che l’istituzione richiede perché ciò che arricchisce è la relazione con i bambini o i ragazzi, il vederli crescere e diventare padroni della ‘cultura’.
    Le forme di lotta alternativa estreme non riuscirebbero mai a coinvolgermi, mentre un lavoro serio con i genitori (che sono i primi a vivere lo spaesamento quando portano i loro figli a scuola e non capiscono più come funziona la scuola) dando loro la coscienza di ciò che significa fare l’insegnante e l’educatore, un lavoro serio con gli insegnanti cercando di dare loro nuove motivazioni per svolgere al meglio la loro professione. Questo si può fare. Quindi secondo me la prima lotta da attuare è quella per avere uno spazio di confronto reale tra insegnanti per ricostruire un progetto educativo che manca sempre di più.
    Non é possibile che gli insegnanti debbano dedicare tutto il loro tempo a scuola a pratiche burocratiche e non riescano più a parlarsi per progettare insieme il lavoro da fare in classe. Questo non c’entra con la legge 107, già prima era così.
    Forse la lotta nonviolenta potrebbe configurarsi con un nuovo slogan: restiamo di più a scuola per dedicarci a ciò che ci compete, fare gli insegnanti. Uno sciopero al contrario…

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