Il Movimento di Cooperazione Educativa, nel corso del tempo, ha visto impegnate figure storiche della didattica del nostro paese: Giuseppe Tamagnini, Giovanna Legatti, Mario Lodi, Bruno Ciari, Nora Giacobini... ed altri ed altri ancora.

La loro opera ispira ancora le pratiche del Movimento.

Coldigioco

Una veduta di Coldigioco

Giovanna Legatti con i suoi allievi

Giovanna Legatti con i suoi allievi

Un bambino crescerà e penserà con la sua testa se lo ascolti e lo rispetti

Un ritratto di Giovanna Legatti

Giovanna ha iniziato ad  insegnare nel '40 quando alle donne era concesso farlo solo in prima e seconda elementare. Si suppo­neva che non fossero in grado, delicate e deboline di cervello, di affrontare fanciulli di 8, 9, l0 anni. E' una maestra che voleva rinunciare ad insegnare quando pensava di non essere in grado di farlo. Che poi è tornata in classe per provare i principi e i metodi del Movimento di Cooperazione Educativa. Che si è spesa nella scuola, completamente, costruendo una comunità di apprendimento in un piccolo paesino delle Marche, Coldigioco, dove ha insegnato dieci anni, dal 1960 fino al 1970.
Giovanna Legatti Tamagnini, ex partigiana decorata con le croci di guerra, arrestata dalle SS, è nata a Lugugnano Val d’Arda nel piacentino, nel 1921, vive a Senigallia, con la sua pensione di 1100 euro.
Suo marito era Giuseppe Tamagnini, il fondatore del Movimento di Cooperazione Educativa che si ispira al pedagogo francese  Celestin  Freinet.
Tamagnini ottenne negli anni '50 di poter sperimentare il metodo d'apprendimento,  che mette il bambino al centro del proces­so educativo in alcune scuole elementari. 
Così incontrò Giovanna, diventata poi una delle maestre simbolo del movimento.
Non è una povera vecchietta indifesa che vive di ricordi. Lucida, attiva, scrive e lavora, si batte ancora per la scuola. Una scuola massacrata e, ci tiene a dirlo, non certo solo dalla ministra Gelmini ora o dalla Moratti prima.
II fatto che negli anni '70 il ministero in par­te assunse alcune delle tecniche di insegna­mento del Movimento  di cooperazione educativa non ha fatto che creare un equivoco che i bambini delle elementari scontano ancora oggi.
La incontriamo nella sua casa di cui ha do­vuto vendere la nuda proprietà per tirare avanti.
Con lei c'è un ex alunno delle ele­mentari di Ancona dove frequentava la classe di un maestro del Movimento di cooperazione educativa, il geologo Sandro Montanari, che ha fondato, proprio a Coldigioco, una comunità scientifica ed artisti­ca che ruota intorno all'Osservatorio Geologico.
«Vedi - spiega Giovanna - tutto il nostro lavoro si basava sul conoscere bene l'ambien­te da cui provenivano i bambini, sul considerare ogni bambino una persona a sé, con tempi di sviluppo soggettivi, sulla collaborazione stretta con i genitori. Non si trattava dunque di prendere alcune delle tecniche e utilizzarle pedissequamente nelle classi ma di partecipare, da parte degli inse­gnanti e del ministero, ad una vera e propria rivoluzione/evoluzione dentro le aule.
Noi ad esempio non usavamo voti.
La valutazione del lavoro era fatta collettivamente: c'era un tabellone con i nomi dei bambini e con le cosiddette materie, che è una barbarie chiamarle così. Erano gli stessi bambini a valutare se stessi e gli altri e ti assicuro che erano severissimi. A volte io do­vevo correggere un bambino che aveva sba­gliato dei problemi e che voleva darsi un "malissimo"; gli spiegavo che ne aveva sbagliato uno di meno della volta precedente e che dunque meritava di progredire nella valutazione. Bene, il ministero di tutto ciò prese solo la sostituzione dell' arido voto numerico con il giudizio, ma questo viene espresso solo dall'insegnante. E' la stessa cosa del voto allora no?».
Giovanna e gli altri non insegnavano "materie". Tutto ciò che faceva progredire i bambini nella conoscenza doveva venire da loro ed essere fatto insieme, tra loro e la maestra. Imparare a leggere e scrivere era un processo naturale nel corso del quale la maestra che all'inizio scriveva sulla lavagna i testi liberi da loro dettati (pensieri, fatti accaduti, piccole o grandi osservazioni di ciò che avveniva intorno a loro), nelle classi c'erano le macchine da stampa e i bambini, per imitazione della lettera scritta alla lavagna sceglievano i caratteri che servivano a comporre le frasi e poco alla volta, chi prima chi dopo, arrivavano al risultato di saper leggere e scrivere in modo del tutto naturale.
"Era meraviglioso vederli uno ad uno impadronirsi senza conflitti delle parole".
Usare le parole per esprimere un'idea. Ogni parola è un'idea ed è così che le parole diventano linguaggio, comunicazione. Erano a volte bambini difficili, con famiglie analfabete, comunque povere o poverissime. Come poverissima era la scuola.
A Coldigioco lottavamo per avere un banco dove poggiare la stampatrice. Qualsiasi materiale era prezioso. Scrivevo e facevo scrivere ai bambini lettere su lettere al direttore didattico e al provveditore. Avevamo un fondo della scuola a cui partecipavamo tutti nella misura in cui potevamo. Perciò quando parlano di fondazioni mi fanno un po’ ridere: non è certo un'invenzione moderna, la fondazione. Ma se non nasce da loro, i protago­nisti della scuola, servirà solo a far sì che una scuola abbia la palestra bella e l'altra no».
La scuola di Coldigioco scriveva a quella di Ancona, scriveva in Francia, scriveva in Africa…  e attendevano le risposte, le leggevano e si scambiavano idee e informazioni. La corrispondenza era una "materia", insegnava l'apertura al mondo fuori di sé, la diversità, l'amicizia tra i popoli. Le scienze e la matematica non potevano essere distin­te dalla lingua e dalla cultura generale. Si impara - dice Giovanna - a far di conto, co­me si impara a parlare, in modo naturale, ci si impadronisce di strumenti che servono nella vita concreta.
«Una bambina chiede: mia madre per ve­dere se un uovo è fresco lo mette nell'acqua, perché? E gli altri: anche la mia, anche la mia. Ok. Impariamolo insieme il perché. Allora portavo fornelletto e pentolino e i bambini portavano le uova, alcune raccolte il giorno stesso altre in giorni precedenti. Bisogna calcolare il tempo in cui lasciavamo l'uovo nell'acqua, mettere bene tutto su un grafico con i tempi di raccolta e così via. Scoprivamo che nell'uovo più vecchio sotto la pellicina c'era l'aria e scoprivamo come e quando si formava e perché potevamo dire se l'uovo era fresco o vecchio. Era un lavoro che impiegava anche una o due giornate intere. Non c'era mai fretta. Non bisogna agitarsi perché il tempo passa e la classe non ha ancora studiato la rivolu­zione francese. O perché siamo a dicembre e ancora metà dei bambini non sa leggere. Che importanza ha? Di chi è questa fretta? Del genitore? Ma ci si deve parlare continuamente con i genitori! Anche loro fan­no parte, come gli alunni e la maestra, del processo di apprendimento. Del ministero? Ma qual è l'interesse del ministero? formare automi o cittadini?
Noi volevamo formare cittadini in grado di pensare con la loro testa, non piccoli robot tutti uguali che ripetono la poesia a pappa­gallo. Le facevamo scrivere a loro le poesie, senti questa: io ho toccato la brina, era fredda ed è diventata acqua.
Bella no? Bella concreta, reale, parla di qualcosa che fu parte della loro esperienza». Sandro Montanari conferma. Anche per loro era così. <<Arrivava il maestro e diceva: Oh, ragazzi, tocca studiare Napoleone. E allora ci mettevamo tutti a vedere come fare, su che libri, e come fare 'sta cosa il meglio possibile. Non usavamo libri di testo, tutto andava cercato, trovato, classificato, giudicato, criticato…
E' il famoso metodo della ricerca che poi la scuola ha assunto in modo formale, senza capire cosa significasse. Le ricerche le davano e le danno da fare a casa. Nella natura del ricercare invece c'è la collettività, il confrontare dati e fatti e il metterci le idee. Certo, il passaggio alle medie per me fu traumatico, ma non per molto. Questa strana scuola elementare che avevo frequentato io mi aveva insegnato qualcosa che gli altri non sapevano, io sa­pevo studiare»:
I maestri e le maestre del Movimento di cooperazione educativa sono stati perseguitati.
Dal Ministero, che abbassava le loro qualifiche (non a me, dice Giovanna, ci provarono e io andai dal provveditore: ora mi spiega perché io non sarei una buona mae­stra, gli dissi -Se è così mi licenzi. Ma degradarmi no). Perseguitati dai cattolici che sulla rivista La scuola italiana moderna li insultava e denigrava.
Quello che pesa di più però è che non furono compresi dal Partito comunista che li trattò sempre con freddezza.
«Il gruppo originario era di sinistra, naturalmente - dice Giovanna - ma l'appartenenza politica nel movimento non c'entrava niente e non volevamo farcela entrare. C'erano maestre bravissime di cui ero molto amica che lavoravano splendidamente nelle classi; non volevo neanche sapere cosa votavano. I nostri unici riferimenti ri­guardavano la Repubblica, la cittadinanza, la Costituzione.
Questo al Pci non piaceva, non c'era la lotta di classe. Guardavano con sospetto al metodo, troppo flessibile e aperto per soddisfare una mentalità un po' dogmatica come quella comunista...
Il passaggio dal fascismo all'Italia liberata e alla Repubblica nella scuola quasi non si sente. Giovanna gli ultimi anni si era ritira­ta per non dover prendere la tessera del fa­scio. «Mi sono unita ai partigiani di Giustizia e libertà della Rocca D'Olgisio, nel pia­centino - racconta - facevo la staffetta. L’antifascismo mi è venuto naturale e immediato, fino dall'inizio. Mio padre era tornato distrutto dalla guerra del 15-18 e parlava malissimo dell'esercito, era pacifista e questo non piaceva ai fascisti. Mi raccontavano che fare la maestra durante la guerra d’Africa significava spostare le bandierine su una carta geografica. La classe era morta: tutti seduti ai banchi, a quelli davanti i bambini ricchi, lustri ed eleganti. Dietro i poveracci. Veniva spontaneo pensare che fosse ingiusto. Ero alle prime anni mi davano le classi di risulta, quelle formate con gli avanzi delle altre classi. Bambini difficili, dicevano. lo leggevo loro delle storie e c'era una gran silenzio. Si affacciava il direttore: com'è che stanno buoni? Chiedeva. E che ne sapevo io? Ero veramente inesperta.
Mi mandavano in montagna, dove i bambini erano letargici. Chiesi al medico condotto la ragione e lui mi disse: lo sai cosa prendono a colazione? Latte, pane e vino.
Era una scuola davvero diversa, di frontiera. Bisognava inventarsi tutto e io facevo una cosa, poi l'altra, insomma, andavo a tentoni.
Poi mi ritirai e la guerra finì, fummo liberati. Eppure nella scuola non cambiava niente. Il provveditore era lo stesso, il direttore didattico anche. E soprattutto c'era sempre questa idea del maestro autoritario, separato dalla cattedra posta in alto, irraggiungibile. Venivano le ispezioni, proprio come sotto il fascismo quando dovevi uscire dalla classe tremando, pensando ai tuoi bambini spaventati da quei figuri; nelle scuole della Repubblica mi guardavano come fossi pazza. Tranne che nelle nostre classi, la sostanza del rapporto insegnante alunni non è mai cambiata...
Perciò Giovanna, che se potesse sarebbe in piazza contro la Gelmini (Non posso più camminare, quanto mi mancano le manifestazioni!). Non è però contraria al maestro unico e al grembiule. «La maestra deve essere unica; dicono che le tre maestre fanno un miglior piano di lavoro, ma il piano di lavoro non si fa tra maestre, si fa con i bambini in classe; quanto al grembiule, i bambini si devono poter sporcare senza problemi. Ai miei tempi  c’era anche la necessità di celare la miseria degli abiti che ora forse non è più attuale, ma la sostanza è che la scuola è lavoro, in classe si lavora e anche duramente. Con colori, con le presse, con la terra.. . C'è il problema dei maestri in eccedenza?
Ma le classi non dovrebbero essere composte da più di 15, massimo 18 bambini. Non si può lavorare altrimenti, quindi i maestri non sono troppi...
Sandro Montanari dice che questa storia del maestro unico e del grembiule è solo uno sciocco tentativo di risparmiare sui maestri. La realtà è che di quel poco che poteva essere rimasto di spirito cooperativo, nella scuola si vuole fare piazza pulita. «E' semplicemente la restaurazione, nella scuola e nella società».          .
Giovanna Legatti e Sandro Montanari raccontano molte altre cose. Come dalla scuola di Coldigioco partiva un processo di par­tecipazione alla vita sociale che finiva per coinvolgere tutti i paesini da cui proveniva l'utenza. «Eppure - dice Giovanna - un bambino è un bambino, è bambino. Se gli dai la possibilità di crescere e diventare grande in un ambiente che lo rispetta, lavorando insieme a lui, se lo aspetti, se lo ascolti, se ne sei complice… quel bambino di oggi di cui parlano i giornali che sembra così di­verso dai nostri bambini di un tempo, in realtà è identico. E' la stessa creatura fantastica, lo stesso pioniere curioso, lo stesso piccolo cittadino...
Lasciamo Giovanna e Sandro Montanari. Resta fortissima la sensazione di aver incontrato persone vere, non mostri sacri, non eroi, non esseri mummificati di un passato che non potrà mai tornare. Solo persone vere che lottano, studiano, vivono.

 

Nanni Riccobono

Articolo apparso su Liberazione del 17 ottobre 2008

Divider

Scarica il testo

Indietro