plurilinguismo

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Lo Statuto Sardo e la possibilità di una scuola delle Regioni

di Mariella Marras

 

                                                             

I padri costituenti dello Statuto Sardo nel 1948 scrivono al Tit. II, art. 5 che “la Regione ha facoltà di adattare alle sue particolari esigenze le disposizioni delle leggi della Repubblica, emanando norme di integrazione ed attuazione sull’istruzione di ogni ordine e grado, di ordinamento degli studi.

Che una “scuola delle Regioni”, coerente con le norme nazionali eppure diversa, più duttile e adatta al contesto specifico, fosse dunque nelle ipotesi dei fondatori dell’autonomia territoriale non v’è dubbio. Adattare non poteva ovviamente significare ridurre le possibilità formative garantite dalla Costituzione e dalla normativa nazionale. La premessa era quella ad un impegno positivo, che facendo leva sull’autonomia, predisponesse gli strumenti indispensabili per elevare la condizione culturale di tutti e di ciascuno e insieme la crescita del territorio regionale.

Se ci riferiamo alla lingua, alla storia e alla cultura sarde, l’impegno sarebbe dovuto essere quello di integrare i Programmi Ministeriali con percorsi formativi specifici e di formare, con proprie risorse, una classe intellettuale e docente, dalla Scuola Materna all’Università, in grado di cogliere e padroneggiare gli elementi culturali specifici della Sardegna per integrarli in una proposta formativa solida e rispettosa dell’identità e delle sue potenzialità di sviluppo. La storia invece è stata un’altra. Forse perché eravamo complessivamente impreparati per poter capire la devastazione che su un popolo si esercita con la rimozione degli elementi materiali e immateriali che ad esso appartengono. Per questo, le parole di Renato Soru, candidato  a  governatore dell’isola, avevano fatto sperare coloro che vedono il futuro del popolo sardo affidato anche alla capacità dei politici di dare parola e voce alla Sardegna nel contesto globale, anche tutelando la lingua e le espressioni della cultura sarda.

 

Le posizioni politiche

La recente presentazione della bozza di legge regionale sull’istruzione  e la formazione professionale in Sardegna, fra le altre questioni nevralgiche, ha riaperto il dibattito sulla lingua sarda nella scuola, riacutizzando i termini di un confronto spesso conflittuale, segno del fatto che la problematica non può essere risolta se non attraverso la costruzione di consenso e la condivisione di valutazioni e di prospettive.

Fermo restando il fatto che le lingue vivono se vengono usate, tuttavia, il ruolo della scuola rispetto al loro uso è ricco di implicazioni. Nel merito possiamo parlare di due posizioni antitetiche, una a favore dell’apprendimento nella scuola e l’altra contraria, che si rifanno a esperienze, saperi ed atteggiamenti apparentemente inconciliabili. Eppure non si tratta di posizioni politiche antitetiche: storicamente gli opposti addirittura si toccano, se è vero che alle politiche fasciste di espulsione delle lingue minoritarie dalle scuole ha corrisposto troppo a lungo una tiepida posizione della sinistra che non ha fatto delle problematiche culturali delle minoranze una sua specifica battaglia. A favore della pratica bilingue si esprimeva invece Gramsci, al quale a livello nazionale faceva riscontro Pier Paolo Pasolini che, contro lo spettro incombente dell’omologazione, scriveva par furlàn le sue poesie e, a livello internazionale, Wittgenstein il quale esprimeva la consapevolezza che “parlare un linguaggio è parte di una forma di vita”.

 

 

Autonomia e cultura

 Nel dibattito intorno alla questione della lingua, ancora poco esplorato sembra essere proprio il nesso fra autonomia e cultura. E, nel dopoguerra, qual è lo “specifico” di una regione come la Sardegna? La centralità insulare nel Mediterraneo, le emergenze naturalistico-ambientali, il paesaggio, la sua storia, la lingua e le sue molteplici e varie espressioni culturali e la prevalenza del settore  primario, con spiccata dominanza della pastorizia, nel modo produttivo. Elementi specifici erano anche l’analfabetismo diffuso e l’arretratezza nel mondo della produzione, nonché il permanere di forme ataviche di criminalità spesso legate al mondo pastorale e all’uso delle terre. Tutte sfide per il futuro da costruire attraverso il contributo essenziale della scuola, con l’ausilio dello strumento autonomistico che avrebbe consentito gli interventi più adeguati alla formazione dei cittadini sardi “in armonia con la Costituzione”. E oggi? Superato l’analfabetismo diffuso, abbiamo ancora il primato negativo della dispersione scolastica, preoccupanti segni di omologazione e di malessere specialmente fra i giovani che, modificatesi rapidamente le dominanti del contesto socio-economico, non hanno radici robuste e prospettive certe. Nella dimensione macrosociale si avverte inoltre lo squilibrio fra lo  spopolamento delle zone interne e i fenomeni  di inurbamento delle periferie cittadine che hanno pesanti ricadute anche sulle dimensioni quantitative e qualitative della scuola.

Le politiche scolastiche regionali sono state all’altezza della sfida? L’autonomia ha saputo interpretare i bisogni specifici legati alle varie componenti identitarie? Relativamente alla questione linguistica, non abbiamo saputo conservare la nostra lingua, così come avremmo potuto fare predisponendo forme integrative ai programmi ministeriali e preparando i docenti, attraverso l’utilizzo degli strumenti dell’autonomia regionale. Non solo, nei percorsi scolastici si sono spesso penalizzati e sacrificati i cittadini di madrelingua sarda fino a creare l’erronea opinione che la causa dell’insuccesso scolastica fosse da attribuirsi proprio alla lingua. Al contrario gli psicolinguisti dicono che la persona bilingue è di intelligenza più agile ed è più capace di effettuare operazioni cognitive. Forse che i recenti dati OCSE-PISA e altre indagini, attestanti bassi livelli formativi delle nuove generazioni nel raffronto con i dati nazionali ed europei, per quanto concerne i giovani sardi, non possono in parte essere addebitati anche a tale scollamento?

Oggi si è finalmente capito che un buon sistema scolastico è solo quello profondamente radicato e integrato col territorio. Radicato perché la cultura si costruisce in un rapporto di interazione vitale con l’ambiente circostante, integrato perché della formazione non è responsabile solo l’istituzione scolastica ma anche gli amministratori locali e i soggetti che si occupano dei servizi alla persona. Non possiamo ragionare sulla questione della lingua rimuovendo le responsabilità di chi ha gestito e gestisce la Regione e ha contribuito e contribuisce a fare le politiche scolastiche in Sardegna. Più lungimiranza avrebbe prodotto una scuola  rispondente ai bisogni formativi e, forse, si sarebbe scritta un’altra storia. Nelle scuole dell’infanzia (almeno a quelle con l’ESMAS si era pensato) si sarebbe potuto rafforzare il bilinguismo, cosa che faciliterebbe oggi l’apprendimento di tutte le altre lingue, come la psico-linguistica ha abbondantemente dimostrato. E invece, chi se lo può permettere, oggi manda i propri figlioli all’estero per apprendere un inglese “non scolastico”. E tutti ci auguriamo che i ragazzi e le ragazze più preparati ritornino in Sardegna, che i cervelli non fuggano. Continueranno su internet le loro ricerche e scriveranno i loro saggi in inglese, dato che l’italiano a questi livelli non basta, ma dovranno anche essere in grado di capire “le forme di vita di cui la lingua sarda è espressione” se non vorranno sperimentare unu disterru a s’incontrariu. Le trasformazioni in Sardegna sono avvenute troppo velocemente per non lasciare ferite. Una di queste è la lingua quasi perduta. Che i sardi non ne avvertano la mancanza o peggio, vivano questa perdita come una zavorra eliminata è preoccupante. L’indifferenza dei politici è grave. Come ha citato anche Eduardo Blasco Ferrer, nel suo recente intervento su queste pagine, il bilinguismo tutelato in Friuli Venezia Giulia, Val D’Aosta, Galles, in Catalogna e, aggiungiamo noi, nel Quebec, nell’Olanda, nella Svizzera e recentemente perfino in Cina, è l’esito della volontà e del gusto di parlare che i popoli esprimono ma è anche l’esito di scelte legislative.

 

Competenze delle Scuole autonome, delle Regioni e dello Stato nella costruzione del curricolo scolastico

Come nel dopoguerra, anche oggi i profondi cambiamenti normativi pongono scelte e responsabilità che si intrecciano per costruire una proposta formativa integrata. Il decreto 275/1999 ha attribuito alle scuole, con l’autonomia funzionale al successo formativo, la titolarità di una quota del 15% del curricolo. Le scuole possono nel limite del 15%, diminuire o aumentare l’orario di una o più materie, introdurre nuove materie e attività.

Nel frattempo le modifiche alla Costituzione introdotte con le leggi di riforma costituzionale hanno trasferito importanti competenze sull’organizzazione del servizio scolastico alle Regioni. Per quanto riguarda l’insegnamento della lingua sarda a scuola, la L.regionale n° 26/97, a richiesta delle scuole e nei limiti delle risorse stabilite, finanzia progetti di valorizzazione della lingua e della cultura sarde.

Ben oltre è andata la Legge nazionale n. 482/’99 che, in attuazione dell’art. 6 della Costituzione riconosce la “lingua” sarda fra le lingue delle minoranze storiche “da tutelare”. L’applicazione della normativa di tutela avviene da parte della Provincia, su richiesta di almeno un terzo dei consiglieri comunali dei rispettivi Comuni.

L’art. 4 della L. naz. 482, recita che “nelle scuole materne… l’educazione linguistica prevede, accanto all’uso della lingua italiana, anche l’uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative. Nelle scuole elementari e nelle scuole secondarie di primo grado è previsto anche l’uso della lingua della minoranza come strumento di insegnamento.” In coerenza con le norme dell’autonomia, nei limiti dell’orario curricolare complessivo definito a livello nazionale, sono le istituzioni scolastiche, anche sulla base delle richieste dei genitori, a deliberare le modalità di svolgimento delle attività di insegnamento della lingua e delle tradizioni culturali delle comunità locali, stabilendone i tempi e le metodologie, nonché le modalità di valutazione degli alunni. I genitori comunicano se intendono avvalersi dell’insegnamento della lingua della minoranza. La legge 53/2003 all’art.2 lett. l  stabilisce che “i piani di studio personalizzati, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, contengono un nucleo fondamentale, omogeneo su base nazionale, che rispecchia la cultura, le tradizioni e l’identità nazionale, e prevedono   una quota, riservata alle regioni, relativa agli aspetti di interesse specifico delle stesse, anche collegata con le realtà locali.” Questo significa che, nel rispetto dell’autonomia metodologica, didattica e organizzativa delle singole istituzioni scolastiche, il curricolo va da queste costruito nel rispetto degli obiettivi formativi definiti dalle Indicazioni nazionali e regionali, insieme finalizzate ad un PECUP rispettoso delle diverse identità.  In quanto riconosce  ai sardi di avere una storia, una cultura e una loro lingua ed il diritto di  tutelarli nella scuola pubblica, risulta evidente che la normativa nazionale è più avanzata sia della Legge reg. 26 che della attuale proposta di legge della Giunta regionale. Compito del legislatore regionale non è solo quello di incentivare le iniziative spontanee delle scuole più sensibili o di sostenere un’editoria finalizzata a fornire sussidi didattici. Il nuovo quadro normativo nazionale richiede che in sede di conferenza Stato-Regioni si concordino le quote di curricolo, per poi definire specifiche “Indicazioni regionali” analogamente a quanto fa lo Stato per la sua quota. Il che apre la grande questione della specifica formazione degli insegnanti. Questo non significa affatto togliere autonomia alle Scuole ma anzi assicurare alla programmazione didattica dei Collegi gli obiettivi formativi e gli strumenti professionali corrispondenti alle specifiche condizioni ambientali e identitarie della Sardegna.