plurilinguismo

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Lingua e Cultura Sarda

Relazione del dott. Enrico Tocco al Seminario di formazione

Liceo Classico “Siotto”- Cagliari

31 maggio 2006

 

                                                             

Introduco  questa relazione partendo dalla  Costituzione del 1948  che contiene  due  passaggi molto importanti  tra i suoi primi 11 articoli    che vanno sotto il titolo di Principi fondamentali.

L’articolo 3,  1° comma che prevede che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge  senza distinzione di sesso, di razza , di lingua, di religione, di opinioni politiche, di  condizioni personali e sociali.

L’articolo 6, che recita “La Repubblica  tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”, approfondisce il tema della lingua di quei gruppi di popolazione che si contraddistinguono dal resto dei cittadini per un tradizionale uso di lingue diverse dall’italiano.

Questo articolo sembra voler  soddisfare un’esigenza di eguaglianza sostanziale, dando  alla Repubblica un ruolo non solo di mero riconoscimento, ma un ruolo di  tutela attiva che deve trovare la sua concretizzazione in un’azione di produzione normativa.

 

L’art 3 e l’art. 6 seppur definiti di natura programmatica, in quanto presuppongono per la loro più completa attuazione una  successiva produzione normativa, sanciscono, per la prima volta in Italia, il  riconoscimento ufficiale per le lingue   diverse dall’italiano  parlate nel territorio nazionale, e, di conseguenza, anche una tutela degli altri caratteri e specificità  di quella parte della popolazione dei quali la lingua minoritaria sia espressione.

La Costituzione affronta il problema in modo completamente diverso da quello utilizzato, nel passato, nel Regno di Sardegna e nel Regno di Italia dopo l’unificazione.

Per questi, la politica era quella dell’imposizione della lingua italiana, dapprima da parte dei Savoia al fine di sradicare il castigliano, poi per  far acquistare maggiore legittimazione al nuovo stato unitario, dimostrando la comunanza di lingua.      

Le leggi in materia di istruzione del nuovo Regno d’Italia, miravano a debellare  il grave fenomeno dell’analfabetismo e dell’arretratezza, attraverso una logica di unicità culturale e linguistica. Per questo non ci poteva essere posto nelle scuole per le lingue minoritarie. Disposizioni e circolari  ne vietavano l’ uso.

Questa posizione  fu accentuata  durante il fascismo e non solo a scuola.

Furono vietate le manifestazioni di teatro dialettale, le tradizionali gare poetiche in sardo.

La lingua infatti  veniva  considerata la componente più qualificante della  nazionalità.

Direttive imponevano ai giornali di non pubblicare articoli e poesie in dialetto e nelle scuole era fatto divieto di parlare nella lingua sarda.

L’articolo 6 della Costituzione rappresenta una linea di demarcazione per lo meno formale tra due contrapposte posizioni dello Stato sulle minoranze linguistiche.

Ho detto  a proposito  “ per lo meno  formale” perché, a parte qualche disposizione che interessa i tre nuclei di alloglotti  della Valle d’Aosta, della  Provincia di Bolzano  e della Venezia Giulia, si è dovuto aspettare 50 anni per vedere atti normativi che in  modo completo e sistemico dessero attuazione alle disposizioni programmatiche della Costituzione.   

Ne è derivato che in questi 50 anni nelle scuole , salvo rare eccezioni, non si è dato spazio alla lingua ed alla  cultura sarda mentre, soprattutto nelle città più grandi, nelle  famiglie i genitori non  hanno parlato il sardo con i figli, per cui  in questi centri le nuove generazioni non sanno  più esprimersi nella lingua sarda.

 

Continuando il nostro escursus normativo

 

Il primo atto  che è  importante ricordare  è un documento del Consiglio d’Europa,   la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie  del 1992 che ha confermato il diritto  ad usare la lingua regionale o minoritaria nella vita privata  e pubblica.

Questo documento ha anche affermato il valore  dell’interculturalismo  e del plurilinguismo, nella consapevolezza che  la protezione  e la promozione delle lingue regionali  o minoritarie,  nei differenti paesi e regioni di Europa rappresenta  un contributo importante  per la costruzione di un’ Europa, fondata  sui principi della democrazia  e della diversità culturale , dentro il contesto della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale.

Tra gli obiettivi che  vengono proposti  dalla carta europea il riconoscimento della lingua minoritaria in quanto espressione della ricchezza culturale, la salvaguardia della medesima lingua, l’incoraggiamento all’uso orale, la predisposizione  di forme e mezzi adeguati di insegnamento e studio della lingua minoritaria.

 

Ma gli interventi normativi più significativi per la Sardegna sono la Legge  regionale  15 ottobre  1997, n. 26  e la Legge nazionale 15 dicembre 1999 n.482.

Dico molto sinteticamente che con la prima la  Regione Sardegna  assume come beni primari  da valorizzare la lingua e con essa la storia , le tradizioni di vita e di lavoro, la produzione letteraria  scritta e orale, l’espressione  artistica  e musicale, la ricerca tecnica e scientifica, il patrimonio culturale del popolo sardo, nei suoi aspetti materiali e spirituali.

 

La seconda norma che ho citato , la Legge nazionale n.482 del 1999, prevede da parte della  Repubblica la promozione  e la valorizzazione  delle lingue e delle culture di  dodici popolazioni  tra le quali  la lingua e la cultura dei Sardi.

 

Vorrei evidenziare che la Legge  all’art.1 afferma che “la lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano”. Un’affermazione di questo tipo manca anche nella Carta Costituzionale.   

E’ importante sottolineare, per quanto riguarda la scuola, quello che  questa Legge  principalmente prevede:

1.                 Per le scuole dell’infanzia e per le scuole di base, accanto  all’uso della lingua italiana, l’uso, della lingua della minoranza per lo svolgimento delle finalità educative e come strumento di  insegnamento.

2.                 Nell’istruzione primaria e secondaria di primo grado esiste   la possibilità da parte  delle scuole   di deliberare  le modalità di svolgimento dell’ insegnamento  della lingua e delle tradizioni culturali   delle comunità locali.

La Scuola può quindi prevedere, all’interno dei suoi curricola, la lingua e la cultura  della Sardegna, ma lo deve fare nel rispetto di alcuni presupposti:

- presenza delle richieste dei genitori

-delibere degli organi collegiali, che dovranno, tra l’altro, prevedere le modalità di svolgimento delle attività di insegnamento, i tempi le metodologie, i criteri di valutazione degli alunni e la modalità di impiego di docenti qualificati

- rispetto dell’orario curriculare complessivo così come definito a livello nazionale

- rispetto degli obblighi di servizio previsti dai contratti collettivi di lavoro

-è ovvio, inoltre, ricordare che deve esserci la riconduzione dell’attività all’interno del POF

E’ importante precisare che il termine “stabilire modalità di svolgimento delle attività”, utilizzato dalla legge, a mio parere, prevedendo spazi specifici per lo studio  della lingua e della cultura locale, apre anche a tutte le diverse impostazioni dell’insegnamento comprese quelle  laboratoriali e trasversali.

 

Per completezza dell’esposizione  cito anche il regolamento di attuazione  della Legge  482,  il D.P.R. 2   maggio 2001, n.  345  dove tra l’altro è previsto che :

- il Ministro dell’Istruzione , prima dell’inizio di ogni anno indichi i criteri generali  per l’attuazione delle misure di cui all’art. 4.

- la possibilità di una sperimentazione da parte delle istituzioni scolastiche

- la predisposizione da parte delle Università e delle Istituzioni scolastiche di percorsi  formativi  specifici per insegnanti, interpreti e traduttori.

Da parte delle Università l’attivazione di corsi universitari di lingua e cultura delle minoranze linguistiche. 

 

Si capisce chiaramente che la Legge regionale  26  e la Legge nazionale  482   hanno dato il diritto di cittadinanza  nella scuola alla lingua ed alla cultura sarda.

 

Queste norme poi vanno messe in relazione con il regolamento dell’autonomia scolastica e con la legge 28 marzo 2003, n. 53.

Il DPR 275 del 1999, il regolamento dell’autonomia, apre ampi spazi di azione fornendo nuovi strumenti organizzativi e didattici.

La scuola dell’autonomia è infatti la scuola del progetto, il progetto didattico ed educativo  coerente con il pieno successo formativo dell’alunno, rapportato alle sue esigenze e alle esigenze del territorio.

 

E’ ancora vigente il Decreto Ministeriale n.  234/2000, che consente  l’utilizzazione di una quota di curricolo pari al limite del 15 % per l’ampliamento di discipline esistenti e l’introduzione di nuove materie.

 

 

La Legge  28 marzo 2003, n. 53 offre nuove ed interessanti opportunità attraverso l’utilizzo dell’orario opzionale, la quota aggiuntiva all’orario obbligatorio (mi riferisco alle 99  ore nella scuola primaria e 198 ore nella scuola secondaria di primo grado) ovviamente  secondo le opzioni delle famiglie e la disponibilità  delle risorse professionali .

La Legge 53 del 2003 offre anche un’altra importante possibilità:  la c.d. quota riservata alle Regioni.

L’orario obbligatorio, infatti, comprende anche questa quota.

In attesa di una specifica regolamentazione si possono soltanto fare delle ipotesi.

Viene da alcuni sostenuto

- che tale quota in sostanza possa sostituire la quota del 15 % previsto dall’autonomia, e questo sarebbe preoccupante perché verrebbe limitata l’autonomia di scelta nelle Istituzioni Scolastiche.

In ogni caso è necessario

- che la Regione  attraverso  atti dispositivi o normativi individui  gli aspetti di interesse specifico della stessa Regione anche collegati con le realtà locali. E’ evidente che la Regione possa esprimere tra i vari interessi proposti , quello relativo alla lingua ed alla cultura della Sardegna, insieme ad altri possibili interessi inerenti la crescita economica e sociale di specifici territori.

In questo contesto con chi deve lavorare o meglio ancora chi può coinvolgere la scuola?

LA SCUOLA NON PUO‘ LAVORARE DA SOLA

Questo è un problema da non sottovalutare.

 La scuola dell’autonomia, così come voluta dalla legge n. 59, la scuola dell’autonomia delineata dal DPR 275 è il soggetto cerniera, il soggetto motore dell’attività scolastica sul territorio.  Non può aspettare né tanto meno subire le iniziative degli altri soggetti del territorio, ma deve farsi promotore  di tutti i progetti didattici.

In questo contesto quindi chi può coinvolgere?

 

1) Intanto deve essere in grado di coinvolgere pienamente se stessa.  In particolare il corpo docente   ed il personale tutto.

Decisiva è l’azione del Dirigente Scolastico. Importante la sua capacità di sapere svolgere quello che oggi viene chiamato “governance” cioè a dire la capacità di gestire rapporti con organi interni ed esterni in relazione ai quali non si ha un potere gerarchico.

 

2 ) E’ auspicabile la creazione di reti di scuole appartenenti allo stesso territorio con le quali progettare e lavorare per pervenire al raggiungimento di obiettivi  fondati su esigenze e contesti  comuni.

Questa strategia consente una migliore utilizzazione delle risorse umane e finanziarie ed azioni che, proprio per il più ampio respiro che le caratterizzano, possono assicurare  maggiormente un riscontro positivo sul territorio.

  3) Occorre  un pieno coinvolgimento delle  famiglie per ottenere la loro condivisione e partecipazione.

In una “materia “ così particolare come la lingua  e la cultura locale importantissimo può risultare  l’apporto della famiglia, l’utilizzo di fonti orali ( fin quando le avremo) il coinvolgimento degli anziani, degli esperti, dei poeti del posto, per provare a ricostruire in un ambiente come quello scolastico situazioni e rapporti interpersonali, che gli attuali nuovi schemi di vita anche familiare non consentono.

4 ) Il  rapporto col territorio è poi elemento indispensabile perché qualunque azione  sulla lingua possa avere concrete speranze di ottenere risultati. E’ quindi necessario trovare le giuste collaborazioni con  gli Enti locali, con enti ed organismi che si occupano di analoghe finalità. Materie come questa di cui stiamo parlando rappresentano, giustamente, patrimonio comune, oggetto di particolare attenzione  per la popolazione e per chi la rappresenta.

 Non si può correre il rischio di lavorare da soli, o, peggio, che ciascuna agenzia del territorio agisca in modo autoreferenziale.  Inoltre sappiamo che la scuola non dispone di sufficienti risorse finanziarie e potrebbe non avere tutte le giuste figure professionali.

5 ) E’ allora auspicabile un patto tra scuole e territorio che definisca , seppur all’interno delle rispettive autonomie e dei propri compiti e fini, modalità ed azioni condivise e partecipate.

Questo discorso ci porta ad un’altra considerazione :

che “occorre una  politica linguistica di cui si possono fare promotori in primis  Regione,Ufficio Scolastico Regionale e Università”

 

Come abbiamo potuto vedere, vi è un ricco e nuovo scenario normativo che si apre per lo studio della lingua e della cultura minoritaria. 

Le disposizioni, lo si legge dai testi,  tutelano, supportano incrementano etc , ma non spiegano il perché ci si debba prendere la briga di aggiungere, integrare, modificare o  rinnovare i programmi e soprattutto cambiare i comportamenti e le abitudini che da 150 anni  dominano la scuola .Quello che la Legge non ha fatto è parlare in modo chiaro dell’utilità che discende all’alunno; se non si evidenziano i motivi, si corre il rischio di vedere la scuola solo dal punto di vista dell’insegnamento, trascurando l’obiettivo primario dell’apprendimento. L’apprendimento di conoscenze, di competenze, unitamente all’acquisizione di valori.

Se si è convinti che la scuola è luogo  privilegiato dove si forma la persona in tutte le sue componenti, allora possiamo capire pienamente l’importanza dell’insegnamento della lingua e della cultura sarda nelle scuole.

Se non partiamo da questo assunto allora l’alternativa di cui ci dobbiamo accontentare è pensare, per quanto riguarda la lingua e la cultura della Sardegna,  ad un’impostazione di tipo  meramente nozionistico/formale, forse  anche impreziosito da un’attenzione  filologica,  farcito dalla emozione che nasce dal passato e dal ricordo e nella peggiore delle ipotesi, appesantito dal folclore. 

 

E qui si inserisce un’altra domanda di fondo.

Perché pensare, discutere, progettare sulla lingua, la cultura e le tradizioni locali in un momento in  cui  è iniziata una corsa sfrenata verso la tecnologia più avanzata, nuovi linguaggi   informatici  e delle  comunicazioni  sostituiscono i precedenti.

Perché focalizzare  l’attenzione  della scuola sulla lingua e la cultura  sarda  in un momento in cui  la società sta diventando sempre più globale, multimediale, ma anche plurietnica e plurirazziale?

Sia chiaro che tutti siamo convinti che la scuola debba fornire  conoscenze e competenze  adeguate alla domanda  che proviene dalla società e dall’Europa, che ci fa nuove richieste.

Che ci chiede:

-dei giovani con elevati  livelli di specializzazione ,

- in possesso di qualifiche  effettivamente spendibili sul mercato del lavoro di tutto il territorio   europeo

- giovani capaci di padroneggiare l’informatica, le nuove tecnologie  dell’informazione e della comunicazione

- preparati  nel problem solving

- formati allo spirito di impresa

Come possiamo allora pensare che un giovane non conosca  bene l’inglese, lingua con la quale si esprimono il mondo dell’economia e della finanza, della scienza e della tecnologia ?

 

Allora diciamo che dal punto di vista linguistico la scuola :

deve  continuare  nel potenziamento  dell’uso e della conoscenza della lingua italiana, che è il primo strumento per garantire l’uguaglianza  sostanziale dei cittadini;

deve consentire una maggiore conoscenza  delle lingue straniere più diffuse

 

Questo non toglie che dobbiamo credere anche  in una scuola in grado di formare, di consentire la crescita completa di persone equilibrate, soddisfatte e pienamente integrate  nella società.

 

La risposta è che crediamo oltre che nella trasmissione dei saperi, che nella scuola debba esistere anche una TRASMISSIONE DELLE EDUCAZIONI E DEI VALORI.

 

Ed è per questo che bisogna  aiutare il ragazzo a costruirsi la propria identità .

L’identità caratterizza il nostro modo di essere, di pensare, di sentire, caratterizza il nostro modo di capire e di interpretare il mondo.

Aiutando il ragazzo a costruirsi  la sua identità,  aiutiamo il ragazzo a costruirsi anche le sue sicurezze.

Questo si deve fare a partire dalle sue radici, aiutando il ragazzo a riconoscere come sua, come risorsa, la lingua della comunità in cui è nato e nella quale vive, recuperando anche attraverso la lingua, la memoria storica e la cultura locale.

 

E questo bisogna farlo fin dalla scuola dell’infanzia , quando si mettono  le basi per la formazione  della personalità;

 quando inizia a maturare l’identità del bambino e del  processo che porta all’autostima , base per una personalità equilibrata.

 

E di questo era ben consapevole il legislatore quando ha previsto all’art  4, primo comma, della legge 482, accanto alla lingua italiana anche l’uso della lingua minoritaria per lo svolgimento delle finalità educative. E questa possibilità, almeno apparentemente, formalmente , non è sottoposta a tutte le condizioni che abbiamo visto elencate nel  secondo comma del medesimo articolo, dove  si tratta  dell’insegnamento della lingua e della cultura nella scuola del primo ciclo come disciplina.

 

Estremamente grave può essere abbandonare  la lingua imparata  e parlata in famiglia, all’ingresso della scuola.

Quasi un disconoscimento per il mondo di appartenenza dell’alunno.

Quasi uno strappo  tra il bambino e le persone, genitori, nonni, parenti.

Una dispersione di una risorsa, la lingua materna, di uno strumento per capire meglio il suo mondo, il mondo , la sua complessità, quelle sfumature, quelle sfaccettature  che talvolta la lingua italiana, da sola, non consente di cogliere.     

 

Occorre sgombrare il campo da un pregiudizio: nessuno vuole far parlare il sardo a chi non lo sa parlare.

Ma nel contempo bisogna uscire dall’altra falsa rappresentazione secondo la quale chi non sa parlare il sardo, come succede soprattutto nei grandi centri, non abbia più la possibilità di studiarlo e praticarlo.

In realtà tutti sappiamo più sardo di quello che crediamo. Usiamo l’italiano con lo schema del sardo.

 

Spesso se osserviamo e ascoltiamo attentamente un  sardo che non  sa parlare  la  lingua locale , soprattutto in un contesto di altri oratori non sardi, ci accorgiamo  subito della diversa impostazione, della diversa costruzione della frase, dell’uso  quasi parsimonioso dei vocaboli che  il  cittadino Sardo  in realtà ha acquisito dalla lingua isolana.

Questo  gli può consentire un approccio più diretto ed agevole nell’eventuale studio o approfondimento che gli fornisca lo strumento linguistico, e , in ogni caso, almeno la possibilità di poter capire, apprezzare un dialogo, uno scritto, una poesia.   

 

Sarebbe importante sottolineare che per chi parla di scuola, di didattica, di crescita valoriale dei ragazzi, può non curarsi di  certe disquisizioni  e discussioni sulla lingua, ….disquisizioni, seppur importanti dal punto  di vista scientifico, glottologico,  non  sempre rappresentano elementi  la cui  risoluzione (non facile, seppur auspicata) sia indispensabile per il buon fine delle azioni che si possono portare avanti nelle scuole.

Appare evidente che è più facile partire dalla lingua e dalle tradizioni del territorio in cui opera la scuola.

Occorre partire dalle radici,dalle radici che  affondano nella nostra storia, la nostra storia locale, nella  ridotta  produzione letteraria in lingua, radici che affondano in una lingua che non si presenta in modo unitario in tutta l’isola,che anzi si presenta in modo polverizzato, tanto che pur all’interno dei grandi filoni notiamo differenze  da zona a zona  e spesso da comune a comune.

Tutto questo rappresenta la nostra cultura, la nostra tradizione, la nostra identità, e non abbiamo alcun bisogno di cambiarle, di cucircene addosso altre se non, ove necessario,  per diversi fini, quali burocratici e amministrativi.

 

Appare quindi ovvio che la scuola nella sua progettualità dovrà partire e lavorare nel contesto sociale e culturale dei suoi ragazzi, dovrà utilizzare ed insegnare la lingua parlata in quel determinato luogo.

 

FORMAZIONE

In una situazione in cui si dovrà  necessariamente lavorare con le  risorse umane attribuite dall’organico in ciascuna scuola,appare evidente l’importanza che assume la formazione degli insegnanti.

 

Ma quale formazione?

Intanto la formazione iniziale, quella per intenderci fatta dall’Università nei corsi di laurea  in scienze della formazione deve prevedere in Sardegna una parte del programma dedicata alla lingua ed alla cultura sarda ed alle relative metodologie didattiche.

 

La formazione in servizio, diretta alla maggior parte dei  docenti  non può essere polverizzata, ma deve essere mirata ad una diretta ed immediata utilizzazione.

Preciso meglio.

Non si possono spendere risorse per una  generica formazione se non ad un livello di riflessione come stiamo facendo oggi.

La formazione deve essere conseguenza di una specifica progettazione di una scuola, di una rete di scuole   di un territorio, che intendono lavorare in tal senso.

Una formazione che privilegi la partecipazione di interi consigli di classe che si sono proposti attraverso progetti approvati dagli organi collegiali della scuola di appartenenza per  insegnare lingua e cultura Sarda o meglio ancora insegnare altre discipline anche attraverso l’utilizzazione della lingua e della cultura sarda.

 

Ed allora, di conseguenza,  vengono a cadere molti dubbi su quale lingua utilizzare, sull’oggetto dell’attività scolastica, sul come coordinarsi, in quanto si parte da un progetto che tiene conto di un territorio, dalle esigenze di quel  territorio espresse anche dagli enti esponenziali e dalle famiglie.

 

Ma soprattutto non si rischia di finanziare  attività di formazione cui non faranno seguito concrete attività didattiche e, di conseguenza, considerata l’esiguità di risorse in cui da sempre si dibattono le amministrazioni che si occupano di  scuola, lasciare fuori quelle persone che vorrebbero cimentarsi, ma non possiedono gli strumenti.

 

Si può dire che è stato raggiunto nella penisola il risultato di una convergenza  verso l’italiano mai prima conosciuta, (95 % della popolazione utilizza correttamente la lingua italiana ) un risultato che è stato pagato a caro prezzo.

 

Oggi che esiste la consapevolezza del valore di una lingua e di una cultura minoritaria.

Oggi che questi principi sono stati recepiti da leggi statali e regionali, incombe su di noi una responsabilità più grande di quella che hanno avuto i nostri predecessori nell’operare le loro scelte, e, se vogliamo, in quel momento potevano avere anche delle motivazioni.

 

Dicevo, incombe la responsabilità di non fare, di  non provare a fare qualcosa, considerando che questa dei nostri bambini potrebbe essere l’ultima generazione che parlerà la lingua sarda.

L’ultima generazione  che sarà in grado di apprezzare pienamente attraverso l’espressione linguistica dei propri nonni  la cultura e la tradizione  che caratterizzano la  Sardegna, e che, soprattutto, sono il fondamento della loro identità.

 L’ultima generazione che potrà utilizzare la lingua sarda come reale strumento di apprendimento, di comunicazione, di crescita  personale  e sociale , ultimo baluardo contro  la   piatta omologazione derivante dalla smemorizzazione e dallo sradicamento.