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La scuola, la lingua e la cultura sarde |
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Diversi mutamenti normativi hanno interessato la scuola italiana[1] e stimolano le istituzioni sarde (Regione, Scuola, EE.LL.) a un’assunzione di responsabilità affinché valorizzino la cultura, la storia e la lingua sarda[2] all’interno del “curricolo scolastico obbligatorio”. A questo punto Rinaldo Rizzi pone alcune domande cui può essere utile rispondere in forma scritta e pubblica, affinché si inizi un percorso di consapevolezza che possa portare il prima possibile al bilinguismo compiuto nella scuola e nella società sarda.
1) Quanto spazio di libertà e di responsabilità politica, istituzionale e sociale è stato finora accolto ed assunto dalle Scuole, dalle forze politiche e dalle Amministrazioni locali?
Poco, troppo poco. Del resto, per compiere una rivoluzione culturale di questa portata occorre formare gli insegnanti in modo sistematico, con strutture e finanziamenti specifici, come avvenuto nei Paesi Baschi. Finora tutto si è svolto grazie alla buona volontà di poche insegnanti illuminate e entro la logica del progetto, castrante in quanto tale.
2) Nel Friuli Venezia Giulia, la Regione, la Direzione dell’Ufficio Scolastico Regionale e l’Università di Udine hanno, dall’anno scolastico 2002/3, concordato e posto in essere un programma di intervento nelle scuole (monitoraggio della domanda, aggiornamento dei docenti, finanziamento e attivazione didattica) per lo sviluppo della rispettiva lingua, friulana o slovena, nelle zone definite dagli EE.LL. (data la complessità della articolazione etno-linguistica). In Sardegna finora tutto è stato lasciato alla libera iniziativa delle istituzioni scolastiche. Non pare sia urgente l’esigenza di recuperare il tempo già perduto?
A me a tanti altri operatori pare non un’urgenza ma una vera e propria emergenza. Evidentemente non è così per la classe politica sarda. Dal momento che non disponiamo di potere politico diretto, non possiamo che limitarci a una politica culturale di movimento e ad azioni di lobbing.
3) Nel dibattito nazionale si vocifera di accorpare/sostituire la quota del 15% riconosciuta all’autonomia scolastica con la futura quota regionale, peraltro da definire. Non parrebbe questo un nuovo arretramento centralistico? Semmai va discussa e concordata in tempi brevi la percentuale, oltre a quella riconosciuta alla Scuola Autonoma, che deve essere riservata alla Regione.
È ovvio. 4) Il problema comunque non è solo politico e culturale generale ma è anche più specificatamente professionale e quindi di fondamentale interesse per la scuola. a) la Scuola deve aspettare dalla Regione le direttive per la tutela della lingua e della cultura sarde o non può invece avviare pratiche diffuse partendo dal suo 15% dell’orario annuale che a lei è totalmente riservato?
La scuola può e deve fare tutto il possibile anche da sola, senza aspettare direttive regionali, che chissà se e quando verranno. Senza considerare che tali direttive potrebbero anche essere un boomerang, se avessero un contenuto non condiviso dalla base. Il problema è un altro: gli organi decisionali della scuola non dimostrano grande volontà di pervenire rapidamente al bilinguismo perfetto.
b) Non spetta innanzitutto alla Scuola avviare un confronto diffuso sui contenuti da inserire negli “obiettivi formativi” del “curricolo regionale” e in quale rapporto sia opportuno questo si ponga con la quota curricolare autonoma della Scuola? Ciò al fine di evitare che la Regione imponga dall’alto, senza un coinvolgimento della scuola attiva, un curricolo regionale.
Certo, ma per un “confronto diffuso sui contenuti” e per un “coinvolgimento” occorrono esperienze, conoscenze e competenze in merito e, nella sua generalità, la scuola sarda, come il resto della società, non le ha certo acquisite. È ovvio che analoghe considerazione possiamo farle per la Regione stessa.
c) L’introduzione della storia e della cultura della Sardegna deve essere svolta come una appendice (un opuscolo da aggiungere al libro di testo nazionale) o deve diventare parte integrante di un modo nuovo, interattivo e globale, di approccio al curricolo storico-culturale?
Malgrado le intenzioni, dettate da assoluta buona fede, questa domanda rivela una forma mentis ancorata a una mistificazione di cui la scuola è stata ed è ancora veicolo. L’Italia è uno Stato plurinazionale e in quanto tale noi educatori non possiamo permetterci un uso disinvolto dell’aggettivo nazionale. In Sardegna, nazionale può voler dire anche sardo, della nazione sarda. Va da sé che affermare la realtà, ossia che la Sardegna sia una nazione (in quanto soddisfa tutti i requisiti previsti a questo proposito dal diritto internazionale), non implica certo una diminuzione della lealtà verso la compagine statale plurinazionale. Per quanto riguarda la domanda, sosteniamo la seconda ipotesi.
d) Il problema della utilizzazione della lingua sarda va assunto come nuova imposizione dall’alto o è opportuno faccia parte di un progetto democratico e organico di riconoscimento della lingua materna a partire dal quale, fin dalla Scuola dell’Infanzia, ci si proponga, insieme al recupero del sardo, una prospettiva plurilinguistica ed interculturale?
Vale la seconda.
5) Rispetto all’attuazione della legge 482/1999, che attribuisce molta responsabilità dell’iniziativa sull’insegnamento della lingua materna a Scuola, alle Province, c’è comunque urgenza di una nuova legislazione regionale, essendo la normativa di “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua nella Sardegna” antecedente (L. reg. del 15.10.1997 n. 26) e quindi superata e inadeguata. Può la discussione esser lasciata solo ai componenti il Consiglio regionale?
No. Inoltre, se il Consiglio Regionale sentisse l’esigenza di aggiornare la L.R. 26/97, ipotesi che al momento non sembra fondata, prima di modificare le prescrizioni per la nazione sarda dovrebbe semplicemente preoccuparsi di dare il buon esempio. Quando la lingua sarda nelle varianti di appartenenza sarà usata quotidianamente nei lavori e nelle dichiarazioni del Consiglio e della Giunta Regionale, il popolo sardo non avrà alcuna difficoltà a riconoscere a questi organi una competenza non solo formale ma anche sostanziale.
6) Si aprono dunque una serie di problemi: - L’introduzione della lingua sarda deve essere una scelta opzionale, facoltativa o una inclusione obbligatoria e generalizzata nel curricolo?
Stiamo parlando di bilinguismo perfetto? Se sì, allora non ci sono dubbi. Inclusione obbligatoria e generalizzata nel curricolo, al pari dell’italiano. Se tra le due lingue lasciamo uno squilibrio, non è più bilinguismo perfetto ma diglossia. E per questa basta l’attuale approccio a progetto.
- Come impostare l’aggiornamento/formazione linguistica, storica e didattica degli insegnanti e riconoscerne la competenza professionale?
Se si hanno le idee chiare sugli obiettivi e la volontà di perseguirli sino in fondo, i mezzi sono un problema di facile soluzione. Ci possiamo riferire al sistema di aggiornamento / formazione seguito dalla classe docente dei Paesi Baschi, ma è solo una tra le tante ipotesi possibili. Prima occorre verificare la risposta alla domanda precedente. Per proseguire con la diglossia e col progettificio, infatti, basta lasciare tutto al volontarismo come si è fatto sinora.
- Come e a chi deputare in Sardegna la predisposizione dei materiali e dei sussidi per l’avvio di questa nuova “era pluralistica e democratica” della istruzione e formazione nel nostro Paese in un nuovo rapporto fra Stato, Regioni e territorio?
Ripeto. Stiamo parlando del bilinguismo perfetto? Allora c’è l’inclusione obbligatoria e generalizzata nel curricolo, al pari dell’italiano. Dunque un obbligo di acquisto dei testi scolastici di lingua e letteratura sarda, oltre che, in prospettiva, delle altre discipline affrontate sempre in lingua sarda. Se c’è obbligo di acquisto c’è un mercato che nasce, ci sarà un’offerta che soddisferà la domanda. Al pari dei materiali e dei sussidi per l’apprendimento e lo studio della lingua e della letteratura italiana.
- Come predisporre la sperimentazione e la valutazione/validazione degli obiettivi e delle proposte di curricoli ad hoc?
Come lo si è fatto per tutte le altre discipline da quando esiste la scuola pubblica. E speriamo anche meglio. Ma perché c’è sempre la presunzione che per la lingua e per la letteratura sarda debba tutto funzionare in modo diverso?
Amos Cardia
Mi chiamo Amos Cardia e ho trent’anni. Dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo Classico “Dettori” di Cagliari, mi sono iscritto in Scienze Politiche. Qui ho studiato nell’indirizzo storico – politico – internazionale e mi sono laureato con la tesi Lingua e politica in Sardegna dal 1720 al 1848. Ho svolto un’intensa attività nello scoutismo assolvendo a varie funzioni didattiche per dieci anni. Ho continuato a studiare la lingua sarda e il bilinguismo, collaborando a distanza con varie riviste e realizzando il primo corso radiofonico di lingua sarda per bambini. Allui su Contu, questo il nome della trasmissione – corso, è stato finanziato per due annualità dall’Assessorato Regionale alla Pubblica Istruzione ed è stato presentato alla Fiera del libro didattico di Bologna – edizione 2004. Ho tenuto dei corsi di lingua sarda per le maestre delle scuole elementari di Iglesias, Sinnai, Esterzili. Con l’associazione I Sardi ho animato il format, diciamo così, Pani, casu e binu a arrasu: in un piccolo ed elegante ristorante si mangiava, si beveva e si parlava a tavola con i docenti di sardo. Ho tenuto dei corsi di sardo per gli studenti dell’ateneo cagliaritano, finanziati dall’Ente Regionale per il Diritto allo Studio. Animo i laboratori di sardo per i bambini della scuola dell’infanzia di Quartu S. Elena e coordino l’Archivio Sardo del Bilinguismo. Sono presenti in Rete diverse mie pubblicazioni e, in libreria, il libro di lettura per ragazzi Apedala dimòniu!.
[1] La legge del 20.12.1999 n. 482 nell’ambito dell’azione di valorizzazione delle lingue parlate dalle minoranze, ha riconosciuto e inserito anche il sardo e il catalano fra le “lingue” usate dalle minoranze storiche, da valorizzare. Il D.P.R. del 8.03.1999 n. 275, ha introdotto nella Scuola la normativa dell’Autonomia, didattica, organizzativa, amministrativa. La Legge Costituzionale n. 3 del 2001 ha dato dignità costituzionale all’autonomia funzionale della scuola, al pari delle altre istituzioni autonome della Repubblica. Il D. Ministeriale del 26.06.2000 n. 234 (art. 3 punto 2) ha affidato il 15% dell’orario scolastico annuale all’autonomia della scuola, quale spazio per una progettazione curricolare indipendente dai dettami nazionali. La Legge del 28.03.2003 n. 53 (art. 2, lett. l) e il D. Leg. del 19.02.2004 n. 59 (art.7, punto1 e 10, punto1) hanno riservato alle Regioni una quota “relativa agli aspetti di interesse specifico delle stesse, anche collegata con le realtà locali” nei P.S.P. (Piani di Studio Personalizzati). [2] Incluso il catalano di Alghero e il tabarkino di Carloforte e Calasetta. |
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