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Perché un’utopia diventi realtà |
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Luigi Berlinguer in un suo interessante articolo, Scuola senz’arte. Ma di parte, apparso su “il manifesto” del 7 c. m. denuncia quelle che sono le carenze più gravi della nostra scuola, eredità – non a caso – di quella impostazione gentiliana che ormai, a quasi cento anni di distanza, nessun governo della Repubblica è stato capace di rimuovere e superare in via definitiva. Nella nostra scuola in effetti non manca solo l’arte, quella “sollecitazione delle pulsioni artistiche che sono in ognuno di noi”, ma “abbiamo anche cancellato Leonardo e Galileo”, afferma Berlinguer, e abbiamo costruito scientemente una scuola in cui l’insegnamento è stato ridotto a pura e semplice trasmissione di nozioni! Non si sollecita la curiosità, non si promuovono esperienze mirate. Il discorso meriterebbe riflessioni più attente. Forse la nostra scuola non è tutta così. Forse non è tutta colpa di Gentile, ma anche di una amministrazione della scuola pubblica più interessata a quieta non movère che a leggere i cambiamenti via via indotti dal sociale e dall’economico, non sollecita a interpretare le indicazioni di una ricerca educativa che, soprattutto dagli anni Sessanta in poi, è stata prodiga di suggerimenti. Un’amministrazione malata di provincialismo, pigra ad aprirsi a quanto accade in Europa e nel mondo per quanto riguarda le politiche educative di ampio respiro, l’economia dell’istruzione. la valutazione di sistema, i ripetuti richiami verso la certificazione delle competenze. Una incapacità che si è manifestata con maggiore evidenza a seguito dei provvedimenti sull’autonomia delle istituzioni scolastiche e dei cambiamenti indotti dal novellato Titolo V della Costituzione. Così, laddove alle istituzioni scolastiche sarebbe spettato il compito di progettare e realizzare curricoli, ed alla amministrazione di dare un là lungimirante ad una vision e ad una mission, di redigere quelle norme generali e quelle indicazioni nazionali, in considerazione di un riassetto complessivo della gestione dell’istruzione, dando vita a quella cosa che si chiama governance e che non dovrebbe essere più l’occhiuto government di sempre, si è verificato invece quel sonoro patatrac di cui paghiamo tuttora le conseguenze e dal quale stentiamo ancora ad uscire! E forse non è tutta colpa della Moratti! Ad un politica retriva ha fatto da spalla una amministrazione indolente! E’ un discorso che, in effetti, riguarda tutta l’amministrazione pubblica. Vi è un’estrema esigenza di dar vita ad un reale processo di decentralizzazione dei poteri dal centro alla periferia, che invece procede a singhiozzo, per l’incapacità – anche se non vanno dimenticate le oggettive difficoltà – da parte dei soggetti politici responsabili, di assegnare a ciascuno ciò che è suo, in termini di competenze e di gestione: ciò che spetta allo Stato, ciò che spetta alle Regioni, agli Enti locali, ai cittadini stessi. In effetti, quei principi di solidarietà, sussidiarietà, coesione, differenziazione, adeguatezza, equità, responsabilità, che compaiono così forti ed impegnativi nella Costituzione del 2001, sembrano ancora vaghe astrazioni più che i nuovi criteri ispiratori per una gestione veramente democratica e partecipata della res publica. Tutto ciò che Berlinguer lamenta è più che corretto, ma… A mio vedere, la sua denuncia accorata dell’esistente non può non andare oltre! Berlinguer conclude il suo discorso con questi passaggi: “Si può considerare compito facile fare apprendere tutti, e tanto, e bene? Conciliare equità socio-culturale e qualità? Un tempo si sarebbe detto: ma questa è un’utopia. Sì, è un’utopia, di quelle che si possono realizzare però, di quelle che talvolta i rivoluzionari si sono impegnati a realizzare… La via che propongo è obbligata: bisogna volerla perseguire, liberandosi del vecchio armamentario educativo, e sapendo che è una via non breve. Ma è necessaria”. Di qui, allora, il tema del “come”: dall’utopia dei rivoluzionari al progetto dei riformisti, alla realizzazione, giorno dopo giorno, di una strategia di innovazioni continue. Perché siamo già al di qua del sogno dei rivoluzionari Certamente la strada non è ne breve né facile! Oggi possediamo gli strumenti per dare avvio ad un serio processo di rinnovamento dell’intero nostro Sistema educativo nazionale di istruzione (e non aggiungo di formazione per non tirare in ballo le competenze delle Regioni). Le nuove indicazioni nazionali per il primo ciclo individuano e tracciano un curricolo che si sviluppa in verticale lungo tre aree: a) linguistico-artistico-espressiva; b) storico-geografico-sociale; c) matematico-scientifico-tecnologica. Le linee guida per l’innalzamento dell’obbligo di istruzione individuano e tracciano uno sviluppo curricolare che, pur mantenendo inalterati gli ordinamenti degli attuali bienni – com’è noto, le Indicazioni nazionali del secondo ciclo dovranno essere prodotte per l’anno scolastico 2009/10 – individuano e definiscono competenze curricolari terminali afferibili a quattro assi culturali: a) dei linguaggi; b) matematico; c) scientifico-tecnologico; d) storico-sociale. Inoltre, l’assoluta novità che riguarda la conclusione dell’intero obbligo decennale è l’individuazione di un insieme di competenze chiave per la cittadinanza attiva che tutti i nostri giovani sono tenuti a raggiungere. Si tratta di competenze indicate nella Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006, valide per tutte le istituzioni scolastiche obbligatorie degli Stati membri, competenze che, per quello che riguarda il nostro Paese, sono state opportunamente curvate alle specificità della nostra cultura e del nostro Sistema di istruzione. Due sono almeno gli elementi fondanti delle innovazioni in atto: a) la verticalità di un curricolo dai tre ai 16 anni di età: b) l’orizzontalità sottolineata da una riaggregazione delle conoscenze, dei saperi e delle competenze in aree fortemente pluridisciplinari. Con la prima scelta si rompono quei diaframmi che da sempre hanno caratterizzato i passaggi da un grado all’altro dell’istruzione. Con la seconda si rompe quella rigidità della divisione tra una disciplina ed un’altra, divisione che negli ultimi decenni è stata messa fortemente in discussione sia dalla ricerca epistemologica sia da quella sulla natura stessa dell’apprendimento nonché dalla realtà di un mondo del lavoro in cui sempre più si richiedono conoscenze e competenze di natura pluri- e transdisciplinari. Se poi pensiamo all’insofferenza dei preadolescenti e degli adolescenti al tempo scuola dei quadri orari prescritti dagli obsoleti programmi ministeriali, si evince che la strada oggi tracciata, e che dal prossimo settembre dovremo intraprendere, è l’unico percorso possibile. Da queste scelte di fondo dovranno discendere altre iniziative di carattere ordinamentale e contrattuale. Chi lavora da anni con gli insegnanti sa benissimo quanto sia difficile, ad esempio, avviare una progettazione modulare o criteri avanzati di valutazione, non tanto per difficoltà intrinseche o per l’indisponibilità degli insegnanti, quanto, invece, per un’organizzazione della didattica assolutamente ostativa: scansioni orarie rigidamente disciplinari, voti e pagelle ancora di norma nelle secondaria di secondo grado. Sono solito dire che, se vogliamo realizzare la scuola delle tre C, conoscenze (che non siano nozioni, ovviamente), capacità e competenze, dobbiamo liberarci, almeno, di altre tre C, la cattedra, la classe e la campanella! Queste tre C costituiscono un insieme che riflette puntualmente quel tipo di insegnamento che Berliguer critica duramente e che va assolutamente liquidato. Insegnamenti ed insegnanti non possono più essere assegnati a “quelle” classi e secondo “quegli” orari centralmente stabiliti (ha poca importanza la distinzione tra scansione settimanale e monte ore annuale), ma all’istituzione scolastica e/o a quella rete di scuole. Aggregare gli alunni per rigide classi di età è funzionale solo ad una progressione temporale fatta di promozioni o ripetenze. E’ possibile, invece, procedere ad aggregazioni diverse, che potrebbero anche avere una durata diversa da quella annuale. Dar vita a gruppi di lavoro intercambiabili, pur sempre rispettando quelle socializzazioni spontanee che sono tanto importanti per lo sviluppo/crescita di un bambino, di un preadolescente, di un adolescente nel suo gruppo dei pari, è assolutamente possibile. E si tratterebbe di gruppi che percorrerebbero diverse attività laboratoriali in aule non tutte eguali ed anonime, ma diverse per ciò che vi si apprende, quindi specificamente attrezzate. Per far ciò occorrono altre due condizioni: a) che l’orario di servizio degli insegnanti sia organizzato in modo tale che non sia tutto speso nel vis à vis con gli alunni, ma che preveda di norma anche i tempi per tutte le attività di progettazione collegiale, di produzione di materiali didattici dedicati (oltre il libro di testo, verso la “biblioteca” di internet ed il “fare” consentito dalle tecnologie); b) che sia garantito quell’organico funzionale alle esigenze documentate ed accertate che le istituzioni scolastiche di volta in volta avanzeranno. Concludendo, rendere flessibile e più agréable il tempo scuola ora si può. Dobbiamo riuscire a dare alle istituzioni scolastiche in via prioritaria due certezze: a) chiarezza sugli obiettivi di apprendimento che gli studenti debbono raggiungere al termine di ogni ciclo; b) sostegno nella gestione della loro autonomia. Il tutto, ovviamente, rimanda a scelte prioritarie per quello che riguarda la spesa per l’istruzione, nei fatti e non nelle dichiarazioni di principio che da anni non hanno avuto alcun seguito. Sono soltanto indicazioni sommarie, ma fattibili nei tempi distesi che l’innovazione sperimentale che avrà inizio a settembre consentirà. Sono modalità di lavoro che renderebbero più attente e più efficaci le attività di insegnamento e ridurrebbero drasticamente il fenomeni della dispersione e quello che con parola impropria, a mio vedere, viene definito bullismo. Indicazioni che renderebbero anche possibile “dare” a ciascuno alunno secondo le sue potenzialità, capacità, attitudini, domande implicite. Insomma, quello che Berliguer è solito chiamare “da tempo il Diritto al Successo Educativo per tutti” – e che nel Regolamento sull’autonomia leggiamo come “successo formativo” – può essere garantito a ciascuno, perché quando una utopia è veramente una insana Utopia – nel senso erasmiano del termine – può e deve diventare una sana e produttiva Realtà.
Roma, 15 luglio 2007 Maurizio Tiriticco
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