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Maurizio Tiriticco ha letto Angela Spinelli, “Un’officina di
uomini, la scuola del costruttivismo”, Liguori editore, Napoli,
2009.
Non è un caso che l’autrice intitoli la prima parte del suo libro
con l’interrogativo “Perché apprendere ad apprendere”. E non è un caso
che apprendere ad apprendere costituisca una delle competenze chiave più
significative per l’apprendimento permanente, indicateci dall’Unione
europea. E non è neanche un caso che tale competenza sia stata assunta
dal nostro Paese come la prima da acquisire da tutti i nostri giovani al
termine dell’istruzione obbligatoria, come recita il dm 139/07. In
effetti, se è vero che oggi viviamo nella cosiddetta società della
conoscenza, è anche vero che il conoscere, l’apprendimento continuo di
ciascun cittadino costituisce sia un dovere che una necessità: un dovere
civico di ciascuno e una necessità sociale per tutti.
“Primum vivere, deinde philosophari”, dicevano gli antichi e certamente
è vero che la lotta per la sopravvivenza non guarda troppo per il
sottile, per cui il pensare, il ragionare può diventare un otium
contrapposto al quotidiano e necessario negotium, il darsi da fare… per
sopravvivere! Nella società della globalizzazione il bene materiale non
manca – comunque sembra non mancare – e il bene immateriale ha preso
prepotentemente il suo posto. E il pane di oggi è l’intelligenza, la
conoscenza, sia a livello collettivo sociale che a livello individuale.
Non è un caso che la scuola da ente chiuso e riservato a pochi è
diventata una palestra aperta a tutti, e dalla culla alla tomba come
sogliono dire i cultori dell’Educazione permanente.
Quindi, oggi, lo sviluppo della intelligenza e della conoscenza è
diventato il leit motiv di ciascun nuovo nato, una divisa che lo
accompagnerà per tutta la vita. In tale scenario da parte della ricerca
si è sviluppata una nuova e più mirata attenzione al problema della
conoscenza e dell’apprendimento in ogni fascia di età. Per molti decenni
agli inizi del secolo scorso abbiamo ascoltato la lezione dei
behavioristi, poi quella dei cognitivisti e oggi connettivismo e
costruttivismo la fanno da padroni. Il fatto è che siamo oggi riusciti a
entrare in quella black box del nostro cervello – cosa impossibile fino
a qualche decennio fa – per cui sappiamo molte più cose di come l’essere
umano conosce, apprende, pensa, elabora, progetta, inventa. E abbiamo
anche superato quella secolare barriera che ha sempre diviso il cervello
dal cuore, la ragione dall’affettività e sappiamo come e perché sia pur
sempre il nostro sistema cerebrale il fattore primo del nostro pensare,
sentire e agire.
La scelta del costruttivismo da parte dell’autrice non è affatto
casuale. Il fatto è che conoscere non è tanto e solo acquisire
informazioni, quanto invece organizzarle, archiviarle, se si vuole, in
più mappe di significati che sono la risultante di continue interazioni
tra il soggetto che cresce e apprende e altri soggetti importanti (dai
genitori agli insegnanti ed altri attanti significativi) nonché tra il
soggetto e quella realtà di cui fa costante e quotidiana esperienza.
L’approccio costruttivista implica anche una lettura nuova e diversa
dell’esperienza dell’apprendere. Afferma l’autrice: “Poiché la società
della conoscenza è caratterizzata dall’obsolescenza e dal contemporaneo
incremento del sapere, agli individui è richiesto un aggiornamento
costante, una forma mentis che consideri l’apprendimento una risorsa e
non un obbligo. Imparare ad imparare è la prospettiva che meglio può
corrispondere alle richieste della società della conoscenza” (p. 30). E
di qui un successivo e importante passaggio: “La natura altamente
relazionale della network society richiede anche di saper mettere in
relazione, in rete, conoscenze, persone, processi” (p. 30).
Qui è il clou del pensiero dell’autrice e dello scopo del volume. La
Spinelli è ricercatore di tecnologie didattiche, ma anche attenta
studiosa di processi cognitivi. Il suo intento è quello di ricercare e
dimostrare come le tecnologie non costituiscano solo un supporto nuovo
per i processi di apprendimento o un valore aggiunto puramente
strumentale, bensì una risorsa del tutto nuova, necessaria e
imprescindibile per promuovere processi di apprendimento che degli
apporti costruttivisti possano fare tesoro. Di qui muove tutta la
seconda parte del volume, interamente dedicata a illustrare la natura e
i fini del costruttivismo in un ambiente pedagogico. I richiami vanno a
Piaget e a Vygotskij, e a Popper anche come padrini inconsapevoli, ma
non troppo, di quella ricerca che ha visto poi in Watzlawich, Maturana,
Varela, Luhmann il maturarsi del pensiero costruttivista.
Il legame che può correre, che corre in effetti, secondo l’autrice, tra
l’uso delle tecnologie, i media e il web, nella pratica didattica e la
sollecitazione di una pedagogia che potremmo chiamare costruttivista, è
molto forte. L’autrice ci ricorda come l’abbecedario che Comenio affidò
alle stampe nella seconda metà del ‘600 già sollecitasse nel suo piccolo
quell’approccio multimediale (immagini più testi più riproduzione
scritta di suoni) che avrebbe stimolato nuove forme di apprendere e di
costruire conoscenze e, in seconda battuta, nuovi modi di fare scuola
(p. 105).
Di qui le ragioni del titolo del volume, “Un’officina di uomini!”. Una
scuola officina dove chi insegna, coloro che insieme devono insegnare,
siano in grado di adottare metodi che vadano oltre, se non cancellino,
la lezione a cui da sempre siamo abituati! E costruiscano soprattutto
quelle attività laboratoriali – suggerite anche dal riordino oggi in
atto nella nostra scuola – nelle quali la peer education, il cooperative
learning, il superamento della tradizionale unidisciplinarità consentano
di progettare e lavorare per moduli e costituiscano il polmone pulsante
dell’intero tempo scuola.
In tale ottica le tecnologie avanzate costituiscono un’opportunità
irrinunciabile. E ancora: “Per condurre un lavoro ispirato alle teorie e
alla psicopedagogia costruttivista occorrono competenze di natura
relazionale, oltre che disciplinare, tanto ai docenti quanto agli
studenti. I primi devono confrontarsi con questioni nuove e complesse
(la conduzione del gruppo come forma di insegnamento; le diverse
intelligenze; la motivazione; l’esigenza di una collaborazione tra i
responsabili dell’azione formativa; le nuove forme relazionali attivate
dall’uso delle recenti tecnologie; la valutazione) da gestire più come
tutor che come esperti disciplinari. Agli studenti viene richiesta una
faticosa partecipazione all’attività didattica, un protagonismo
formativo al quale non sono abituati, una responsabilità individuale e
collettiva della capacità di comunicazione e di gestione relazionale, un
senso di appartenenza e di leale condivisione con il gruppo dei pari”
(p. 103).
Insomma, tecnologie e tensione costruttivista possono costituire la
chiave di volta per trasformare lo spazio/scuola, spesso sinonimo di
noia, in una reale officina dove insieme si insegna e si apprende e
insieme si costruiscono uomini, in grado di misurarsi con una società
sempre più problematica, sempre più complessa! La quale, però, non
dobbiamo limitarci a conoscerla, ma anche e soprattutto a cambiarla!
Una sfida non da poco, ma che noi che insegniamo dobbiamo sapere
accettare!
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