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L’agenda di Giancarlo… ed oltre! |
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L’amico Giancarlo Cerini, in una sua recente proposta sul sito di Edscuola per Una riforma “utile” e “sostenibile” per il nostro Sistema di istruzione, propone un’agenda di possibili iniziative, tra le quali risultano, testualmente: - il rafforzamento del concetto di formazione di base, ridando respiro agli istituti comprensivi (sono ormai il 50% delle scuole) e comunque scommettendo sul curricolo verticale dai 3 ai 14 anni, anche per le singole discipline (offrendo condizioni reali di ricerca, sperimentazione, formazione ai docenti più interessati); - lo sviluppo di “poli formativi” per la scuola secondaria superiore, in forma di campus, che potrebbero diventare una soluzione organizzativa dal basso, in grado di stemperare la stratificazione sociale delle nostre scuole (ormai scelte sulla base del ceto sociale dei genitori) e rilanciare la piena dignità formativa dei percorsi scientifici, tecnici, professionali. Mi sorprende il fatto che il curricolo verticale debba interessare soltanto i 3-14 anni di età e non, invece, l’intero percorso obbligatorio che va dai 3 ai 16 anni. Insisto su questo punto perché per troppi anni, ed esattamente dal 1962 – anno dell’istituzione dell’obbligo decennale – al 2007, abbiamo aspettato esattamente 45 anni per procedere alla stesura di Indicazioni per un curricolo verticale e progressivo che va dalla scuola dell’infanzia alla conclusione dell’attuale primo ciclo di istruzione. Quanti anni dovremo aspettare ancora per dar vita ad un curricolo che giunga all’intera conclusione del ciclo dell’obbligo? E’ questo, e soltanto questo, l’effettivo primo ciclo di istruzione! So benissimo che a tutt’oggi, sotto il profilo formale, il nostro sistema di istruzione è ancora strutturato in un primo ciclo che si conclude ai 14 anni, ed un secondo che si conclude a 19 (anche se in quasi tutti i Paesi membri dell’Unione europea la conclusione è a 18 anni); e che l’esame della scuola media non si può abolire perché la Costituzione prevede che alla fine di ogni ciclo ci sia un esame di Stato! Ma che aspettiamo a rivedere un ordinamento formale che riguarda il passato e che non corrisponde più ad un’esigenza curricolare che va in tutt’altra direzione? Non dimentichiamo che, allo stato attuale, il biennio obbligatorio non ha carattere di terminalità, ma di orientamento alle successive scelte che l’intero Sistema di istruzione e di formazione professionale offre. Ma in effetti nessun orientamento concreto può essere praticato con successo se l’obbligato, lungi dall’essere orientato, è tenuto solo a pagare i suoi debiti. Così all’orientamento si sostituisce solo una rigida propedeuticità e l’obbligato è tenuto a passare da una tipologia di biennio al triennio corrispondente. Lo si costringe ad una verticalità, invece di aiutarlo, grazie ad una orizzontalità con l’offerta di più opzioni. E’ bene ricordare che la precedente attuazione dell’obbligo fino ai 15 anni di età (la legge 9/99, abrogata dalla Moratti) prevedeva nel regolamento attuativo (dm 323/1999) un’ampia possibilità di passaggi orizzontali, passaggi che attualmente non sono operanti. Se a queste difficoltà aggiungiamo il fatto che, a partire dal giugno del 2009, la certificazione delle competenze acquisite sarà rilasciata solo a domanda dell’interessato (art. 4, c. 1 del dm 139/07) e che a tutt’oggi il Ministero non ci ha fornito il relativo modello di certificazione (art. 4, c. 3 del dm 139/07), ci rendiamo conto che a richiederla saranno solo gli obbligati che non intendono proseguire nei trienni corrispondenti, ma che escono dal sistema di istruzione. Di fatto, saranno gli alunni più “deboli” ad essere certificati! Il che rischia di abbassare tutta la valenza che, invece, l’innalzamento dell’obbligo deve avere! Per queste ragioni, mi sembra che il ragionamento di Giancarlo non entri del cuore del problema e rischi di sollecitare l’amministrazione alla conservazione dell’esistente, pur se con qualche opportuna innovazione. Queste osservazioni, comunque, non tolgono nulla alla necessità di dar vita a poli formativi che investano non solo i bienni, i quali però dovrebbero essere effettivamente unitari, articolati e orientativi, come abbiamo sempre detto e scritto, ma anche i successivi trienni nelle loro attuali tipologie e con quegli aggiustamenti che si renderanno necessari. Di fatto, a mio giudizio, dovremmo dar vita a bienni che, da un lato siano fortemente inclusivi per alcune discipline portanti, come la lingua e le lingue, lo sviluppo logico-matematico, la dimensione spazio/temporale, l’apporto trasversale ma significativo delle tecnologie e dell’educazione alla cittadinanza attiva, dall’altro offrano un ricco ventaglio di discipline opzionali in grado di favorire propedeuticità ordinamentali e scelte individuali. In un simile contesto di attività e di scelte, che imporranno veramente anche attività fortemente modulari e laboratoriali, l’esercizio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche sarà fortemente sollecitato. Il “ragionare”, il “progettare” e il “fare” per “reti di scuole” (art. 7 del dpr 275/99) costituirà un passaggio obbligato, in un contesto di scelte in cui ci si potrà anche avvalere dell’apporto della formazione professionale, salvo il fatto che la barra del timone debba essere pur sempre dell’istruzione. In una logica di questo tipo, l’intero primo ciclo (e lo stesso concetto di “comprensivo” richiamato da Giancarlo) si espande fino ai 16 anni di età. Altre scelte, a mio vedere, non sono possibili, se non con grave nocumento nei confronti dell’intera operazione di un obbligo di istruzione che sia veramente decennale. Se non si ragiona in questi termini, il rischio è che continueremo ad aeternum a conservare un esame di licenza media che non ha più alcun valore né fattuale né formale, perché il primo “titolo di studio” richiesto in Italia e nell’Unione europea è la certificazione dell’obbligo di istruzione. Il passaggio tra la terza classe di una scuola che ancora continuiamo a chiamare secondaria di primo grado ad un biennio che ancora continuiamo a considerare iniziale di una scuola secondaria di secondo grado fa a pugni con quelle necessità di educazione, istruzione e formazione che sono richiamate dall’articolo 1 del dpr 275/99 e che oggi sono sul tappeto europeo e di tutti i Paesi ad alto sviluppo. Si tratta di superare quel passaggio tra una “secondaria di primo grado” ad una “secondaria di secondo grado” che non è solo un pasticcio linguistico, ma continua a tenerci ancorati ad un passato ordinamentale che non esiste più se non nelle carte della nostra obsoleta legislazione scolastica e nelle testa dei nostri amministratori! Insomma, questo aureo libretto intitolato Indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo di istruzione, dovrebbe includere anche la fascia di età 14-16 anni. Lo sviluppo dei dieci anni obbligatori non deve riflettere e replicare tout court lo sviluppo della storia della nostra scuola. Questo, purtroppo, è un vizio antico! Ricordiamo che nel 1962 ad una scuola elementare è stata “aggiunta” la media di Bottai, unificata con l’avviamento ricostituito nell’immediato dopoguerra; e che nel 2007 alla media del ’62 è stato “aggiunto” un biennio che viene addirittura dal 1923! Lo sviluppo decennale, se deve essere vincente, deve riflettere soltanto lo sviluppo reale dei nostri bambini, preadolscenti e adolescenti dell’hic et nunc! Non bisogna attaccare pezzi di scuola, ma costruire percorsi! Ce lo insegna la teoria del curricolo! Può interessare sapere che, per quanto riguarda l’istruzione obbligatoria, alcuni Paesi europei hanno optato per un percorso continuo (tra parentesi gli anni di inizio e di fine obbligo): Danimarca (7-16), Estonia (7-16), Finlandia (7-16), Lettonia (5-16), Portogallo (6-15), Slovenia (6-15), Svezia (7-16). Altri Paesi hanno optato per due cicli: Cipro (5-15), Greca (6-15), Lituania (7-16), Lussemburgo (4-15), Malta (5-16, Romania (6-16), Scozia (5-16), Spagna (6-16). Altri ancora hanno optato per tre cicli: Austria (6-15); Belgio (6-18), Francia (6-16), Germania (6-16); Irlanda (6-16), Paesi Bassi (5-17), Polonia (6-16), Inghilterra (5-16), Galles (5-16), Irlanda del Nord (4-16). In taluni casi gli ultimi anni possono effettuarsi anche nella formazione professionale. Insomma la gamma delle scelte è molto vasto. Per quanto riguarda il nostro Paese, a mio giudizio, una possibile opzione potrebbe essere quella del cinque più cinque, dai 6-7 anni di età ai 10-11, e dagli 11-12 ai 15-16. Grosso modo, rifletterebbe le fasi dello sviluppo dall’infanzia all’adolescenza e permetterebbe di superare definitivamente quella eredità che da sempre differenzia – se non contrappone – una scuola “elementare” da una scuola “media” e da una scuola “superiore”, come siamo soliti ancora chiamarle! Ma a questo punto il discorso è tutto aperto! Bisogna affrontarlo! Ma quando? Il tutto è alla sensibilità del Ministro, che sembra molto attento all’ascolto… e – penso – alla decisione rapida ma ponderata! Allora, si apra una discussione seria su questi temi. I nostri ragazzi non possono attendere molto! Il mondo cammina più velocemente delle nostre discussioni!
Roma, 5 giugno 2008 Maurizio Tiriticco
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