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  Ricordo di Elisa Nivola: una pedagogista sarda  

 

Nella civiltà contemporanea “il parlare” è una dote abbastanza diffusa mentre scarseggia la capacità di ascoltare. Forse perché in un mondo in cui “troppi si sentono nessuno” il parlare diventa paradigma dell’esserci dell’apparire celando, spesso faticosamente, il vuoto. Lo stesso non si può dire di Elisa Nivola che ha sempre fatto della capacità di ascolto la sua ricchezza.

Questa pedagogista sarda, allieva prima ed assistente poi di Aldo Capitini, unisce a questa straordinaria capacità di ascoltare, forse soprattutto quando non era d’accordo con chi stava parlando, un impegno costante verso la non violenza che la pone  all'avanguardia della lotta non violenta per l'indipendenza, nella prospettiva gandhiana dell'Hind Swaraj, che rivendica la liberazione da ogni forma di sfruttamento coloniale e dall'oppressione delle servitù militari, difendendo la propria identità e avviando un programma di ricostruzione della vita comunitaria. Su questo tema è ancora in libreria il volume scritto insieme a Maria Erminia Satta Tessiduras de Paghe“.

La sua visione della vita “religiosamente laica”, come scrive Dionisio Pinna della comunità di Sestu sull’Unione sarda, e la sua esperienza nella scuola popolare di S. Elia, che ricorda da vicino l’esperienza di Don Milani, ne esaltano il suo impegno sociale e civile.

Il MCE della Sardegna, che la ha sempre sentita vicina, la ricorda come una grande pedagogista di cui forse non è ancora stato detto tutto.

 

 
 
MEMORIA. ELISA NIVOLA: 
ESPERIENZE E RIFLESSIONI DEL MOVIMENTO DI
COOPERAZIONE EDUCATIVA IN SARDEGNA (2003)
 
 
 
 
[Dal sito del Movimento di cooperazione educativa (www.mce-fimem.it)
riprendiamo il contributo di Elisa Nivola alla X Assemblea del Movimento di
cooperazione educativa (Mce) sardo, Bosa 2003.
 
Elisa Nivola, amica della nonviolenza, pedagogista, allieva e collaboratrice
di Aldo Capitini, autrice di varie importanti pubblicazioni, suscitatrice di
iniziative di coscientizzazione e di solidarieta', una luminosa figura della
nonviolenza in cammino; e' stata docente di pedagogia alla facolta' di
Magistero dell'Universita' di Cagliari dai primi anni '60 alla fine degli
anni '90, sempre attivamente impegnata nel promuovere e diffondere la scuola
attiva ed aperta, l'educazione degli adulti, le pratiche della democrazia
partecipata, della nonviolenza e dell'educazione progressiva, la lingua e la
cultura sarda come forma di identita' aperta e cosmopolitica. E' deceduta
pochi giorni fa. Tra le opere di Elisa Nivola: Profilo storico
dell'educazione popolare in Sardegna, 1973; La condizione giovanile in
Sardegna, 1981; Educazione e societa' in Sardegna, 1983; Pedagogia e
politica nella "questione sarda", 1992; (con Maria Erminia Satta),
Tessiduras de paghe, 2006. Su Elisa Nivola si veda il ricordo di Daniele
Barbieri in "Voci e volti della nonviolenza" n. 151]
 
Nella scuola statale italiana, burocratica e prescrittiva, segnata
dall'ideologia del conformismo e dell'egoismo individuale e sociale, non
ebbe - non poteva avere - accesso e diffusione il Movimento di Cooperazione
Educativa; ne' la sua pratica a livello adulto, ne' le sue articolazioni sul
campo dell'innovazione, della ricerca e della didattica attiva influenzarono
quel "senso comune scolastico" che pur si qualificava "educativo e
democratico" nei documenti ufficiali (basti pensare, esemplificando, alle
solenni dichiarazioni di principio: "formare l'uomo e il cittadino", sempre
presenti e reiterate nelle "introduzioni" ai programmi ministeriali della
scuola di ogni ordine e grado).
Le dichiarazioni di principio, l'enfasi posta nell'affermazione della
costituzionale "uguaglianza di opportunita'" nel diritto e nell'accesso
all'istruzione, la formula dell'educazione civica collegata alla storia come
materia d'insegnamento, e pur in tal senso disattesa e ignorata, mai sono
valse, nel corso del cinquantennio repubblicano e tuttora, a costituire vero
"principio educativo", a garantire il nesso istruzione-educazione, talvolta
enunciato come contrassegno della scuola di base, e rigettato per la
secondaria in nome di un preteso primato dell'istruzione (soggiacente e
spesso emergente nella mentalita' dei docenti di quel livello scolastico:
"io insegno la mia disciplina e non mi curo d'altro - l'altro non mi
compete").
Forti stereotipi (resistenti all'influenza di enunciati pedagogici ed
etico-politici rivolti ad altri modi democratici e scientifici di intendere
e fare scuola, ad altre forme e strutture di organizzazione del sistema
scolastico) hanno segnato e segnano la scarsa socialita' (o
l'antisocialita'?) della scuola italiana, marcando con l'ideologia
conservatrice la forma e la struttura gerarchico-autoritaria specie nel
corso degli anni '50-'70, e la mercantilizzazione degli anni successivi
esposta nel disegno della scuola-impresa, scuola-azienda, fino alla recente
implosione delle due componenti, per cui si parla ancora di "scuola
dell'obbligo" mentre alla scuola si chiede di "farsi propaganda", trovare
"sponsor", correndo verso la deriva della privatizzazione, ammantata di
"autonomia": dove si tocca veramente il fondo di una antidemocratica e
antiscientifica mistificazione.
Su questo sfondo di amare vicende e di forte connotazione antieducativa, che
avvilisce il rapporto scuola-societa' in una dimensione sociopolitica che
non e' piu' di stato-nazione (d'impronta ottocentesca) ma e' giunta a forme
di statalismo deteriore, sempre piu' offensiva delle premesse e proposte
democratico-costituzionali di Stato regionalista e federalista, si
collocano, nella ricognizione storica, le forme di ribellione e agitazione
legate ai piu' generali movimenti di protesta - operaia, studentesca,
femminista - presenti fra gli anni '60 e '70, che misero in discussione le
forme e i contenuti, i metodi e le finalita' del sistema scolastico e
universitario, e vi si colloca la cosiddetta "stagione delle riforme",
caratterizzata, con l'emanazione di Decreti Delegati e l'istituzione di vari
organi collegiali, da un'intenzione di "pace sociale" e di contenimento
delle rivendicazioni piu' radicali, ma non da pari efficacia
nell'orientamento democratico attivo-educativo della scuola.
L'indirizzo verso la democrazia scolastica si presentava ambiguo e
velleitario sia per la sottostante resistenza delle strutture
burocratico-ministeriali, sia per la scarsa attitudine e motivazione
all'impegno della classe insegnante(caratterizzata da un medio "basso
profilo culturale"), sia per l'insipienza di un'opinione pubblica ben
lontana dal pur ostentato profilo della "comunita' educante", in realta'
attraversata dal conflitto fra genitori e insegnanti, che nelle sue varie
componenti riverso' negli organismi collegiali elettivi la faziosita' delle
connotazioni ideologiche, sotto la spinta degli enti rappresentanti la
scuola privata, e spesso con la connivenza di partiti e sindacati. A riprova
degli equivoci, e delle varie strumentalizzazioni con cui fu compromessa
l'istanza di un'autentica, efficace riforma della scuola, valga il
riferimento all'assidua, puntuale analisi critica e alle ferme proposte
alternative riferite all'organizzazione dei nuovi organismi (in particolare
al Distretto scolastico, v. Visalberghi) dalle due piu' autorevoli riviste
di cultura pedagogica, "Scuola e citta'" e "Riforma della scuola", in una
indimenticabile serie di interventi volti a rettificare le false
enunciazioni ministeriali e le grossolane contraddizioni emergenti dalla
loro applicazione, ed a proporre un coerente modello di gestione sociale
della scuola.
A questo punto dell'argomentazione interviene l'opportunita' di riporre
sullo sfondo gia' delineato di una situazione scolastica dominata dagli
interessi materiali e ideologici dei "poteri forti",(Stato e Chiesa,
borghesia e clero) - riporre in evidenza la funzione contestativa e
propositiva svolta dalla pedagogia laica e democratica sul piano
dialettico-concettuale, e dal Movimento di Cooperazione Educativa sul piano
della dinamica socioculturale, impegnati entrambi a suscitare elementi di
riflessione critica, di dissenso e orientamento ad esigenze di riforma del
sistema scolastico in senso sia giuridico-strutturale che
pedagogico-educativo.
Sul primo livello premeva l'esigenza di concepire e realizzare - dopo il
faticoso iter di istituzione della scuola materna statale e della scuola
media unica - la scuola di base, articolata e unitaria: scuola della
formazione democratica, non "scuola dell'obbligo", come tenacemente si
opponeva, ed ancora si oppone, nonostante la concessione nominale a una
pseudo "scuola di base": non della formazione, ma del condizionamento.
Ancora sul livello delle riforme di struttura si poneva, con la componente
di una forte pressione sociale derivante dal movimento studentesco, la
riforma della secondaria superiore; il dibattito politico-parlamentare, irto
delle pressioni conservatrici e delle persistenti remore classiste, non
valse - anche per lo scadente livello di cultura scolastica della societa'
italiana - a render possibile l'accoglimento di una organica e coerente
proposta qual'era la riforma Codignola (dal nome del senatore socialista
Tristano Codignola) che era arrivata in Parlamento nutrita di studi, apporti
scientifici e organizzativi relativi all'articolazione del biennio unitario
e dei trienni opzionali, congiuntamente formativi e pre-professionalizzanti.
La distanza politica e culturale, ma anche psicosociale, di quella riforma
dalla recente Moratti (pseudoriforma), puo' valere a considerare la durevole
presenza di stati sociali conservatori, e di tratti di subcultura diffusa
nella societa' italiana, in prevalenza ostaggio sia dell'ideologia cattolica
che dell'aspirazione mercantile all'avere-consumare, ed ora anche della
mediatico-virtuale.
*
Tutto cio' puo' valere anche a comprendere la condizione di marginalita' -
definita forse elitaria ma in realta' tenacemente perseguita dai poteri
forti - in cui operarono le spinte innovative, sociopolitiche e
scientifico-culturali, elaborate dalla pedagogia democratica e dal Movimento
di cooperazione educativa nel contesto di una societa' definita "in forte
evoluzione", con la pretesa si dare segno positivo al passaggio dalla
societa' contadina all'industriale e di seguito dalla societa' industriale a
quella postindustriale del consumismo diffuso e delle nuove poverta'.
Comprendere e spiegare, dunque, il senso e le ragioni della affermazione
d'apertura, relativa alla scarsa diffusione sociale e alla scarsa incidenza
scolastica (socioculturale e scolastico- educativa) dell'Mce, se non nella
breve stagione - fra gli anni '50 e '60 - dell'apertura, anche in Italia,
alle idee e alle pratiche della "scuola attiva". Sono gli anni fervidi di
Mario Lodi e del suo Paese sbagliato, di C'e' speranza se questo accade al
Vho, gli anni di Albino Bernardini (della quasi incredibile risonanza, nella
diffusione televisiva, di Un anno a Pietralata); gli anni di Bruno Ciari,
maestro educatore, istitutore di "scuole nuove" in Emilia Romagna,
costitutive di un modello di scuola democratica in dimensione locale, e di
quella scuola comunale dell'infanzia che ha dato giusta fama di serieta', di
efficacia e dignita' professionale alle istituzioni e ai docenti delle
scuole emiliane. Bruno Ciari, costruttore, messaggero e testimone del
possibile cambiamento, dell'apertura e solidarieta' con altre istanze
educative, non sul semplice piano divulgativo ma su quello operativo e
concreto delle Nuove tecniche didattiche, in piena corrispondenza con La
tipografia a scuola e la Nascita di una pedagogia popolare di Celestin
Freinet.
*
In quegli anni - lasciando per brevita' sul filo della memoria le figure di
Tamagnini, di Nora Giacobini e tanti altri - approdarono anche in Sardegna
felici occasioni díincontro fra maestri educatori, di pensiero divergente,
costituzionalmente incompatibili con le figure del ìmaestro galantuomoî
(tradizione borbonico/piemontese), della ìmaestra chiocciaî (senso comune
deteriore anche rispetto al modello agazziano) e infine  del burocrate
ossequioso di circolari e programmi e di direttori ìguardiani del sistemaî.
Il primo nucleo di questi ìuomini nuoviî della scuola in Sardegna fu in
Gallura, sostenuto dalla vitalita' e dallíimpegno di uomini come Andrea
Suelzu e Franco Fresi.
L'estensione territoriale dell'Mce fu anche in quegli anni modesta, non
ebbe, se non in Gallura, piena espressione di forma associativa e di
iniziative condivise; ma per felice congiuntura (piu' rilevante che in altre
parti d'Italia) si valse di fattori propulsivi di grande consistenza
formativa con la presenza a Cagliari, nella Facolta' di Magistero, di due
personalita' pedagogiche congeniali alle motivazioni e alle tematiche
etico-politiche, scientifiche e metodologiche dell'Mce: Aldo Capitini e
Raffaele Laporta.
Per brevita' diro' di Capitini, maestro di nonviolenza e di educazione
permanente, la sensibilita' non usuale negli universitari, per la scuola dei
piccoli; fondatore e divulgatore di modelli di educazione civica nella
scuola media superiore, apprezzava e stimolava gli studenti di Pedagogia ad
accostarsi al dibattito sulle riviste e ai modelli che l'Mce proponeva;
consigliava la frequenza degli stages estivi dei Cemea e propugnava
l'attivita' di formazione universitaria in forma di laboratori.
Mi e' caro dire - con breve nota autobiografica - che da lui ebbi in dono,
materialmente, due libri preziosi: Educazione e autorita' nell'Italia
moderna, di Lamberto Borghi, e Le nuove tecniche  didattiche, di Ciari; di
quest'ultimo fui inizialmente persino sorpresa, ma presto capii: la chiave
di lettura era "dalle piccole cose della scuola quotidiana alle grandi
aperture della nonviolenza".
Molti allievi - per molti anni operatori della scuola in Sardegna -
raccolsero il messaggio di Aldo Capitini, e molti, anche sul piano del
ricambio generazionale tipico della vita universitaria, seguirono prima
timidamente, poi con iniziativa rivolte ai loro luoghi di provenienza, le
sollecitazioni al lavoro educativo che Raffaele Laporta poneva come
componente indispensabile della formazione pedagogica universitaria. Gia'
nel repertorio anch'esso inconsueto, delle offerte agli studenti, egli
poneva la ricerca sul campo, in piccoli ambiti di
osservazione-induzione-deduzione valevoli a depurare le forme mentali
dell'apprendimento dagli schematismi e nozionismi derivati dall'esperienza
scolastica ordinaria.
Raffaele Laporta era a tutti gli effetti, non solo culturalmente, operatore
di teoria e prassi della cooperazione educativa: ne viveva l'appartenenza
storica alle origini, l'impegno costante, anche arduo, all'interpretazione
ed elaborazione dei temi e problemi della pedagogia democratica, delle fasi
e dei nodi conflittuali che si manifestarono nel corso degli anni '60 -
primi anni '70 anche nell'Mce, con rischi di fratture e scontri ideologici e
strutturali. Raffaele Laporta visse attivamente quegli eventi, dichiaro' gli
intendimenti e le ragioni volte a salvaguardare l'Mce da una possibile
deriva movimentista. Da allora, forse l'Mce si avvio' ad una collocazione
territoriale variamente diffusa, modesta ma fattiva, che nel corso degli
anni alimento' la crescita verso forme piu' mature di organizzazione e
produzione culturale.
*
In Sardegna si svilupparono, fra Cagliari e Oristano, gruppi e forme
associative sostenute dalla riflessione e dall'impegno, sul piano teorico e
sul piano operativo, di molti insegnanti disponibili e capaci di praticare
l'apertura e l'accoglienza dei diversi, e di valorizzare le diverse
collocazioni, piu' o meno attive, piu' o meno di interessato ascolto, che i
compagni e le compagne volessero assumere (non scandalizzi - si spera -
questo appellativo "compagni e compagne", questo modo elettivo di fare
associazione e cooperazione educativa; non vi e' da cogliere l'eventuale
risonanza ideologica, ma l'aura di solidarieta' ed empatia che il nome
comporta).
In quegli anni non mancarono incertezze e tensioni, ma si ebbe una certa
capacita' organizzativa, di collegamento con gli organi centrali del
movimento e di iniziativa sul piano locale: almeno annualmente si svolgevano
incontri, laboratori, seminari collettivi, oltre quelli piu' frequenti di
zona, dei piccoli gruppi locali.
Gli incontri annuali erano a tema, ma comprendevano forti dinamiche di
gruppo, arricchimento di conoscenze e forme amicali, laboratori molto
animati e applicativi. Vale ricordare come pregevoli, e gratificanti, gli
incontri di Tonara (Nuoro), Bosa, Gavoi; ed e' qui doveroso ricordare con
amichevole stima e riconoscenza la figura di Giacomina Mura, in quegli anni
coordinatrice del Movimento in Sardegna. Seguirono alterne fasi di attivismo
e sospensione, di slancio elaborativo con la formazione di gruppi tematici
(gruppo di lingua, gruppo di antropologia, gruppo di animazione e teatro,
ecc.), e con alcuni impegni eccezionali, di buona qualita' e risonanza: un
Convegno su "La formazione storica di base" con la partecipazione di Paola
Falteri (docente di antropologia all'Universita' di Urbino); e, sviluppata
nel tempo per circa due anni, con aggregazioni territoriali a Cagliari,
Sassari, Oristano, la ricerca/sperimentazione su "lingua e cultura sarda",
stimolata da Maria Teresa Pinna e da Elisa Nivola, con frequenti incontri si
studio e contributi di esperti, ma soprattutto con la produzione di
monografie e di raccolte di vari elementi della condizione
socio-etno-linguistica della Sardegna.
Nel seguito degli anni, forse rischiando di trascurare qualche evento, e'
importante richiamare un attivo e partecipato incontro ad Isili con Danilo
Dolci, ospite e compagno di grande carica umana e civile, che riporto' in un
dibattito alla Facolta' di Lettere - Magistero i temi e le emergenze
educative gia' elaborate ad Isili, con la presentazione al pubblico
cagliaritano da parte di Romolo Bodei. Per lunghi anni fino alla morte
prematura, Romolo fu animatore e coordinatore dell'Mce sardo in leale e
forte sostegno ed intesa con Mariella Marras, delle cui azioni di guida, di
iniziativa e di sollecitazione formativa ognuno dei presenti puo'
testimoniare. A lei, fra gli altri meriti, va riconosciuto il costante
impegno di apertura all'esterno, l'assidua partecipazione ai raduni annuali
Mce, la promozione di scambi territoriali fecondi (fra  Cagliari, Olbia,
Oristano e Nuoro) e di animate sessioni di studio.
*
In breve sintesi questa e' la proposta di considerazione della consistenza
storica e attuale della pedagogia Mce in Sardegna: considerazione affidata
al vostro seminario-convegno perche' sia pacata e critica, oggettiva, ma
anche nutrita di personale senso di appartenenza, di riconoscimento del
bisogno di dare e avere, dei limiti posti dalle condizioni economiche e
politiche della societa' alla scuola italiana e sarda, ma anche della
profonda esigenza di indagare, assimilare e inverare la richiesta di
autonomia (autorita' e liberta' condivise) che si associa strettamente ad
ogni autentica forma educativa, e al diritto-dovere di insegnare-apprendere.
*
Post scriptum: Si e' avuta notizia, di recente, dell'intenzione ministeriale
di chiudere la "Scuola Citta' Pestalozzi" a Firenze: la cinica pratica dei
"tagli", detta razionalizzazione, non si ferma davanti al significato e alla
funzione di questa prima vera scuola democratica, di autonomia, di
quartiere, segno di civilta', di pregnanza educativa, che l'Italia ha ben
poco onorato e utilizzato. Vorrei proporre di associarsi all'azione di
protesta in corso, che si spera abbia forse raggiunto lo scopo di
salvaguardare e conservare attiva Scuolacitta'.