LA SCUOLA ANTI TRAN-TRANImparare divertendosi- una maestra racconta di M. Luisa Bigiaretti – Nuove edizioni Romane
recensione di Gabriella Romano
Il tram è pericoloso, ma il tran tran è più pericoloso ancora. Il tram può spezzare una gamba, ma il tran tran può uccidere il pensiero. Non è peggio? Gianni Rodari
Da questa piccola provocazione di Gianni Rodari prende avvio “La scuola anti tran tran”. M. Luisa Bigiaretti ha lavorato nella scuola elementare al Trullo, una borgata romana, per 40 anni, è stata tra i fondatori della CTS, poi MCE, nel 51 a Fano . E’ stata una “grande maestra”, una parola e un mestiere il cui spessore si fa fatica a riconoscere in questi nostri giorni, un po’ soffocati tra burn out e bullismo mediatico. Il libro, un appassionante diario di vita, ma anche un avvincente manuale di buone pratiche, attraversa 40 anni di storia della scuola: le classi numerose della fine della guerra, le scuole di paese, la lingua italiana pressoché sconosciuta e la giovane maestra che si interroga “Come farò a farli parlare e scrivere prima o poi in lingua italiana?” E’ l’incontro con Giuseppe Tamagnini ad aprire nuove prospettive per trasformare radicalmente il suo lavoro, a partire da un diverso rapporto tra pratica e teoria che si sperimenta nei convegni del neo nato MCE. La maestra Maria Luisa, che non ha scelto liberamente questo mestiere, ma per le pressioni paterne, comincia così a “vivere la scuola come un affascinante avventura”. (pag.11) Nel libro sfilano con vivacità e leggerezza momenti importanti come l’incontro con Gianni Rodari, Maria Luisa Altieri Biagi, Roberto Piumini e momenti storici, di grandi cambiamenti: il passaggio dai programmi del 1955 a quelli del ’85 che portarono ad una fondamentale revisione dei principi fondamentali dell’istruzione e formazione, o il “progetto Ricme”di Pellerey che contribuì al rinnovamento dell’insegnamento della matematica nella scuola primaria. Ma soprattutto vengono presentate, attraverso un racconto appassionante e dettagliato, quelle “buone tecniche”, d’ispirazione freinetiana, che fanno tuttora la qualità della nostra scuola primaria: dalla classe come “comunità educativa”, al testo libero e “libro della vita”, dalla biblioteca di classe, alle tecniche di libera espressione (pittura, musica, teatro), dalla nuova matematica ai giochi di poesia, dalla “messa a punto” collettiva del testo agli “schedari autocorrettivi, rigorosamente costruiti dall’insegnante con un paziente e meditato lavoro perché “per aver efficacia oltre che individualizzato l’esercizio deve esser motivato” (pag. 186). La Bigiaretti ci racconta come nel corso del quotidiano fare scuola fu fondamentale lo scambio ed il confronto cooperativo con i colleghi del MCE. Per tutto l’arco degli anni 50-60 il MCE fu dunque l’unico portatore di una profonda innovazione delle pratiche educative, al quale comunque ogni spirito aperto e giovane maestro faceva riferimento. Queste sperimentazioni, spesso definite “selvagge” e costate talora anche discriminazioni professionali, hanno contribuito in modo determinante a dare un volto nuovo alla scuola italiana. Basti solo pensare alle innovazioni riconosciute nel 1977 dalla legge 517. Ma oltre a tutto questo il lungo racconto di Maria Luisa Bigiaretti ci restituisce a tutto tondo l’immagine di un mestiere che, in questa epoca di “passioni tristi”, si stenta a riconoscere come vitale ed appassionante, soprattutto nelle giovani generazioni che raccolgono il testimone. Qualche anno fa Alessandro Cavalli curò una ricerca sulla professionalità: una delle espressioni usate nella ricerca IARD era “l’appartenenza professionale”. Il senso di appartenenza è però un processo lungo, che richiede condizioni culturali e strutturali; nel Movimento di Cooperazione Educativa, anni di lavoro cooperativo tra gli insegnanti, come pratica di ricerca sul “fare scuola” e sull’essere educatori, hanno segnato una lunga storia. Tuttavia la nostra pratica di formazione sul campo ci ha dimostrato che non c’è una diretta consequenzialità tra il possesso di conoscenze tecniche e teoriche specifiche e l’appropriazione di una metodologia adeguata e di una preparazione professionale a tutto campo. Tutto passa, in un rapporto dialettico, attraverso la maturazione personale. Anche la formazione degli insegnanti deve intrecciarsi con tutto questo, all’interno di un contesto di riferimento che non può che essere la scuola. Nell’ultimo capitolo la Bigiaretti ci racconta come provò, all’indomani del pensionamento, a “passare il testimone”, con un progetto articolato e coraggioso che però l’Istituzione e la sua stessa scuola lasciò cadere con suo grande rincrescimento. Per moltissime professioni è centrale una visione dell’uomo e della società: se questo è vero, è assolutamente e centralmente vero per la didattica, che in questa direzione ritrova una propria eticità e funzione politica. Tutto questo si respira in ogni pagina del libro, ma la passione della maestra Maria Luisa è senz’altro un “valore aggiunto” e di questo la ringraziamo! E pensando ai numerosissimi insegnanti che dal prossimo anno in particolare, come ci dice una recente ricerca del sindacato, hanno chiesto di lasciare la scuola ed andare in pensione, non possiamo non concludere con le parole con cui lei stessa chiude il suo affascinante racconto: - Vorrei per un incredibile miracolo riavere vent’anni e rientrare in classe domattina-. |