LA SCUOLA AL TEMPO DELLA MORATTI – Cres -

 
 

 Dino Barra

Dobbiamo riflettere parecchio sulla riforma Moratti. Non solo in quanto operatori della scuola, ma anche in quanto cittadini. Questa riforma, infatti, rimanda a un'idea precisa di società. Per questo deve essere oggetto della più ampia discussione, anche fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori. Cosa che in parte sta avvenendo, anche se certo non grazie a Moratti e Bertagna.
Non appaia retorico dirlo: ora più che mai sentiamo l'esigenza di ribadire che i valori di riferimento per qualsiasi riforma della scuola devono essere quelli fissati dalla Costituzione repubblicana. Quindi: inclusione sociale e estensione dei diritti di cittadinanza, che per i giovani cittadini vuol dire padronanza delle competenze di scrittura, lettura, calcolo, di decodifica del mondo, di azione nel mondo.
Di qui deriva il nostro impegno nella didattica delle "nuove educazioni", che vuole fornire agli studenti strumenti di conoscenza e intervento sui problemi cruciali dell'oggi; di qui deriva la nostra ferma convinzione della centralità della scuola pubblica, luogo laico della formazione, che riconosce la molteplicità delle identità individuali e collettive proponendo, al contempo, valori comuni di riferimento; che corregge le disuguaglianze di partenza offrendo a tutti (a tutti) le competenze cognitive, sociali, affettive per entrare dignitosamente nel mondo.
Certo, la scuola pubblica non sempre riesce a fare questo. E infatti la critichiamo, e cerchiamo con il nostro impegno di migliorarla, ma nella direzione sopra indicata. D'altro canto, non partiamo da zero: i cambiamenti degli ultimi trenta anni (nuovi programmi, tempo pieno/prolungato, nuove educazioni, ecc.) stanno a dimostrarlo.
Cosa c'è invece nella riforma Moratti? Un'altra idea di società e di scuola, crediamo, dalla quale sentiamo di essere molto distanti. Eccone, in sintesi, i capisaldi.

1- Un asse culturale italo/euro centrico e confessionale
Finalità, obiettivi, contenuti della riforma sembrano puntare al rafforzamento di alcuni sentimenti identitari collettivi. Quello di appartenenza alla Nazione, prima di tutto. Si leggano le Indicazioni per l'insegnamento della storia nella scuola media: non a caso fanno partire le conoscenze del terzo anno da Napoleone Bonaparte (proseguendo poi con "lo stato nazionale italiano e il rapporto con le realtà regionali; il significato di simboli quali la bandiera tricolore, gli stemmi regionali, l'inno nazionale"; ecc. ecc.). Altrettanto importante appare l'attenzione rivolta al rafforzamento dell'identità locale (soprattutto regionale) ed europea."Sono promossi il conseguimento di una formazione spirituale e morale, anche ispirata ai principi della Costituzione, e lo sviluppo della coscienza storica e di appartenenza alla comunità locale, alla comunità nazionale e alla civiltà europea". (punto 1b dell'articolo 2 della legge 53)
Del tutto assente è la dimensione mondiale dei problemi, e questa trascuratezza (chiamiamola così) non viene certo contraddetta dagli episodici riferimenti a globalizzazione, migrazioni, ecc. rinvenibili nelle Indicazioni. Non è un caso che tra le educazioni segnalate dalle Indicazioni non ne figuri nessuna riferibile alla dimensione planetaria (pace, sviluppo, intercultura).
Questa è una scelta culturale: voluta, esplicita, chiara. Non condivisibile, però, perché non fornisce agli studenti gli strumenti per capire e vivere la complessità della realtà contemporanea (che è complessità dovuta al reciproco influenzarsi delle variabili locali, regionali, nazionali, continentali, planetarie).

Perché questa scelta da parte dei legislatori? Per una sorta di logica da "manuale Cencelli" applicato ai programmi scolastici, si potrebbe malignamente dire (un po' di regionalismo, poi di nazionalismo e poi ancora di europeismo, così nessuno ha niente da ridire). Ipotizziamo anche un'altra cosa: che ci sia in questi "riformatori" una difficoltà a elaborare una proposta culturale aperta, all'altezza dei problemi posti dalla moltiplicazione dei riferimenti identitari; oppure, la convinzione che il disagio dei tempi attuali debba superarsi attraverso il recupero di appartenenze forti e riconoscibili (la civiltà europea, la comunità locale, la nazione, per l'appunto). E' una posizione a nostro parere difensiva, inefficace, e anche rischiosa, a causa degli elementi di chiusura e contrapposizione che contiene.

Basti vedere i contenuti con cui questa identità locale-nazionale-europea viene declinata, tendenzialmente confessionali e integralistici. A cosa vogliamo riferirci dicendo questo? A quanto ad esempio è scritto nel "Profilo educativo, culturale e professionale dello studente alla fine del Primo Ciclo di istruzione", laddove si pone alla scuola il compito di formare studenti "consapevoli...delle radici storico - giuridiche, linguistico-letterarie e artistiche che ci legano al mondo classico e giudaico - cristiano, e dell'identità spirituale e materiale dell'Italia e dell'Europa...consapevoli, da un lato, delle caratteristiche specifiche della civiltà europea e, dall'altro, delle somiglianze e delle differenze tra la nostra e le altre civiltà mondiali". Analizziamo questo passo. Qui la connotazione confessionale sta nella riduzione dei riferimenti dell'identità culturale europea alla classicità e al filone giudaico-cristiano. Dov'è il rapporto con l'Islam? Con i "barbari"? Con i popoli colonizzati? Con la Cina? In una parola, con l'"Altro", termine di confronto fondamentale per la costruzione dell'identità europea? Dov'è il riferimento alla cultura critica, razionale, laica, illuminista? La selezione dei riferimenti, evidentemente, non è casuale. Lascia dubbiosi anche l'uso che vien fatto del concetto di civiltà: monolitico, compatto, integralistico, per l'appunto. Perché parlare di civiltà europea al singolare? Non esistono forse tante identità europee? Si dice: le caratteristiche specifiche dell'Europa devono essere messe a confronto con altre civiltà. Si lascia trapelare la possibilità di un semplice accostamento. Nessun riferimento ai vasi comunicanti tra civiltà. Con questo strumentario concettuale non si aiuta l'acquisizione degli atteggiamenti di tolleranza e dialogo pur auspicati dallo stesso Profilo.

Ci sono altri indizi di uno slittamento dell'impianto culturale verso connotazioni confessionali.
1.1 - Il labile riferimento ai valori costituzionali, valori laici per eccellenza. A conferma di ciò si osservi quell'"anche", riportato nell'art. 2 - già citato - della legge 53, riferito ai principi costituzionali, nonché l'assenza di richiami a tali principi nel decreto applicativo, che contrasta con quella "formazione dell'uomo e del cittadino" presente nei programmi per la scuola media del 1979.
1.2 - Il linguaggio. L'uso insistito di espressioni come "persona", "progetto di vita" "coscienza personale" e i frequenti riferimenti a finalità di tipo morale ("avvertire interiormente, sulla base della coscienza personale, la differenza tra il bene e il male ed essere in grado, perciò, di orientarsi nelle scelte di vita e nei comportamenti sociali e civili" - dal Profilo in uscita) rivelano una chiara matrice di tipo religioso, il che può lasciare non più che perplessi. Decisamente discutibile, invece, è il fatto che la scuola debba puntare al " conseguimento di una formazione morale e spirituale" (art. 2 della legge 53) poiché qui si cammina su un terreno sdrucciolevole (in cosa deve consistere questa formazione?) e si travalica il compito dell'istituzione scolastica che è di fornire una formazione culturale laica e pluralista.
1.3- Le scelte (o non scelte) di contenuto proposte dalle Indicazioni nazionali. Valgano per tutti due esempi: quello, eclatante, della esclusione dell'evoluzionismo dall'elenco degli obiettivi specifici di apprendimento per scienze; le Indicazioni di storia, centrate su una storia d'Europa di impianto prevalentemente politico - cultural - religioso.
1.4- Il ruolo condizionante della Chiesa cattolica nel processo di riforma. Ruolo consentito, del resto, da alcuni atti dell'attuale Ministro: la scelta di affidare la presidenza del comitato per la deontologia professionale al cardinale Ersilio Tonini; la messa in ruolo a carico dello Stato di quindicimila docenti di religione nominati dalla Curia; l'inclusione dell'insegnamento della religione cattolica - che è facoltativo - tra gli insegnamenti obbligatori. Sono istruttive, in questo contesto, le parole pronunciate dal Ministro in occasione della ratifica dell'accordo tra Ministero dell'Istruzione e Conferenza Episcopale italiana, relativo all'inserimento degli obiettivi specifici per l'insegnamento della religione cattolica nelle Indicazioni Nazionali: <>, dove è proprio il concetto forte di "antropologia cristiana" a delineare lo spostamento di tutto l'impianto culturale della scuola dall'ambito laico prescritto dalla Costituzione a un terreno confessionale.

2- Una idea gerarchica di scuola e di società
E' l'altro caposaldo di questa riforma, alimentato da alcuni aspetti chiave come l'organizzazione del secondo ciclo, la modifica dell'obbligo scolastico, i piani di studio personalizzati.
 

  1. La riforma ripropone, accentuandola, la divisione ben nota al nostro sistema scolastico tra cultura e lavoro: rinuncia all'idea di un biennio unitario delle superiori e impone di scegliere già alla fine del primo ciclo tra due percorsi - il sistema dei licei e quello della istruzione e formazione professionale - radicalmente differenti tra loro: infatti, il primo ha durata quinquennale, rimane statale, persegue finalità prevalentemente di formazione culturale; il secondo dura non oltre i quattro anni, è regionale, mira al conseguimento di qualifiche professionali. Occorrerà conoscere le proposte ufficiali che definiscono il profilo del secondo ciclo per esprimere un giudizio definitivo, ma è già sin d'ora evidente che ci si trova di fronte a un sistema duale di istruzione dove i licei diventano il luogo della formazione culturale separata dalla cultura del lavoro e la formazione professionale continua ad essere il luogo della formazione al lavoro senza cultura. Un sistema duale e gerarchico, con i licei dotati di uno statuto più elevato rispetto alle scuole del lavoro (per finalità, tempi della formazione, istituzioni di riferimento). Nulla di nuovo sotto il sole della scuola italiana, ma un grave passo indietro rispetto ai tentativi perseguiti nel corso degli ultimi venti anni di ricucire la separatezza (nociva) tra cultura e lavoro. Non serve ad attenuare questa separatezza la previsione che la legge fa di "passerelle" tra i due sistemi, roba allo stato attuale assai fumosa e probabilmente più utile a favorire il passaggio "al ribasso" dai licei alla formazione professionale che non il contrario.

  2. La legge chiama gli studenti a scegliere tra i due sistemi scolastici già a 13/14 anni, cancellando la precedente normativa che elevava l'obbligo scolastico a 15 anni (in prospettiva, a 16 anni) e prefigurava lo slittamento della scelta della scuola superiore a conclusione di un biennio fortemente unitario. Qui c'é uno dei passaggi più problematici della riforma, rivelativo della filosofia che la ispira. Con la canalizzazione precoce, infatti, sulle scelte degli studenti finiscono per pesare in modo ancor più determinante le variabili socio-culturali di partenza. E' più che probabile che la scelta del canale professionale venga fatta (come è del resto accaduto finora) dagli studenti culturalmente più deboli, che saranno precocemente istruiti al lavoro, privati, però, dei necessari strumenti di elaborazione culturale. Con la canalizzazione precoce, la gerarchizzazione tra scuola della cultura e scuola del lavoro si salda alla cristallizzazione delle differenze socio-culturali. Un possibile antidoto a questa cristallizzazione - l'elevamento dell'obbligo a 16 anni con la frequenza di un biennio unitario, snodo di sviluppo di conoscenze-competenze fondamentali per garantire i diritti di cittadinanza e soddisfare le esigenze della formazione professionale - è stato rifiutato. C'è dietro questa scelta il convincimento dei riformatori che solo sul terreno dell'avviamento al lavoro si possa recuperare la vasta area dell'insuccesso formativo e della dispersione scolastica. Non a caso, uno degli ultimi decreti applicativi stabilisce che il diritto - dovere alla formazione possa realizzarsi, dopo i 15 anni, anche nel sistema dell'apprendistato, dove le più recenti normative eliminano il vincolo alla formazione esterna degli apprendisti e la quantificazione delle ore da destinare alla formazione. Questo convincimento dei riformatori, smentito da numerose indagini europee, civetta con un'opinione diffusa tra genitori e insegnanti, quella secondo cui c'è un tipo di studenti non "portati" per lo studio, che sarebbe meglio andassero a lavorare: è quasi la riproposizione della vecchia idea che esistano per natura uomini predisposti a pensare e uomini predisposti a lavorare, accompagnata dall'opinione che ogni tentativo di avvicinare le persone alla "theoria" e alla "techné" (mediante l'attenzione agli stili cognitivi, la differenziazione delle metodologie, la creazione di adeguati contesti di apprendimento), non sia altro che velleitarismo pedagogico. Il risultato è la proposta di una scuola che divide gli studenti, cristallizza le differenze, inibisce i processi di mobilità sociale, mette a rischio l'uguaglianza delle opportunità: una scuola coerente con un'idea gerarchica di società.

  3. In questo contesto, suscita più di una preoccupazione la questione dei "piani di studio personalizzati", una delle parole chiave della riforma. Nel decreto legislativo n. 59 la personalizzazione dei piani di studio viene legata alla scelta delle famiglie in ordine alle materie facoltative proposte dalle scuole; nelle Indicazioni Nazionali questa accezione viene ripresa e collegata alla necessità di approntare programmi differenziati per ciascun allievo o gruppi di allievi, tenendo conto delle differenti capacità di ognuno. Nella scuola italiana esiste già una forte attenzione verso la specificità dei singoli allievi: essa ha assunto la denominazione di "insegnamento individualizzato", espressamente riconosciuto dalla legge n° 517 del 1977, che sta a sottolineare la necessità di adottare strategie didattiche adeguate alla diversità cognitive e motivazionali degli studenti in modo tale da far raggiungere a tutti gli stessi obiettivi. Nella riforma, l'individualizzazione/personalizzazione dei percorsi, nel momento in cui viene legata alla scelta delle famiglie (monte ore opzionale-facoltativo, con un indebolimento del ruolo d'intervento della scuola), corre il rischio di confermare e rafforzare le differenze socio - culturali di partenza. Lo stesso esito rischia di produrre il modo con cui il concetto di personalizzazione viene proposto: esplicitamente contrapposto all'idea di individualizzazione, esso sembra prefigurare una differenziazione degli obiettivi, non solo dei percorsi, giustificata dall'attenzione alla "persona" che apprende, alle sue attitudini, ecc...con la relativa enfatizzazione di strategie didattiche (ad esempio, la divisione della classe in gruppi di livello) che ratificano, anziché attenuare, le disuguaglianze iniziali.

3- Una concezione individualistica del rapporto tra scuola e cittadini
L'ultimo aspetto della riforma che ci preme segnalare, il più "moderno" e accattivante, probabilmente, ma dal nostro punto di vista altrettanto discutibile, è quello che riguarda il ridimensionamento del peso dell'istituzione scolastica nella formazione delle giovani generazioni, a vantaggio del ruolo delle famiglie e di altre agenzie esterne.
La riforma, infatti, diminuisce il tempo scuola obbligatorio nel primo ciclo (anche nelle superiori, pare) e quindi le ore dedicate allo studio delle discipline, il numero degli insegnanti e, ovviamente, la quantità delle risorse finanziarie. Prevede un monte ore settimanale opzionale/facoltativo - la cui frequenza, cioè, è decisa dalle famiglie - in cui si svolgono attività proposte dalla scuola anche in base alle richieste dell'utenza. Libera tempo per la frequenza di corsi e attività proposti da altre agenzie - private - i cui esiti, in termini di competenze, possono trovare riconoscimento nel "portfolio" dell'allievo che la scuola ha l'obbligo di redigere e alla cui compilazione collaborano anche i genitori.
Dare un peso maggiore alle famiglie nel processo di formazione delle giovani generazioni di competenza dell'istituzione pubblica è un intento programmatico dichiarato della riforma: i genitori non solo sono chiamati a conoscere, discutere, condividere le scelte educative degli insegnanti, ma anche a decidere su alcuni pezzi di formazione (le ore facoltative). La motivazione che sostiene questa impostazione è quella che abbiamo detto (la personalizzazione dei percorsi), ma anche un'altra.
E' l'idea - che schematicamente chiameremo liberista - che lo Stato debba ritirarsi quanto più possibile dai suoi compiti, in questo caso educativi, per lasciare spazio all'autonomia degli individui e delle agenzie del "sociale": le famiglie, prima di tutto, ma anche i gruppi organizzati (culturali, religiosi, ecc.). Infatti, la società è il "regno della libertà", mentre lo Stato sembra essere per natura centralistico e totalizzante. L'estensione della sfera delle libertà richiede allora di ridurre al minimo i compiti dello Stato, e di dare spazio alle scelte degli individui e dei gruppi: in campo educativo, come in quello economico, ecc. La riforma traduce questa idea con i punti che abbiamo già detto, cui devono aggiungersi altri aspetti della politica scolastica di questo governo, come il sostegno alla scuola privata e ai suoi utenti

La forza persuasiva di questo approccio è indubitabile, poiché fa leva sulle incongruenze della scuola statale e sembra rispondere a diffuse esigenze di libertà individuale. Pur tuttavia, noi non lo condividiamo.
Il diritto (dovere) delle famiglie di partecipare attivamente alla determinazione del percorso formativo dei propri figli è, ovviamente, fuori discussione. Ricordiamo che la legislazione precedente la riforma Moratti lo riconosce ampiamente: chiama i genitori a condividere la gestione del sistema scuola (decreti delegati), consente di scegliere l'istituto in cui iscrivere i propri figli sulla base della qualità dell'offerta formativa e, all'interno di uno stesso istituto, di scegliere tra proposte diverse (tempo normale-pieno/prolungato - sperimentazioni varie).
Anche l'attenzione alle "attitudini" individuali degli studenti viene garantita, almeno nelle esperienze migliori: dove, ad esempio, funziona l'area delle opzioni. Si tratta in genere, di un'area di alcune ore settimanali con più offerte tra cui lo studente sceglie obbligatoriamente; offerte in cui l'unità classe "si rompe" in base non più a logiche di equieterogeneità ma in base appunto ai bisogni formativi dei singoli, riconosciuti dalle scuole e inseriti nel loro progetto educativo. In queste pratiche di offerta opzionale-integrativa la regia del progetto formativo è della istituzione scolastica, poiché solo essa garantisce un'esperienza di scuola come luogo dove, in coerenza con traguardi formativi comuni, ragazzi diversi crescono assieme, sviluppano saperi, scambiano significati; e dove quindi l'apprendimento diventa non solo un'impresa individuale, ma anche collettiva.
Si può discutere di come migliorare tutto questo. Ciò che non è accettabile, invece, è, la lesione dell'autonomia progettuale della scuola prodotta dai riformatori ministeriali quando spingono la possibilità di scelta delle famiglie fino a farla interferire con l'organizzazione del tempo scuola, facendone corrispondere una parte ad esigenze esterne alla scuola stessa. Questa libertà di scelta data alla famiglia (quale famiglia?) è rischiosa: sottrae alla scuola il tempo e le risorse per essere luogo di incontro delle diversità, di costruzione laica delle identità, di attenuazione delle disuguaglianze socio - culturali; alimenta le disuguaglianze di partenza - tra chi sa (chi può) scegliere le attività e chi no, tra chi si rivolge a costose agenzie esterne e chi no, ecc.; sposta l'equilibrio di esperienza sociale e individuale in cui deve consistere l'apprendimento a favore del secondo termine; comunica una vera e propria visione delle relazioni tra le persone, individualista, competitiva, gerarchica (oltre che un disegno di riduzione delle spese statali a danno del sistema pubblico dell'istruzione).

La riforma Moratti parte da problemi reali e diffusi: l'attenzione verso la persona e le specificità individuali degli allievi, il ruolo dei genitori, il rapporto tra scuola e lavoro, il rapporto tra scuola e agenzie esterne... Alcune idee che essa propone sono condivisibili, anzi, sembrano provenire dal bagaglio culturale dei movimenti di innovazione didattica degli ultimi decenni: libertà, autonomia, partecipazione. E poi, ancora: 'individualizzazione/personalizzazione, alternanza scuola/lavoro, tutor, laboratori (di cui non abbiamo parlato). Ma nella riforma Moratti la declinazione di queste parole è in direzione di una visione individualistica, gerarchica, identitaria.

Questa ambivalenza rende più complicato il nostro compito. Un atteggiamento di sola denuncia e contrasto (pur indispensabile,come è implicito nella natura di questo articolo) diventa insufficiente a sconfiggere questo disegno riformatore, se non si accompagna a una intensificazione dell'impegno per migliorare la qualità della scuola pubblica, e farla corrispondere più efficacemente ai bisogni formativi inevasi. In un orizzonte valoriale, ovviamente, diverso da quello proposto dal ministro Moratti, in cui differenze e eguaglianza riescano a convivere senza elidersi

 

 
Dal sito “manitese.it” Centro Ricerche Educazione allo Sviluppo  
 

 

 
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