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Tecnologia, rappresentazione e organizzazione della conoscenza.

Silvano Tagliagambe

Università degli Studi di Sassari- Facoltà di Architettura

 

 

Che gli insegnanti e gli studenti ne siano o meno consapevoli e se ne rendano o no conto, nei processi di insegnamento/apprendimento sono strettamente intrecciati e congiunti almeno tre livelli di discorso, che vanno distinti e analizzati separatamente. Quello della conoscenza, Quello della rappresentazione della conoscenza e infine quello dell’organizzazione della conoscenza medesima.

I contenuti della conoscenza e del sapere che vengono trasmessi sono infatti sempre inseriti all’interno di uni stile di pensiero e di razionalità che ne influenza e condiziona sia l’erogazione, sia la fruizione.

Per capire in che cosa consista questo legame tra la conoscxenza e la sua rappresentazione è, a mio giudizio, utile fare una breve digressione letteraria.

Con il suo unico romanzo, pubblicato  nel 1890 sul giornale americano 'Lippincott's Monthly Magazine', il poeta inglese Oscar Wilde ci ha lasciato una lunga fiaba metaforica, dal significato profondissimo. La storia di Dorian Gray e del ritratto regalatogli dal suo amico pittore Basilio Hallward, che lo riproduce nel colmo della gioventù e della bellezza, e sul quale, in seguito all'arcana magia di un voto, vengono travasate tutte le tracce dei vizi e dei delitti del protagonista, è molto più che una delle tappe, sia pure altamente significativa, della lunga storia della "letteratura del doppio", che attinge ai massimi fastigi nel Romanticismo tedesco. Essa, insieme a Il dottor Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, uscito nel 1886, è uno dei due punti eccezionali che, a breve distanza l'uno dall'altro, danno nuovo contenuto e spessore a questa storia.  Entrambi, come nota Mario Trevi, "portano all'acme tragica il tema del doppio: l' uno discende apparentemente dalla tradizione iconologica dello specchio (Hoffmann), l'altro da quello dell'ombra (Chamisso)"[1].

La storia del narcisista paradigmatico, che consegna a un quadro meravigliosamente espressivo la parte negativa della sua sostanza psichica e morale, compiacendosi del fatto che sia quest'immagine fedele a imbruttire progressivamente per l'invecchiamento naturale e soprattutto per le repellenti dissolutezze del protagonista, mentre quest'ultimo rimane bellissimo e giovane, non è solo avvincente, ma può essere considerata un istruttivo racconto metaforico del problema del rapporto tra "realtà" e sua rappresentazione nella cultura contemporanea. E particolarmente incisiva e illuminante è la fine del racconto, con il ritratto che ricorda a Dorian l'inganno della sua duplice vita, ponendogli davanti agli occhi il suo vero volto, sconosciuto a tutti, nella propria atroce eloquenza. Finché, sopraffatto dall'angoscia, Dorian colpisce il ritratto con un pugnale e cade morto, come se avesse colpito se stesso. I servi accorsi vedono un ritratto del loro padrone, bellissimo e giovane, come sempre lo avevano visto, e sul pavimento un morto "in abito da sera, con un pugnale nel cuore, appassito, rugoso, disgustevole in volto. Solo dagli anelli riconoscono chi sia". La vita, rotto l'incanto, ha preso il sopravvento su Dorian, che volle opporre al suo necessario dolore un'altra vita fittizia e mostruosa.

Possiamo dire che, per taluni aspetti, la cultura contemporanea sia oggi vittima della stessa tragica illusione di cui fu vittima il protagonista del romanzo di Oscar Wilde. Se ne mostra lucidamente consapevole Italo Calvino in una delle sue ultime pagine, che figura in quelle Lezioni americane (Garzanti, Milano, 1988) da lui pensate come viatico per il prossimo millennio:

" Alle volte mi sembra che un'epidemia pestilenziale abbia colpito l'umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l'uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze...

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta di immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessità interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d'imporsi all'attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d'immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione d'estraneità e di disagio.

Ma forse l'inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d'opporre l'unica difesa che riesco a concepire: un'idea della letteratura".

C'è in questo passo un'associazione, che non può passare inosservata e non può non colpire, tra l'impoverimento del linguaggio e delle immagini con cui cerchiamo di comprendere il mondo e di raffigurarcelo, esprimendone la natura, e l'impoverimento del mondo. Questa associazione colpisce in modo radicale quella che possiamo chiamare "la sindrome di Dorian Gray", e cioè la speranza che l'impoverimento che ci circonda riguardi esclusivamente il ritratto che ci facciamo del mondo, e cioè i nostri linguaggi rappresentativi e descrittivi, le nostre teorie ed esperienze, e non anche il mondo, la realtà a cui tutto ciò si riferisce. E in questa sindrome c'è la segreta speranza che a questo deterioramento si possa un bel giorno porre fine semplicemente ripristinando il nostro legame con il mondo e rimettendoci in sintonia con esso, in modo che ciò che noi sappiamo e diciamo di esso possa tornarne a riecheggiarne la ricchezza, la complessità e l'articolazione. Dunque a imbruttire progressivamente non sarebbe la realtà, ma l'immagine che noi ne proponiamo: e come rimedio basterebbe, allora, tornare a scoprire e a contemplare il suo vero volto.

A dover fare i conti con il problema del doppio e con le sindromi che ne possono scaturire non è però soltanto la realtà esterna. La questione riguarda e coinvolge anche gli strumenti con i quali cerchiamo, faticosamente, di “far presa” su quest’ultima e di afferrarla, a cominciare dalla conoscenza scientifica. All’interno di questa conoscenza, infatti, al di sopra di quella che potremmo chiamare la "ragione operativa", cioè dei processi concreti che hanno luogo e si verificano nell'ambito specifico delle teorie, si costituisce e si forma ineliminabilmente un livello di rappresentazione, appunto, di "autodescrizione" di questa ragione operativa e dei suoi contenuti concreti. In questo nuovo livello rientrano, per un verso, gli orientamenti di carattere generale e le visioni del mondo che prevalgono all'interno delle comunità scientifiche e ne orientano le ricerche specifiche, condizionandole; per l'altro l'insieme di pensieri, riflessioni, affermazioni su ciò che la scienza è o dovrebbe essere che si fanno strada negli ambienti intellettuali o nel modo di pensare della gente.

Abbiamo dunque a che fare con eventi e processi articolati in più stadi; e di ciò è necessario tener conto, in quanto, come sottolineava già nel 1902 in una serie di lezioni sulla storia della scienza il geniale biogeochimico russi V.I. Vernadskij, "non è mai sufficiente che una proposizione o una teoria vera siano enunciate o che un fenomeno sia dimostrato perché essi vengano compresi nell'ambito di quella che possiamo chiamare la concezione scientifica del mondo. Il loro riconoscimento e la loro accettazione dipende da molteplici altri fattori, la sola chiarezza e il solo rigore dei procedimenti e delle dimostrazioni non bastano. Per spiegare la loro inclusione nel quadro della concezione scientifica del mondo vigente o la loro esclusione da essa occorre prendere in considerazione elementi quali le condizioni dell'ambiente sociale, lo stato della tecnica, le abitudini degli scienziati e degli uomini di cultura. Di nuovo emerge di fronte a noi la complessità dell'oggetto di indagine. La concezione scientifica del mondo non è una struttura logica astratta: è invece l'espressione complessa e peculiare della psicologia sociale" [2].

Questa distinzione tra il livello dei processi scientifici concreti e quello dell'immagine che la scienza medesima offre di sé, o che si consolida all'interno di un determinato ambito sociale e culturale, è per Vernadskij della massima importanza, in quanto nel passaggio dall'uno all'altro cambiano in maniera sensibile il significato e il valore da assegnarsi al meccanismo di confine tra paradigmi e culture diverse. Al primo livello, infatti, questo meccanismo è una zona di contatto, che serve a dare continuità allo sviluppo della scienza, unendo e combinando tra di loro i contenuti antecedenti a una rottura rivoluzionaria e quelli a essa successiva, previa traduzione dei primi nel "codice" dei secondi. Al secondo, invece, la linea di frontiera assume la funzione di vera e propria "linea di demarcazione", che segna una effettiva discontinuità, in virtù della quale i due ambiti risultando nettamente separati.  Questo mutamento di ruolo non deve sorprendere: infatti cercare di accreditare la propria immagine, la  propria concezione generale del mondo significa, per la scienza di un dato periodo, assumere piena coscienza di sé, delle proprie peculiarità, dei tratti distintivi rispetto a concezioni precedenti, del proprio contrapporsi ad altri modi di concepire la ricerca, di delimitare i campi d'indagine, di fissare la linea di demarcazione tra scientifico ed extrascientifico, di stabilire gerarchie tra le fonti di conoscenza. E tutto ciò induce ad accentuare e a sopravvalutare la peculiarità delle caratteristiche da cui risulta definita l'immagine della scienza data. Le strutture d'ordine di quest'ultima diventano così punti di riferimento imprescindibili, al pari delle modalità d'organizzazione di cui essa si vale: tutto ciò che non rientra in esse viene così considerato casuale, contingente, non ordinato, privo di una sua specifica regolarità e struttura. Al carattere in parte disordinato e non organizzato dei processi reali, dei mutamenti che avvengono a livello della dinamica degli eventi scientifici concreti, si sovrappone pertanto una fittizia unità ideale, che è appunto l'unità di una immagine della scienza, più che della scienza vera e propria. La ricerca operativa non è mai quell'edificio armonico e ben strutturato che scaturisce dalle descrizioni che ne vengono offerte al metalivello. E tuttavia da queste descrizioni non si può prescindere: la loro comparsa è anzi un fatto che interessa direttamente la storia della scienza,  in quanto essa interagisce con i processi scientifici propriamente detti, li condiziona, ne può trasformare in modo radicale l'orientamento e la valutazione, e per questo diventa, a sua volta, un  fatto concreto, una tappa nel percorso di sviluppo e di evoluzione storica del pensiero scientifico, allo stesso livello dell'oggetto (vale a dire i processi concreti della ragione operativa) che rientra in esso.

"La lotta che si accende", scrive Vernadskij, "non è allora soltanto quella tra la concezione scientifica del mondo, da una parte, e concezioni filosofiche e religiose a essa estranee, dall'altra: a essa si aggiunge e con essa si intreccia il conflitto interno alla concezione scientifica del mondo, fra le nuove elaborazioni e le idee dominanti. Occorre a questo proposito tener conto che l'attuale concezione scientifica del mondo - e in generale le idee dominanti al giorno d'oggi- non esprimono il contenuto massimo di verità disponibile al momento attuale. Singoli scienziati o gruppi di ricercatori possono aver raggiunto conoscenze migliori e più precise, senza che, per questo, siano le loro posizioni a determinare il corso del pensiero scientifico. Si può anzi verificare che essi restino al di fuori di questo itinerario. La concezione scientifica dominante conduce una lotta senza quartiere contro le loro idee scientifiche innovative, e questa lotta è aspra e pesante. La storia della scienza ci mostra con quanta difficoltà e a prezzo di quali sforzi le idee di singoli scienziati riescono a conquistarsi un posto nell'ambito della concezione scientifica egemone"[3].

Lo sviluppo della ricerca è dunque profondamente segnato dall'impronta della riflessione e della elaborazione proposta a livello della "psicologia sociale" e delle immagini della scienza a essa connesse, e si compie pertanto anche in stretto rapporto con questa articolazione del sistema complessivo della  riflessione e della ricerca scientifica. In seguito a ciò questo livello, come si è detto, diventa un meccanismo che incide in profondità sui processi e sui fenomeni che si registrano nell'ambito dello sviluppo storico delle teorie e di esso, pertanto, occorre tener conto sia nelle analisi storiografiche dirette a ricostruire tale sviluppo, sia nello studio dei meccanismi attraverso i quali si consolidano la "lettura" e l'interpretazione di ciò che chiamiamo "fatti scientifici".

Ora la presenza concomitante e  l'azione congiunta, all'interno dell'edificio globale della scienza, della dinamica degli eventi scientifici concreti e del succedersi di diverse teorie generali, o immagini della scienza, fa sì che si vengano a intrecciare e spesso a confondere le rispettive idee di confine. La concezione del meccanismo di frontiera come membrana semipermeabile, somma dei "filtri" di traduzione e di ricezione dei contenuti appartenenti a un determinato dominio all'interno di un altro, di diversa struttura, viene così a mischiarsi con quella che vede invece in esso una rigida e impermeabili linea di demarcazione. E' proprio questa sovrapposizione a produrre l'idea delle rivoluzioni scientifiche come rotture radicali all'interno del processo di crescita e di sviluppo della scienza, in seguito alla quale i contenuti precedentemente acquisiti vengono accantonati e si disperdono. Infatti, a livello delle concezioni scientifiche del mondo, si verifica proprio questo:

"Il fatto che una determinata teoria venga accolta all'interno della concezione scientifica del mondo non può essere presa come una prova, valida per tutte, della sua verità: spesso, infatti, si registrano revisioni critiche determinate dal fatto che una nuova elaborazione o, magari, idee precedentemente abbandonate e scartate, in quanto ritenute false o comunque incapaci di reggere il confronto con le posizioni rivali, si sviluppino sino a evidenziare la limitatezza o addirittura l'inconsistenza dei punti di vista e dei modi di pensare a cui si è riconosciuto diritto di cittadinanza all'interno della concezione scientifica del mondo. Quest'ultima è pertanto destinata a svilupparsi e a mutare nel corso del tempo. Di conseguenza soltanto una parte delle idee generali prevalenti in una data epoca può e deve essere ammessa a far parte della concezione scientifica di un periodo successivo. La restante parte di quest'ultima verrà via via elaborata nel corso del tempo, e gli elementi di questa nuova parte sono solitamente  sviluppati da singoli ricercatori o gruppi che erano ai margini della visione complessiva che dominava in precedenza"  [4].

Se dunque nell'ambito del processo di sviluppo della ricerca si privilegia la descrizione delle teorie generali, delle concezioni scientifiche del mondo, si enfatizza la funzione delle ipotesi e dei quadri "di lettura" complessivi, di ciò che oggi chiameremmo le "metafisiche influenti", è naturale che prevalga l'idea di confine come rigida linea di demarcazione tra visioni contrapposte e che si affermi, di conseguenza, un'immagine della storia della scienza nella quale hanno un ruolo primario le "rivoluzioni scientifiche" come momenti di brusca rottura e di irrimediabile "taglio" con il passato.

Infatti "l'instabilità e la tendenza al cambiamento della concezione scientifica del mondo sono straordinari: la visione complessiva della scienza e del mondo circostante che caratterizza la nostra epoca ha ben poco a che fare con quella del Medioevo, ad esempio. Se le si mettono a confronto non si può fare a meno di rilevare quanto scarno sia il numero di asserzioni e princìpi che sono recepiti all'interno dell'una e dall'altra e che sono considerati veri in entrambe, presentandosi nella stessa forma e con un contenuto il più possibile inalterato nel passaggio dalla più antica alla più recente"[5].

La mancata distinzione tra il percorso effettivo di crescita della conoscenza e della "ragione operativa" e l'idea che di questo percorso emerge quando si è protesi ad assumere coscienza di se stessi nell'ambito della storia generale del pensiero e a dare, di conseguenza, il massimo rilievo possibile a tutti i tratti che caratterizzano il proprio "stile di pensiero" rispetto ai precedenti, è alla base di questa sopravvalutazione dell'assolutezza delle caratteristiche di un dato paradigma e della sua contrapposizione ai precedenti. Per questo Vernadskij, pur riconoscendo e dando il debito rilievo a questo aspetto, sottolinea a più riprese l'esigenza di tener conto anche della linea di evoluzione del "nocciolo duro" del pensiero scientifico, in cui rientrano, come si è detto, i fatti via via accumulati, le generalizzazioni empiriche costruite a partire da essi, le elaborazioni della logica e della matematica. Qui i processi di ristrutturazione, pur essendo ben presenti e operanti,  non assumono però quel carattere di radicale discontinuità e di "taglio" o brusca rottura che esibiscono sovente a livello delle "immagini della scienza" e delle concezioni generali del mondo.

Lo sviluppo,  sempre più impetuoso, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione ci costinge oggi ad assumere sempre maggiore consapevolezza della presenza e dell’incidenza, accanto al livello della rappresentazione della conoscenza,  anche di un livello ulteriore, che riguarda l’organizzazione della conoscenza medesima: Infatti uno degli aspetti cruciali che caratterizza l’impatto della cultura tecnologica sulla formazione delle persone è costituito dalla crescente integrazione delle tecnologie nei saperi. Le tecnologie non costituiscono più soltanto un momento prevalentemente (o esclusivamente) applicativo: esse diventano un fondamentale momento costitutivo della conoscenza.

La loro impronta sta infatti influenzando notevolmente il contesto culturale e il panorama dei saperi, che risultano sempre più caratterizzati dall’idea di varietà (varietà e accessibilità delle fonti; varietà delle occasioni; varietà dei linguaggi e dei mezzi; varietà di scelte), dal tramonto dell’idea di gerarchia e di fondamento, tipiche della rappresentazione della conoscenza dominante fino a pochi decennni fa.

Basti pensare all’importanza e alla centralità dell’assiomatizzazione e alla concezione della conoscenza proposta da Hilbert, fondata sull’idea che non solo un sistema formale relativo a un certo campo della matematica sia un "sistema chiuso", ma che esso "rappresenti" in modo fedele e completo  i nostri pensieri rispetto a quel campo. Queste determinazioni trovano una esplicita e rigorosa espressione nell'affermazione , secondo la quale, in ogni dato sistema assiomatico, "i modi inferenziali del sistema sono orientati secondo l'immagine di una realtà chiusa, totalmente determinata , e danno espressione formale a questa immagine"[6]. Questa affermazione, a sua volta, si basa su principi altrettanto chiaramente enunciati, come i seguenti:

 

1) quando si fissano gli assiomi per una data scienza, essi devono contenere "una precisa e completa descrizione delle relazioni che sussistono tra i concetti elementari di quella scienza. Gli assiomi fissati sono nello stesso tempo definizioni di quei concetti elementari"[7];

2) Una volta dati i principi della scienza assiomatica corrispondente a un certo campo conoscitivo, "il successivo sviluppo del singolo campo consiste poi nell'ulteriore sviluppo logico dell'intelaiatura di concetti già prodotta"[8];

3) Ogni proposizione, appartenente al dominio della scienza considerata, "vale per vera solo se essa può essere derivata dagli assiomi stabiliti mediante un numero finito di inferenze logiche"[9].

 

I sistemi chiusi "sono caratterizzati da: 1) un linguaggio in cui esprimere le nozioni, i risultati, i problemi apparentemente disomogenei; 2) un numero limitato di principi; 3) una nozione di dimostrazione che permetta di simulare le forme di ragionamento e le tecniche apparentemente disomogenee, consentendo di derivare dai principi così introdotti tutti i risultati considerati. Sia il linguaggio, che i principi, che la nozione di dimostrazione sono dati una volta per tutte, quindi l'ulteriore sviluppo di un sistema chiuso deve basarsi unicamente su di esse. Il linguaggio, i principi e la nozione di dimostrazione fissano le regole di un gioco che, in seguito, può essere giocato solo in base a quelle regole. Dunque, una  volta raggiunto lo scopo di unificare i dati esistenti, da quel punto in poi il linguaggio, i principi e la nozione di dimostrazione assumono una funzione prescrittiva, sia per la pratica matematica corrispondente che per gli eventuali nuovi dati.

La nuova pratica matematica può svilupparsi ulteriormente solo entro i rigidi limiti da essi fissati: li si può trasgredire solo cambiando linguaggio, principi e nozione di dimostrazione, cioè cambiando sistema chiuso e istituendo una nuova pratica matematica. Questo si rende necessario quando emergono nuovi dati che non si riesce a far rientrare nella pratica matematica esistente. La loro unificazione con i vecchi dati, in generale, richiede l'introduzione di un nuovo linguaggio, di nuovi principi e di una nuova nozione di dimostrazione, in breve, di un nuovo sistema chiuso"[10].

Ciò significa sancire l'impossibilità, per sistemi di questo genere, di potersi evolvere parallelamente allo sviluppo delle conoscenze. E infatti Hilbert precisa, puntualmente, che le regole dei sistemi formali "costituiscono un sistema chiuso, che si lascia scoprire e formulare in modo definitivo"[11]. Che esse costituiscano un sistema chiuso significa che il sistema è determinato da un insieme di regole che non può essere nè esteso, né modificato successivamente.

L’irruzione del paradigma delle reti sta proponendo e imponendo un modello totalmente alternativo di rappresentazione della conoscenza, secondo il quale l'intero sistema dei saperi assomiglia piuttosto a un patchwork  di reti altamente cooperative, non omogenee e distribuite, assemblate da una complicata storia di bricolage che ne fa non un'entità unitaria, ma piuttosto una collezione di processi eterogenea, che può ovviamente essere considerata a più di un livello.

Come osserva Pier Carlo Palermo nei più attuali modelli "reticolari" "l'immagine di ogni parte è complessa e posizionale. Ogni nodo può appartenere a molteplici  sistemi di relazioni, a scale diverse; non è necessariamente un elemento semplice, ma può essere a sua volta un sistema strutturato , secondo un'articolazione di parti eventualmente connesse a reti diverse; il senso e la qualità del nodo dipendono dalla posizione  nel sistema complessivo di relazioni, ma anche dalla storia evolutiva locale . I legami di rete tendono a trasferire verso il nodo effetti esogenamente determinati e così condizionano la possibilità dello sviluppo locale; ma un effetto di rete è generalmente possibile solo se compatibile con la storia, le condizioni e la struttura, l'identità e l'autonomia della parte. Tra ragioni del luogo e logiche di rete si stabilisce una dialettica che spesso può divenire conflittuale; ma in ogni caso il mutamento va inteso come possibilità evolutiva di un sistema (o di una sua parte o rete) in relazione ad una varietà di interazioni ambientali"[12].

La consapevolezza dell’importanza imprescindibile che, ai fini dello sviluppo dei legami di rete, hanno le caratteristiche interne dei sistemi locali, le loro peculiari tradizioni, i loro “stili di razionalità, le loro specifiche modalità organizzative sta facendo emergere sempre più il ruolo delle istituzioni e dei soggetti collettivi in generale, ai quali viene riconosciuta una funzione decisiva nell’ “orientare” i soggetti individuali verso comportamenti efficienti.

A evidenziare questa  funzione determinante e imprescindibile delle modalità organizzative delle istituzioni sono stati, in particolare,  Winograd e Flores, che si sono preoccupati anche di realizzare strumenti operativi (in particolare tipi di software appositamente studiati) per agevolare i processi di collaborazione reciproca e di co-decisione all’interno di un’organizzazione qualunque. Nel loro ripensamento delle basi e delle prospettive dell'Intelligenza Artificiale essi sono infatti partiti dalla convinzione della necessità di cominciare a pensare i processi mentali non più in termini di qualcosa di occulto che avviene all’interno della testa di ciascuno di noi,  bensì come l’espressione di una disposizione solidaristica e relazionale mirante a creare e a consolidare un contesto e uno spazio che condividiamo e nel quale possiamo operare in comune, cioè come un fenomeno distribuito, che ingloba il suo ambiente, la sua cultura Inserita in questo orizzonte la potenza del computer sta nel fatto di essere una macchina che consente, in particolare, di razionalizzare e/o ridurre gli sforzi che gli uomini compiono nel fare attività organizzate di qualsivoglia tipo, in quanto facilitano in misura rilevante la corrdinazione delle azioni di più persone e di sincronizzarle.

Per cogliere in pieno tutta la carica innovativa di questo approccio e svilupparne opportunamente le potenzialità occorre riferirsi a un'idea del linguaggio come scambio che presuppone la disponibilità di un contesto comune a chi parla e a che ascolta e si colloca su uno sfondo di assunzioni e di presupposizioni condiviso dai dialoganti, quale “orizzonte” di possibilità che consente l'ascolto di ciò che viene detto e la comprensione di ciò che viene taciuto. Da questo punto di vista la sua funzione primaria e costitutiva non è quella di trasmettere informazioni già predisposte e bell'e pronte, bensì quella di indurre una comprensione o "ascolto" tra persone che condividono un background di conoscenze, interessi e abitudini, generato dalla tradizione a cui appartengono e dal contesto in cui sono "gettati". In  questa prospettiva il dominio di spiegazione più appropriato all'interno del quale inquadrare il linguaggio è quello delle azioni  e delle interazioni umane : "Un'espressione è un 'atto linguistico' che ha delle conseguenze per i partecipanti, conduce ad altre azioni immediate e ad impegni per un'azione futura"[13]. Questa caratteristica del linguaggio, questa sua funzione consistente nel creare una fitta rete di impegni reciproci evidenzia come la verità sia "ben lungi dall'essere l'unica proprietà semantica che ha importanza": nella  conversazione quotidiana "molti atti linguistici -come le domande, i comandi, le interiezioni, ma anche molti motteggi ed arguzie- non sono né veri né falsi"[14]. E' infatti evidente, come già avevano sottolineato J.L. Austin e J.R. Searle nella loro analisi del linguaggio come insieme di atti significativi messi in atto da chi parla in situazioni interattive, che ordini, richieste di fare qualcosa (atti direttivi), promesse (atti commissivi), dichiarare due persone marito e moglie (atti dichiarativi) o scusarsi per qualcosa (atti espressivi) non possono essere considerati espressioni aventi un valore di verità. Ma anche gli atti assertivi, che pure sono inseribili in quella dimensione di valutazioni che include il vero e il falso, comprendono un ulteriore impegno sul fatto che la conoscenza di quanto asserito proviene dalla propria personale esperienza. Tutti questi atti, dunque, sia pure in termini e con gradi diversi, creano impegni , in quanto chi parla impegna se stesso sulla intelligibilità, verità, sincerità e appropriatezza di quello che dice. Ma l'impegno non può essere unilaterale: anche chi ascolta deve a sua volta impegnarsi nell'attività di comprensione e di interpretazione. In questo senso "l'importanza essenziale del punto illocutivo è la specificazione del significato in termini di modalità di impegno prese tra chi parla e chi ascolta, dato che entrambi partecipano alla conversazione"[15].

Da questo punto di vista, e proprio per le caratteristiche e le funzioni fondamentali, di carattere eminentemente sociale, che vengono attribuite al linguaggio, la situazione problematica ideale dalla quale partire per specificarne la natura non è quella della "presa di decisioni" in cui è impegnata una mente riflessiva solitaria, cosciente e razionale, che studia complesse alternative e si vale di tecniche sistematiche di valutazione considerate astrattamente. Occorre invece prendere le mosse proprio dalle organizzazioni, considerate come reti di scambi interattivi e di impegni reciproci, fatte principalmente di promesse e richieste che si sviluppano tra i membri che le compongono. All'interno di questa situazione la condizione chiave è quella della risoluzione  che, a differenza della presa di decisioni cosciente e razionale, è già sempre orientata verso una certa direzione di possibilità: il pre-orientamento di possibilità , "che scopre uno spazio di azioni possibili nascondendone altre"[16] e che consente a chi si trova in una situazione di irresolutezza, cioè in una situazione nella quale ci si chiede: "che cosa bisogna fare?", di risolvere una situazione problematica.

Questo processo, in virtù del quale non solo il linguaggio, ma anche il pensiero si presentano come strumenti interattivi, tesi alla costruzione di uno sfondo il più possibile condiviso tra soggetti che partono da punti di vista magari profondamente diversi, pone problemi nuovi che hanno stimolato più ambiti (filosofia della conoscenza e dell’azione, logica, informatica, economia) a studiare, a partire dagli anni ’80, modelli atti a rappresentare l’interazione di più agenti, capaci sia di conoscere, sia di agire. In tali contesti risulta essenziale sviluppare un’articolata strumentazione razionale, che permetta a questi agenti di rappresentare conoscenze, di eseguire inferenze, di applicare diverse modalità comunicative e, infine, di pianificare azioni, in quanto singoli, ma anche in quanto gruppo con i connessi problemi di coordinazione. E’ in questo senso ad esempio che vanno le ricerche che Derrick De Kerckhove, allievo ed erede culturale di Marshall McLuhan, dedica a quelle che egli chiama le forme di “intelligenza connettiva” . In  seguito a questi sviluppi il pensiero diventa sempre più una forma di connessione e collaborazione tra persone diverse, il risultato di una condivisione con la famiglia, con l’impresa, con gli amici ecc;, cioè un fenomeno di gruppo[17] .

L’importanza e l’attualità di questo nuovo filone di ricerca sono oggi confermati dallo sviluppo, nell’ambito della logica formale, di teorie sistemiche per sistemi multiagente -formalmente dei sistemi multimodali, che possono incorporare anche una dimensione temporale- le quali prevedono la possibilità, da parte di ciascun agente, di ragionare sulle proprie conoscenze e su quelle altrui, e permettono l’identificazione di conoscenze distribuite (distribuite knowledge) o condivise da un gruppo di agenti (common knowledge)[18]. Nelle logiche dei sistemi multiagente, un aspetto molto interessante è l’introduzione di  operatori common knowledge mediante i quali si esprime il fatto che tutti i membri di un gruppo di agenti sanno qualcosa, e ciascuno sa anche che tutti gli altri sanno questo, ecc. Vengono introdotti anche operatori di “conoscenza distribuita”, mediante i quali si evidenzia che gli agenti sanno qualcosa “insieme”, cioè una forma di conoscenza collettiva.

C’è un ulteriore aspetto dell’incidenza che le nuove tecnologie hanno sulle modalità di strutturazione del sapere che va attentamento considerato. Esso consiste nel fatto che questa strutturazione segue vie e percorsi non solo alternativi rispetto alle tradizionali modalità di organizzazione del sapere attorno alle matrici disciplinari, ma anche in gran parte estranei ad esse: Per capire perché occorre fare riferimento a quelle specifiche tecniche di trasformazione dei segnali e degli stimoli provenienti dal mondo esterno in  dati  e in informazioni, di interesse cruciale per i sistemi sociali ed  economici e compatibili con la loro organizzazione interna, quali quelle che  vanno sotto il nome di  Data Warehouse  e di Data Mining.

Il Data Warehouse è un insieme di metodi che consente di calcolare e di mettere a disposizione degli utilizzatori, in forma chiara e facilmente consultabile, aggregati selezionati in funzione delle loro esigenze, delle domande alle quali essi stanno cercando di rispondere e dei loro specifici interessi, presentati sistematicamente sotto forma di serie cronologiche, il cui commento e la cui interpretazione vengono agevolati da strumenti d’analisi che vengono forniti unitamente ad esse. Queste serie (Time series) sono un’esposizione dei dati secondo l’ordine dei periodi sui quali si è concentrata l’attenzione. Questa esposizione risulta utile per l’interpretazione dei dati medesimi (misura dei tassi di crescita, stima della tendenza ecc.). 

L’estrazione di dati (Data Mining), a sua volta, è un complesso di metodi e tecniche che agevolano l’interpretazione di specifici fenomeni osservati negli indicatori aggregati, consentono di scoprire regolarità all’interno di grandi database e mettono, altresì, in condizione di trovare, a partire dai fenomeni constatati su dati aggregati, le possibili cause dei fenomeni stessi al livello delle variabili dettagliate. Esso costituisce dunque un supporto ai processi decisionali, attraverso l’individuazione, rapida ed efficace, di schemi d’informazioni sconosciute o nascoste all’interno delle grandi basi di dati.

I principali strumenti di cui si vale per raggiungere questo obiettivo sono:

 

·        La segmentazione/classificazione (clustering)

·        La ricerca d’associazioni (affinity analysis)

·        Gli alberi di decisioni (decision trees)

·        L’analisi discriminante (classification)

·        Lo scoring

·        Le reti neuronali (neural nets)

·        La ricerca sequenziale (sequential patterns)

·        Le serie cronologiche (time series)

·        L’ottimizzazione

 

Questa individuazione  punta a stabilire e a determinare in modo preciso il valore che questi  dati assumono all’interno di un contesto particolare mediante i procedimento di misura, d’osservazione (per i dati qualitativi) o di calcolo (per i dati aggregati).

A questo risultato si arriva associando i dati di partenza a una struttura di rete che li ponga in relazione con altri dati e li confronti con questi ultimi (passo che consente di trasformarli in informazioni) e, se necessario, di approfondirne l’interpretazione e il commento, trasformandoli in indicatori, dai quali possono essere tratte delle previsioni tendenziali, o estrapolazioni.  Gli indicatori sono aggregati di dati, selezionati per il loro specifico interesse per gli utenti, posti sotto forma di serie cronologiche, depurate e corrette, attraverso la correzione delle variazioni stagionali (Deseasoning), delle fluttuazioni, non significative ai fini dell’individuazione della tendenza soggiacente.

Poniamo, ad esempio, di volere costruire un “sistema” di dati e conoscenze, riguardanti un “oggetto” qualunque contenuto in libri, quadri, musiche, film che ne trattano.  Per conseguire lo scopo dovremo riunire in un unico “campo” tutte le informazioni ad esso inerenti, indipendentemente dalla forma, dal supporto di base, dal formato linguistico di provenienza, i quali costituiscono a loro volta campi (o sottocampi) concernenti il medesimo oggetto. Ognuno di questi campi, a sua volta, potrebbe essere diviso in ulteriori sotto sezioni (di periodo, di luogo, o per altri elementi), il che evidenzia che le possibilità di aggregazione e combinazione delle informazioni (e, di conseguenze, anche i punti di vista e le prospettive, a partire dai quali si può guardare all’oggetto in questione e analizzarlo) sono praticamente infiniti.

Se chiamiamo “oggetti-dati” le diverse notizie e conoscenze riguardanti la specifica entità, verso la quale è diretta la nostra attenzione, è evidente che ogni dato relativo alle “caselle” entro le quali inserire queste notizie e conoscenze costituisce un oggetto-informazione su questi oggetti-dati di partenza, e dunque un “metadato” (cioè un dato su un altro dato o, se si preferisce, un’informazione relativa ad un’altra informazione) di cui servirsi per ricercare questi oggetti-dati.

Naturalmente i diversi metadati debbono essere posti in relazione tra loro in modo da creare una struttura flessibile e funzionale, che permetta di recuperare rapidamente e con la massima efficacia le informazioni attraverso le diverse modalità e i differenti percorsi di ricerche possibili.

In definitiva, un sistema di metadati (meta data system) è la combinazione di campi, definizioni, formati dei dati, strutture, legami e controlli che consentono il recupero delle informazioni ed, eventualmente, una loro rielaborazione sotto altre specifiche (come appunto insegna a fare il Data Mining).

In concreto, il problema della definizione e individuazione dei metadati è fondamentale per la percezione, la catalogazione e l’archiviazione dei dati, posto che questi possono essere, come si è visto, “analizzati” in funzione dei diversi obiettivi conoscitivi e comunicativi perseguiti, proprio per il tramite dei metadati.

Si può dunque facilmente arguire quanto, nell’introduzione dei sistemi di comunicazione complessa, l’identificazione e la formulazione dei metadati da utilizzare non solo sia indispensabile, ma anche ardua e richieda, pertanto, la precisa padronanza di tecniche specifiche e raffinate di “estrazione” dei dati, connesse con l’esigenza di congrue elaborazioni in merito ai contenuti dell’informazione da percepire, categorizzare, inviare, veicolare, archiviare e riutilizzare.

L’aspetto per noi interessante di queste tecniche di “estrazione di dati”, usate sempre più spesso con buoni risultati dalle organizzazioni che vogliono saperne di più sulla loro attività e incrementarne l’efficacia e il successo, consiste nel fatto che esse inducono a concentrare l’attenzione sulle modalità e i processi di organizzazione dell’informazione e della conoscenza ed evidenziano altresì che le tecnologie dell’informazion e e della comunicazione incidono in modo rilevante su queste modalità e processi, in quanto incorporano specifiche modalità di organizzazione dei dati.

Questa influenza si manifesta già nella concezione generale della conoscenza che la diffusione dell’uso di Internet contribuisce a far emergere, e che sancisce il passaggio dalla rappresentazione della conoscenza, basata sull’immagine dell’albero e sull’idea di fondamento, a quella che fa invece riferimento al paradigma della rete. Questo passaggio ha provocato una crisi sempre più profonda delle modalità usuali di intendere e concepire la conoscenza, quella scientifica in particolare, incardinate sui seguenti aspetti fondamentali, che qui si sintetizzano e si riepilogano:

 

1) Queste modalità hanno ampiamente accreditato l'idea della disponibilità di un qualche metodo universale, indipendente dal contesto, per dimostrare un enunciato A in un sistema formale S;

2) Esse si sono esclusivamente orientate verso il ragionamento statico, relativo, cioè, a uno stato di cose fissato, basato su regole date una volta per tutte e che non possono cambiare, come accade nel metodo assiomatico, dove gli assiomi sono fissati dall'inizio e non sono modificabili nel corso della dimostrazione. Ne scaturisce la difficoltà di trattare conoscenze in evoluzione, se non esprimendo queste ultime come una successione di sistemi assiomatici, ciascuno dei quali rappresenta una conoscenza parziale del dominio, e che vengono poi "montati" e composti in un unico sistema i cui assiomi sono l'unione degli assiomi dei sistemi componenti. In questo modo, però, si dà soltanto l'illusione del cambiamento, nel senso che una proposizione non derivabile in un dato sistema può essere derivata in un sistema successivo, e il primo può sfruttare il secondo per ricavare nuove conoscenze. Ma operando in questo modo non viene introdotto alcun mutamento e alcun effettivo elemento di novità e non viene operata alcuna effettiva ristrutturazione all'interno dei sistemi disponibili;

3) Esse hanno privilegiato il ragionamento "concentrato", localizzato interamente in un unico sistema considerato come autosufficiente, nel senso che contiene in sé tutta la conoscenza su un dato dominio;

4) Proprio per questo hanno ampiamente sottovalutato, o addirittura ignorato, il peso e l'importanza della comunicazione e dello scambio di informazioni tra sistemi diversi e del ragionamento che ha luogo concorrentemente in più sistemi. Infatti uno dei problemi più significativi nei quali si imbattono le concezioni standard della conoscenza è, non a caso, la difficoltà di trattare le interazioni dinamiche tra saperi e insiemi di informazioni, dati e cognizioni  differenti e di rappresentare la fitta rete di interrelazioni tra questi ultimi;

5) In virtù di questi caratteri distintivi esse hanno considerato soltanto sistemi chiusi, capaci di trattare soltanto un corpo di conoscenze fisso che dev'essere rappresentato in un singolo sistema consistente di regole altrettanto fisse.

 

Il paradigma della rete ha fatto emergere le seguenti obiezioni a questi aspetti e alle modalità di rappresentazione della conoscenza dalla quali essi sono derivati:

 

1)         la conoscenza non è statica bensì dinamica e sempre incompleta. Essa non può essere vista come un corpus di idee e/o di competenze da acquisire bensì come capacità del soggetto di vederne i limiti, le manchevolezze, le insufficienze, la necessità di approfondimento. Ciò che è centrale non sono quindi le nozioni (quantità) ma la capacità di riflettere su di esse, di analizzarle di criticarle, di adattarle e, soprattutto, di orientarsi all’interno dell’intricato labirinto costituito da un corpus di informazioni e conoscenze che si espande sempre di più e in modo sempre più rapido e all’interno del quale si infittiscono in maniera impressionante le interrelazioni tra le diverse componenti e tra i differenti contenuti;

2)         La conoscenza ha rilevanza solo e in quanto si accompagna alla capacità di uso della stessa. Se è così, allora essa deve esprimersi nella capacità di affrontare e risolvere problemi reali. Viene così posta in risalto la dimensione operativa della conoscenza, vale a dire l’esigenza di tenere nella massima considerazione il nesso tra sapere e saper fare, tra le conoscenze acquisite e la capacità di affrontare e risolvere con successo problemi concreti in cui quelle conoscenze siano in qualche modo implicate, e di tradurre quindi le nozioni e i concetti in schemi d’azione e comportamenti pratici. Questa finalità ha un suo preciso significato teorico e una sua specifica dignità culturale, in quanto si inserisce all’interno di quell’orizzonte epistemologico  che tende ad assumere, come punto di avvio del processo conoscitivo, non tanto  dati certi e inoppugnabili, a partire di quali innescare, ad esempio, il processo di generalizzazione induttiva, o ai quali ancorare le “sensate esperienze”, quanto piuttosto problemi. Riferimento obbligato per quanto riguarda questo spostamento di prospettiva è ovviamente Popper, il quale ritiene, com’è noto, che oggetto di studio ed elemento di partenza del percorso che conduce all’acquisizione di una nuova conoscenza sia sempre P,, cioè un problema iniziale, al quale l’agente che se ne occupa e che è alla prese con esso risponde cercando di elaborare TT, cioè un tentativo teorico di soluzione, che poi viene sottoposto a controllo continuo tramite EE, cioè procedure di individuazione e di eliminazione dell'errore, che condurranno poi, eventualmente, alla formulazione di un altro problema   P2 più avanzato rispetto al precedente. Da questo punto di vista, dunque, operativizzare il sapere significa prestare la dovuta attenzione all’importanza e al valore essenziale che hanno, nell’ambito dei nostri processi conoscitivi, i problemi e la capacità operativa, appunto, di affrontarli e risolverli, che è cosa diversa dalla semplice disponibilità di cognizioni teoriche, il cui possesso costituisce, ovviamente, requisito necessario ma non sufficiente ai fini dell’acquisizione della suddetta capacità.

3)         La conoscenza non può essere pensata come l’apprendimento di regole e concetti che descrivono il mondo, al contrario essa è il risultato di un processo di costruzione collettivo, sociale. Pertanto l’unica forma di apprendimento efficace è la partecipazione a tale processo.

 

La prima di queste obiezioni è particolarmente importante, in quanto fa venir meno la metafora del contenitore, cioè che la conoscenza acquisita dai soggetti individuale e collettivi, e dall’umanità nel suo complesso, possa in qualche modo essere accumulata e “stipata” all’interno di un archivio grande quanto si vuole ma dalle dimensioni comunque finite e avente, quindi, confini che lo differenziano in modo netto e definito rispetto a tutto ciò che si trova all’esterno di esso. Questa conoscenza è piuttosto assimilabile al “libro-labirinto” di cui parla Jorge Luis Borges nel racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano: “Ts’ui Pên avrà etto qualche volta: ‘Mi ritiro a scrivere un libro’. E qualche altra volta: ‘Mi ritiro a costruire un labirinto’. Tutti pensarono a due opere: nessuno pensò che libro e labirinto fossero una cosa sola”[19].

Come si fa a costruire un libro-labirinto? Basta pensare a un qualcosa che sia strettamente infinito e senza centro e realizzarlo elaborando una serie infinita di biforcazioni. “In tutte le opere narrative, ogni volta che si è di fronte a diverse alternative, ci si decide per una e si eliminano le altre; in quella del quasi inestricabile Ts’ui Pên, ci si decide- simultaneamente- per tutte. Si creano, così, diversi futuri, diversi tempi, che a loro volta proliferano e si biforcano. Di qui le contraddizioni del romanzo”[20]. Ogni scioglimento diventa così il punto di partenza di nuove alternative, e quindi di nuove biforcazioni: e il testo diviene una rete crescente e vertiginosa di sentieri divergenti, convergenti e paralleli di tempi che s’accostano, si biforcano, si tagliano o s’ignorano per secoli fino a comporre una trama che comprende tutte le possibilità.

Il libro-labirinto, perfetta descrizione ante litteram di Internet, per essere letto e interpretato richiede che si sviluppi una discussione e un confronto in cui sia possibile vagliare tutti gli argomenti a favore e contro le alternative via via proposte: ed è altrettanto ovvio che, affinché la discussione possa aiutare nella ricerca dei suoi più autentici significati e non si presenti come la sterile contrapposizione di posizioni diverse, o addirittura opposte, i partecipanti ad essa devono accordarsi su alcune premesse, da assumere come proposizioni condivise e che possano essere fatte proprie anche da qualsiasi persona competente in materia. In questo modo, a partire da uno sfondo condiviso, si possono sviluppare forme di ragionamento distribuito , in cui la comunicazione svolge un ruolo essenziale .

Questa modalità di rappresentazione della conoscenza, che scarta come ormai totalmente inadeguata la metafora del contenitore e fa subentrare ad essa quella del libro-labirinto come processo di costruzione inesauribile e tale da porci di fronte a una serie infinita di biforcazioni è l’unica compatibile con un ambiente aperto come il Web, che ci propone dati che, come si è visto, possono assumere (e di fatto assumono) significati anche assai diversi tra loro una volta che vengano associati a campi differenti di metadati. Dal momento infatti che questi ultimi possono essere i più vari e molteplici, a seconda delle finalità di chi ne fruisce, dobbiamo dedurne che una singola informazione può venire inserita in strutture del tutto eterogenee, e quindi essere “categorizzata” in modo del tutto difforme, dando così luogo, inevitabilmente, a “letture” tutt’altro che convergenti e condivise. 

Per evitare che ciò dia luogo a una sorta di “moderna Babele”, all’interno della quale ci siano tante letture difformi dello stesso dato quanti sono gli obiettivi e le finalità dei soggetti conoscenti coinvolti nel processo, e i metadati che li esprimono, bisogna puntare non tanto sull’aggiunta di nuova informazione di per sé, quanto piuttosto sullo strutturare meglio l’informazione disponibile. Per far questo in modo realmente soddisfacente i metadati debbono essere integrati da un approccio semantico, che consenta di definire regole comuni per le definizioni e la costruzione di vocabolari o di ontologie per i soggetti, individuali e collettivi, che vogliono interagire in modo più profondo e proficuo nel Web. Di conseguenza, per ridurre l’anarchia che oggi regna nel Web e facilitare, all’interno di quest’ultimo, la creazione di uno sfondo condiviso che renda più agevoli la comunicazione reciproca e lo scambio di informazioni tra agenti che partono da punti di vista sul mondo, premesse, orientamenti e valori diversi (cioè le interazioni agent-to-agent) si ritiene necessario mantenere traccia del contesto durante il processo di comprensione di un testo qualunque e di elaborazione del linguaggio naturale, cioè integrare l’uso di un linguaggio di meta-descrizione, come XML, con   il Web semantico, appunto.  L’idea alla base di quest’ultimo è di fornire una struttura e in’organizzazione comuni in modo che i dati possano avere significato anche per i programmi che li gestiscono ed essere così condivisi e riutilizzati nelle diverse applicazioni. Ciò che si richiede, in sostanza, ai servizi offerti dal web semantico è di offrire il pezzo mancante per superare l’aspetto modulare e distribuito, che caratterizza la conoscenza reticolare, e muovere verso una maggiore integrazione, attraverso il collegamento dei vari servizi e la gestione della capacità d’informazione da realizzarsi mediante lo sviluppo di vocabolari comuni e di strutture per i metadati condivise. Non si tratta semplicemente, come n ell’attuale web, di avere la possibilità in ogni pagina di riferirsi ad altre pagine, ma diavere URL unici e condivisibili per ogni oggetto, sia reale sia virtuale, insieme alle appropriate asserzioni di equivalenza fra questi. Ciò si traduce concretamente nel riconoscimento, da parte delle comunità scientifiche, dell’esigenza di collegare le diverse risorse e renderle nominabili sul web.

Come si possa andare concretamente verso l’elaborazione e il consolidamento progressivo di questo sfondo condiviso ce lo mostra l’evoluzione dai primi motori di ricerca, come Lycoos o Altavista, che stabilivano la gerarchia dei risultati di una ricerca in base alla ricorrenza delle parole chiave nelle pagine Web, ai motori di ricerca di seconda generazione, come Google. Questi ultimi operano in base ad un algoritmo che calcola il risultato di una ricerca usando come informazione la struttura dei link tra le pagine: se una pagina riceve molti link da altre, allora risale nella gerarchia dei risultati. Ciò significa spostare il baricentro dell’attenzione dalla singola parola o frase alla struttura dei link, cioè al sistema delle relazioni tra questi ultimi, che contiene una grande quantità di informazioni sulle conoscenze di coloro che utilizzano il Web. L’estrazione di questa conoscenza implicita dal groviglio dei link tra le pagine Web, oltre a costituire uno dei risultati scientifici più significativi della ricerca infortmatica degli ultimi anni, come viene sottolineato da J. Kleinberg[21], recupera un pezzo significativo di informazione nella fitta rete della nostra cultura  e realizza una sorta di meta-memoria, che influenzerà a sua volta le scelte successive degli utilizzatori, contribuendo in qualche modo a farle convergere verso obiettivi e punti di vista comuni e a far quindi emergere, via via, uno sfondo di conoscenze condivise. E tutto questo, come si può facilmente riscontrare connettendosi al sito www.news.google.com, in virtù della disponibilità di un algoritmo che filtra le notizie di tutto il mondo utilizzando sempre l’informazione contenuta nella struttura dei link da un sito a un altro, vale a dire l’organizzazione dell’informazione e della conoscenza nel suo complesso. La notizia più “cliccata” mondialmente risale quindi automaticamente in prima posizione, e ciò non soltanto (e non tanto) in virtù del suo significato intrinseco, ma spintavi dal complesso dei “campi di forza” e dei legami reciproci dei link che partono da altre fonti (altre notizie, altre pagine, altri siti) verso di essa, e che sono valutate e assunte come una sorta di “valutazione” che queste altre fonti le assegnano. Siamo dunque di fronte non ad un meccanismo composizionale, bottom-up, ma, al contrario, a un percorso chiaramente top-down, dove è il tutto (l’nsieme dei link e l’organizzazione complessiva dell’informazione) che conferisce significato e valore a ogni singola parte di cui si compone e la valuta.

Lo scopo dell’organizzazione della conoscenza che si può ottenere attraverso il  Web Semantico è dunque quello di agevolare e di rendere più efficienti e proficui la condivisione della conoscenza e lo scambio di informazioni e contenuti da parte di agenti intelligenti. Questo scopo appare in sintonia con il progressivo emergere di un’intelligenza connettiva[22] ibrida, naturale/artificiale, all’interno della quale il flusso della produzione ininterrotta e spontanea di cultura da parte degli essere umani alimenta di continuo il sapere generato dagli automi, e quest’ultimo, a sua volta, con il filtraggio automatico dell’informazione e della conoscenza che produce, condiziona e influenza quella produzione.

Questo processo di crescente co-evoluzione di strategie culturali e cognitive e di sistemi di knowledge management sta già cambiando profondamente la trasmissione del sapere, e sempre più è destinato a farlo. Per convincersene basta dare anche una rapida occhiata al programma educativo “StarLogo” (www.education.mit.-edu/starlogo), sviluppato all’MIT Media Lab, e rendersi conto del contributo concreto che esso può dare per familiarizzare gli studenti con il pensiero distribuito e con i sistemi decentralizzati.

 

 

 


 

[1] R.L. Stevenson, Il dottor Jekyll e Mr. Hyde, Introduzione di Mario Trevi, Feltrinelli, Milano, 1991, p.7

[2] V.I. Vernadskij,  Ocerki po istorii sovremennogo naucnogo mirovozzrenija (Lineamenti di storia dell'attuale concezione scientifica del mondo), in  Trudy po vseobscej istorii nauki, Moskva, Nauka, 1988, p. 77 (il corsivo è mio)

[3] Ibidem, pp. 72-73

[4] Ibidem, p. 72

[5] Ibidem, p. 74

[6] D. Hilbert e P. Bernays, Grundlagen der Mathematik II ,  Springer, Berlin, 1939, p. 289

[7] D. Hilbert, Mathematische Probleme, in D. Hilbert, Gesammelte Abhandlungen. Dritter Band: Analysis,  Grundlangen der Mathematik, Physik, Verschiedenes , Springer, Berlin, 1935, p. 299 (tr. it. parziale in D. Hilbert, Ricerche sui fondamenti della matematica , a cura di V.M. Abrusci, Bibliopolis, Napoli, 1978, pp. 145-162)

[8] D. Hilbert, Axiomatisches Denken , in D. Hilbert, Gesammelte Abhandlungen. Dritter Band: Analysis,  Grundlangen der Mathematik, Physik, Verschiedenes , cit., p. 147 (tr. it. in D. Hilbert, Ricerche sui fondamenti della matematica , cit., pp. 177-188).

[9] D. Hilbert, Mathematische Probleme , cit., p. 300

[10] C. Cellucci, Le ragioni della logica, In press, pp. 148-149

 

[11] D. Hilbert, Die Grundlagen der Mathematik , 'Abhandlungen aus dem mathematischen Seminar der Hamburgischen Universität', 6, 1928, p. 79 (tr. it. in D. Hilbert, Ricerche sui fondamenti della matematica , cit., pp. 267-289).

[12] P.C. Palermo, Interpretazioni dell'analisi urbanistica, Franco Angeli, Milano, 1992, p. 156

[13] T. Winograd, What Does It Mean to Understand Language ?, 'Cognitive Science', n. 4, 1980, p. 229

[14] J. Haugeland, "Introduzione" a J. Haugeland (a cura di) Progettare la mente, Il Mulino, Bologna, 1989, p. 36

[15] T. Winograd, F. Flores, T. Winograd, F. Flores, Calcolatori e conoscenza. Un nuovo approccio alla progettazione delle tecnologie dell'informazione , Mondadori EST, Milano, 1987, p. 85:

[16] Ibidem , p. 180

[17] De Kerckhove ha sviluppato questa tematica soprattutto nelle opere Connected intelligence, del 1997, e The architecture of intelligence, pubblicato nel 2000.

[18] Questi sistemi multimodali sono stati introdotti nel volume di R. Fagin et alii, Reasoning about Knowledge, MIT, 1996, (in particolare c.f.r. il cap. 4).

[19] J.L. Borges, Finzioni, Milano, 1974, p. 73.

[20] Ibidem, pp. 76-77.

[21] J. Kleinberg, “Authoritative  Sources in a  Hyperlinked  Environnement”, Proceedings  of the 9th ACM-SIAM Symposium on Discrete Algorithms, 1998.,

[22] L’espressione, com’è noto, è di Derrick De Kerckhove, che  ha sviluppato questa tematica soprattutto nelle opere Connected intelligence, del 1997, e The architecture of intelligence, pubblicato nel 2000.