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Una scuola “corta” per tutti: una filosofia in contrasto con i nostri principi

 

 

 

Pare che, in un modo o nell’altro, ci si avvii alla applicazione della “riforma” Moratti. Il pare è d’obbligo tali e tanti sono da un lato i motivi di rigetto da parte della categoria - nonostante le speciose esercitazioni di chi ad ogni costo ci vede del buono – e dall’altra le deroghe ministeriali per facilitarne un avvio soft.

Proteste e rigetto che non hanno nel tempo saputo organizzarsi in una coerente proposta alternativa, ne hanno trovato nell’associazionismo sindacale e professionale coinvolgenti risposte coerenti e organizzate. Ci si è insomma fermati al “no” senza saper giungere al “no invece”. 

Certo che non si può nascondere la abissale distanza della legge 53 da una pratica consolidata che ha ispirato le maggiori organizzazioni professionali degli insegnanti. Basti pensare al principio di cooperazione/collaborazione che vede un concorso alla pari tra operatori piuttosto che una scala gerarchica di ruoli e prestazioni.

Ma quello che soprattutto contrasta con una filosofia ancora largamente diffusa sia nel mondo cattolico che in quello laico ci pare il modello di studente che dovrebbe venire fuori dalla scuola.

Fino ad oggi gli insegnanti, soprattutto nella fascia dell’obbligo, hanno cercato – molte volte senza riuscirci – di garantire a ciascun bambino condizioni uguali di partenza: vuoi adattando i tempi della scuola, o individualizzando la proposta educativa, od ancora assumendo ruoli di assistentato sociale, che pur esulando dai loro compiti, miravano a garantire l’uguaglianza dei diritti e ad offrire ai più il massimo delle opportunità.

In questa ottica l’introduzione del tempo pieno ha senza dubbio determinato molti di quegli elementi di innovazione didattica ed organizzativa che hanno anticipato successivi momenti di riforma. Elementi peraltro oggi drasticamente messi in discussione dalla legge 53. Legge alla quale la totalità delle scuola ha risposto indicando il massimo dell’orario possibile, le 30 ore, al fine di garantire un “pacchetto” scolastico più ricco.

Il proporre a giovani di diversa estrazione sociale e culturale gli stessi tempi scolastici equivale infatti a far correre in uno stesso circuito chi è a piedi e chi è in motorino.

Don Milani era solito ricordare che nulla è più ingiusto che fare parti uguali tra disuguali.

Alla scarsezza di stimoli di un ambiente culturalmente povero e scarso di opportunità corrisponde un gap iniziale che non si recupera da se. La differenza di esperienze tra coetanei è oggi molto elevata nel nostro paese e tende a crescere con lo spopolamento delle zone interne ed il conseguente rarefarsi delle istituzioni scolastiche. Ciò è ancora più vero nella nostra isola dove negli anni passati si è proceduto, forse con troppa disinvoltura, a progetti di razionalizzazione che hanno soppresso numerose istituzioni scolastiche e con esse ogni possibilità non solo di aggregazione ma anche di incontro per i giovani. Ma anche in realtà geografiche territorialmente omogenee la differenza tra coetanei ritorna con prepotenza come riferisce lo stesso Prof. Bertagna  il quale riconosce che gli “abbandoni, però, sono reclutati pressoché esclusivamente in ragazzi che provengono da famiglie i cui genitori sono senza titolo di studio e vivono in condizioni sociali degradate o marginali” ed è strettamente riferita alla diversificazione sociale.

Secondo i dati Istat e Isfol, per il figlio di un genitore con reddito appartenente al gruppo basso, la probabilità ancora oggi esistente di frequentare fino a 14 anni la scuola senza bocciature è del 18,3%, mentre la probabilità di laurearsi è del 2,7%.

Si badi bene che nella quasi totalità dei casi si tratta di intelligenze vive, non curate, abbandonate. Alto è infatti nella nostra isola non solo il numero dei ragazzi che non assolvono l’obbligo mentre continua a crescere quello dei ragazzi che, pur avendo formalmente adempiuto l'obbligo, "escono" per sempre dal sistema formativo (talvolta più o meno surrettiziamente espulsi perché incapaci di omologarsi alla media della classe nella valutazione di un profitto scolastico ormai del tutto avulso dalla realtà) senza aver conseguito il titolo di studio ("uscita senza titolo") o senza aver acquisito sufficienti conoscenze e competenze ("uscita senza istruzione"). 

Qualcuno potrebbe affermare che ormai la televisione o internet arrivano dappertutto. Ed è pur vero in quanto in numerose realtà ad una “scuola corta” – ed in molti casi lontana -  corrisponde una “strada lunga” o le estenuanti esposizioni mediatiche.

Ma a tale obiezione è facile rispondere che: in primo luogo, si dubita sulla funzione formativa, sic et simpliciter, di tali mezzi (mentre si è fortemente convinti della profonda influenza che questi esercitano sul cambiamento delle abitudini e dei costumi); in secondo luogo nessuno di questi pur potenti mezzi costituisce uno spazio per esperienze reali.

I ragazzi non vivono ciò che vedono, piuttosto ne annusano l’odore, cercano di rappresentarlo negli aspetti esteriori, e, in assenza di una necessaria mediazione, contrappongono ad un’esperienza reale modesta  una esperienza virtuale ricca e verosimile, spesso avvertita come rifugio onirico, fuga, desiderio, mito.

In questo senso anche un termine innocuo come “personalizzazione” diventa sospetto perché viene simultaneamente inteso come – a ciascuno la scuola che può permettersi -. Non è forse vero che si personalizzano i pagamenti in virtù delle possibilità?

In un mondo dove qualcuno ci vuole sempre più competitivi, prima come europei, poi come italiani, oggi anche ogni scuola nei confronti dell’altra, ed infine ciascuno contro tutti  in una strana gara le cui regole cambiano giorno dopo giorno, corre il dubbio che si trucchino i blocchi di partenza. O per lo meno si fa finta di non vedere che qualcuno non è in grado di correre. 

In una società che non garantisce più un lavoro sicuro, e più spesso neanche un lavoro, dove si richiedono professionalità ed intelligenze sempre diverse la scuola assume una funzione strategica nella diversificazione sociale. O essa assume coscienza del suo ruolo costituzionale per promuovere “tutti” e “ciascuno”, o si limita a registrare le differenze esistenti magari convincendo i meno fortunati con la vecchia filosofia; “non tutti sono tagliati per gli studi” – oggi – per consegnarli alla sotto occupazione – domani -.  

24 aprile 2005

franco mura