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Il disegno di legge regionale sull’istruzione e la morte del sardo
riflessione del prof. Eduardo Blasco Ferrer dell'Università di Cagliari,  recentemente pubblicate sull'Unione Sarda
 

 

Venerdì 2 dicembre alle 18 è stata presentata la bozza della Legge regionale sull’istruzione e la formazione professionale al Thotel di Cagliari. A difenderla, in prima persona, l’Assessore  E. Pilia, circondata dal Presidente della Commissione Cultura G.L. Gessa e da vari esponenti del mondo della scuola. Il testo presentato a una platea di insegnanti, operatori extrascolastici ed interessati ai contenuti pedagogici e didattici è il frutto di un lavoro di équipe, che in tempi celeri ha ridimensionato la legge-quadro nazionale sulla riforma scolastica e sui plurimi compiti regionali attinenti all’istruzione e alla formazione professionale. Indubbiamente c’era bisogno d’una risposta, sobria ma dura, al progetto ministeriale sulla riforma, e anche premeva sottolineare, in armonia con l’autonomia regionale, quelle mansioni sempre più ampie d’intervento, gestione e programmazione che interessano i molteplici settori del mondo della scuola e della formazione dei Sardi, da 0 a 90 anni, come recita lo slogan scelto come titolo della presentazione. Come direbbe Talleyrand, un testo di legge si misura sui contenuti e sulla forma. Chi scrive queste righe è da anni impegnato in prima linea nel campo della formazione degli educatori, e ha esperienze ventennali sulla estremamente variegata realtà educativa e formativa del territorio. Condividendo peraltro gli scopi sani e ambiziosi degli estensori della legge, e non essendo un animal politicum, il sottoscritto crede che nello spirito costruttivo d’una critica ragionata le poche deroghe che seguono possano venir interpretate come uno stimolo alla riflessione e un contributo pro virili parte all’accoglienza del testo definitivo della legge.

In linea di massima, lo sforzo compiuto dalla Giunta per demarcare i propri compiti d’intervento va seriamente apprezzato. Nei 45 articoli del testo si osservano spunti innovativi che potenziano e riequilibrano la dimensione regionale rispetto all’assetto precedente. Il sostegno al precariato, alle strutture, alla formazione costante dell’individuo, alle relazioni internazionali sono solo alcuni dei punti in cui il lettore attento troverà spie sufficienti di valorizzazione di aspetti culturali, amministrativi e umani prima non sufficientemente elaborati o persino negletti. Purtuttavia, i nodi della legge sono molteplici, e in alcuni casi richiedono competenze di esperti. Mi sentirei di dire, in limine litis, che poiché lo scopo precipuo del testo è pedagogico-didattico, giuridico-amministrativo e linguistico, la presenza di pedagogisti, giuristi e linguisti nella squadra di lavoro sarebbe stata d’obbligo. La loro assenza, di conseguenza, si avverte in alcuni passi poco sicuri, ambigui e persino contraddittori. Nel complesso, se posso permettermi un suggerimento da linguista, nella revisione della bozza andrebbe perseguito ciò che nel testi legislativi europei e internazionali appare ormai come una scelta obbligata, un plain writing, ossia una scrittura poco ermetica, affrancata dai soliti riboboli del burocratese. Quando all’art. 3 si parla di “migliorare le competenze di ogni persona in funzione dell’adattabilità all’evoluzione dei saperi nella società della conoscenza”, adattabilità e saperi creano soltanto farraginosità in una frase già di per sé complessa. Purtroppo non mancano neanche i veri sfondoni d’italiano, che denunciano troppa sbrigatività nella compilazione del testo. Al punto 3 dell’art. 2 si parla di “un sistema formativo integrato fondato sull’unitarietà, sul pluralismo e sulla specificità ed autonomia delle singole componenti”, mettendo insieme termini che creano un palese ossimoro. In più articoli si discute del “patrimonio culturale e plurilingue (sic!) della Sardegna”, senza badare al fatto che solo il parlante, o la comunità di parlanti, possono essere pluri-, bi- o monolingui, mentre la cultura o il patrimonio sono unicamente (pluri)linguistici (e su quest’errore si era già soffermato anni fa Bruno Migliorini discutendo della differenza fra i suffissi –ista e –istico nell’italiano contemporaneo: lavoratore specialista – lavoro specialistico). In altri segmenti del testo si trovano diverse espressioni scorrette, ma vorrei concludere questa breve rassegna con un discettazione di contenuto, che mi sembra davvero lesiva nei confronti dei Sardi. L’art. 6, appunto sulla Valorizzazione del patrimonio culturale e plurilingue (sic!) della Sardegna costituisce invero un’anomalia nel quadro innovativo del disegno di legge. Basta leggere, anche senza profonde competenze, il dettato del punto 1 per rendersi subito conto del macroscopico passo indietro operato consapevolmente dagli estensori del testo: “La Regione, nell’ambito del dettato costituzionale, della Carta europea delle lingue regionali e minoritarie e della L. n. 482/1999, valorizza e sostiene, a partire dalla scuola dell’infanzia, la conoscenza del patrimonio storico, artistico, culturale, paesaggistico e plurilingue (sic!) della Sardegna, nel rispetto delle capacità linguistiche iniziali di ciascuno, operando per un loro graduale ampliamento”. Anche il lettore ingenuo si chiederà spontaneamente due cose: (1) perché non si menziona esplicitamente il sardo in quanto patrimonio linguistico d’identità territoriale, culturale, antropologica, storica?. (2) Perché, subdolamente, si opera una fallace equipollenza fra sardo e altre (?) lingue presenti nell’Isola, additando un mero ampliamento delle conoscenze di tali realtà?. Vien da chiedersi come si sia potuti giungere a un tale stravolgimento della L.R. 26 e anche della L.N. 482, nonché già della Charta Magna europea del 1992, che esplicitamente parlano di tutela e potenziamento del sardo, in quanto lingua regionale. Credo che questa scelta, sicuramente non fortuita, dell’Assessorato diretto dall’On. Pilia, segni una forte, esiziale svolta per il destino della lingua sarda, contribuendo certamente a un progressivo indebolimento, o alla morte della lingua etnica isolana. A fugare qualsiasi dubbio su questa congettura è stata la stessa Pilia in conclusione di seduta. Rispondendo alla domanda su questo strano passo, l’Assessore, con tono apodittico, ha dichiarato che “la Regione non imporrà mai il sardo nelle scuole”. L’imposizione (absit iniuria verbis) d’una lingua non è stata mai una strategia vincente: lo seppero i Catalani (e dunque lo so io di persona) durante il franchismo, i Provenzali dopo la  Loi Deixonne e tante altre minoranze ricordate fra altri dal Premio Nobel Neruda o dal cantautore Lluis Llach. E lo disse con parole autorevoli il linguista Joseph Vendryes, ricordando che una lingua non muore per imposizione di un’altra, ma quando coloro che la parlano non provano più il bisogno, il gusto, la volontà di parlarla. Il raggiungimento del bilinguismo in Friuli, nell’Alto Adige, nella Val d’Aosta, in Catalogna, nel Galles e in tante altre minoranze tutelate dalla CEE è uno scopo difeso ad oltranza dalle popolazioni e dalle amministrazioni regionali, senza che da nessuna delle stesse venga fuori l’alibi dell’imposizione, e facendo tesono contemporaneamente della massima di Edouard Herriot: “La cultura è ciò che resta all’uomo quando ha dimenticato tutto”. Dopo anni di lotte culturali che hanno visto impegnati anche Sardi illustri (Giovanni Lilliu)  e raggiunte mete ambiziose, non ci aspettavamo di dover invocare nuovamente quell’inno di speranza di Francesco Masala per la lingua tagliata: Cantade e ballade bois, ca sos ballos sun sos bostros. Cand’ant a benner sos nostros, amus a ballare nois. Credo, in conclusione, che la miopia della bozza vada corretta drasticamente, perché, anche in termini politici, non penso che Renato Soru sottovaluti l’importanza che alla lingua sarda, già valorizzata nei termini culturali giusti da Gramsci, dia il popolo che l’ha sostenuto.