| SARDEGNA: RITARDI, URGENZE E ATTESE | |
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La Regione Sardegna si è caratterizzata per una serie di disattenzioni e ritardi rispetto ai temi della scuola e della formazione in genere. Le percentuali della permanente selezione e dell’abbandono scolastico tuttora presenti e nettamente al di sopra della media nazionale (e non facciamo certo il confronto con le regioni più avanzate del nostro Paese, senza parlare dell’Europa) stanno lì a dimostrare la necessità di interventi urgenti e non più differibili. A questi dati si aggiunga il forte squilibrio fra istruzione secondaria superiore e formazione professional, sopradimensionata quest’ultima rispetto ai parametri nazionali. Occorre che la Regione e gli EE.LL., in sintonia con la Direzione Scolastica Regionale, pongano al centro della politica e dell’intervento regionale la qualità della dell’istruzione e della formazione ad iniziare dalla scuola dell’infanzia contro la deriva della dispersione. Nell’anno scolastico 2002/2003 infatti gli alunni non promossi in Sardegna sono stati circa il 25% nella Scuola Secondaria Superiore, intorno al 9% nella Secondaria di Primo Grado (ex Scuola Media) e quasi il 2% nella Scuola Primaria (ex Scuola Elementare), mentre – fatto grave - non si sa nulla sulla dispersione in atto nei corsi di formazione professionale e il cui numero d’iscritti si sta moltiplicando in questi ultimissimi anni. Queste cifre inoltre non solo non accennano a diminuire ma ci sono segni che fanno realisticamemnte prevedere un loro incremento. Facciamo degli esempi * La situazione delle Scuole dell’Infanzia statali denota l’assenza di una politica organica della Regione e conseguentemente in genere degli enti locali tesa a:
* In Sardegna permangono ancora situazioni di plessi di Scuola Primaria (ex Elementare) con pluriclassi, anche in Comuni poco distanti fra di loro. L’isolamento dei piccoli plessi, la conseguente scarsità e povertà degli stimoli relazionali, le difficoltà di un intervento didattico adeguato nelle pluriclassi hanno e stanno riproducendo modesti esiti formativi favorendo in tal modo difficoltà e selezione nella progressione scolastica oltre che naturalmente in quella sociale.
* Seppure in presenza numericamente significativa di Istituti Comprensivi non c’è stata un’azione d’incentivazione e di supporto alla costruzione di una cultura organizzativa e didattica tesa a erogare un servizio in continuità nella formazione di base. Né vi è stata un’azione di valorizzazione per una estensione e generalizzazione di questa significativa presenza, quale oggettiva occasione d’incontro professionale fra i docenti dei diversi livelli di scuola, quale passo imprescindibile nella affermazione istituzionale del primo ciclo unitario d’istruzione. * La presenza di un significativo numero di corsi di tempo prolungato nella scuola Secondaria di 1° grado avrebbe dovuto migliorare la qualità dell’offerta formativa; i dati sull’insuccesso scolastico della Sardegna dicono che ciò non è avvenuto. Spesso si è trattato solo di un pericoloso allungamento dell’orario antimeridiano, favorito dall’assenza dei servizi di mensa scolastica, il che ha appesantito il carico scolastico anziché offrire una attività didattica più flessibile e aderente ai tempi d’attenzione e d’apprendimento. Regione, Enti Locali e anche i Sindacati dovrebbero avere interesse a verificare gli esiti dell’utilizzo delle risorse e la qualità dei servizi. * Nelle scuole, la dotazione libraria, di sussidi didattici, di laboratori attrezzati e di palestre a reale disposizione degli alunni risulta inadeguata, riflettendo la permanenza di una concezione pedagogica fondata sul predominante ruolo centrale di cattedra e libro di testo, spiegazione e interrogazione. Modalità didattiche e relazionali queste assai povere e scarsamente motivanti nella attuale società della comunicazione massmediale. Inspiegabile inoltre appare il vistoso ritardo con il quale dovrà prendere concreto avvio il costoso “Progetto Marte”, ritardo che rischia di essere già sul nascere tecnologicamente obsoleto. Tutto questo comporta carenza di preparazione di base, che è premessa alla selezione e al raggiungimento di un basso livello di formazione agli studi e professionale con deleterie conseguenze sulle prospettive produttive della regione e di vita dei singoli. Alcune conseguenti considerazioni
Occorre una drastica svolta Va riconosciuto che il Programma “Sardegna Insieme” per cambiare la regione ha riservato una adeguata attenzione ai problemi delle “infrastrutture immateriali e materiali” della scuola, della formazione professionale e della ricerca. Conosciamo però gli storici ritardi della sinistra, non solo sarda, rispetto ai temi della scuola e della formazione. Avvertiamo tutt’oggi una scarsa attenzione politica ed un impalpabile rapporto verso il profondo disagio che sta attraversando la classe docente e dirigente della scuola di base di fronte allo stato di confusione in cui versa oggi la scuola e di regressione del diritto allo studio, determinato dalla legge Moratti. Occorre veramente mettere insieme le risorse umane, professionali e materiali disponibili per fare della scuola pubblica il vero fulcro non della conservazione ma dello sviluppo della “identità e del ruolo sociale della Sardegna” nel Mediterraneo e inseriti nella realtà economica e della comunicazione oramai globalizzata. Abbiamo bisogno di una Regione che non si limiti all’assistenzialismo, agli interventi improvvisati e a pioggia, all’indifferenza verso le chiusure municipalistiche ma che attraverso una programmazione partecipata avvii un serio intervento di sostegno alla formazione docente, di razionalizzazione del servizio scuolastico in un’ottica di rete territoriale, di affermazione reale dell’effettivo diritto allo studio non solo nei grossi centri ma su tutto il territorio regionale a partire dalla Scuola dell’Infanzia e dai piccoli e periferici nuclei urbani. Dare spazio al riconoscimento della “lingua sarda” non significa poi isolarsi ma chiedere alla scuola, fornendo le opportunità formative necessarie, di farne la base portante per un’educazione aperta al plurilinguismo, che non può che partire dal riconoscimento delle proprie radici se non vuol essere pura sovrapposizione e asservimento culturale alle lingue dominanti (dall’italiano all’inglese), privando di senso e di significato profondo l’apprendimento di lingue non materne nell’assenza di un rapporto nel curricolo didattico fra emozione/natura e comunicazione/istruzione. Leggiamo nel Programma per cambiare la Sardegna. Insieme “progettare, alla stregua di altre regioni i cosiddetti distretti formanti”. Ce ne compiacciamo. Speriamo solo che tale affermazione, che guarda ad una dimensione del diritto allo studio in un’ottica più complessiva e globale dell’intervento formativo e sociale, anche all’interno di reti interservizi e bio-digitali, non rimanga sulla carta e non venga rinviata nel tempo. Troppo spesso succede in politica che ci si ritragga di fronte alle reali innovazioni che richiedono mobilitazione di intelligenze, superamento delle inerzie e del particolare, investimento economico, coinvolgimento e crescita culturale diffusa. C’è bisogno ed urgenza Occorre pensare una Scuola non più quale lunga mano dello Stato centralista ma quale istituzione autonoma della Repubblica, capace di diventare sorgente attuale di vita nella comunità sociale, radicata ed integrata nel proprio territorio, interconnessa con tutti i servizi pubblici che in qualche modo hanno a che fare con la salute corporea e mentale, e dunque con la formazione delle nuove generazioni (dal Comune con i suoi servizi sociali, civili e culturali, all’ASL per la prevenzione e l’assistenza, alle associazioni e alle imprese del territorio). C’è bisogno di pensare una formazione poggiata e rivolta ad un’area non limitata al municipio e chiusa nel singolo Istituto scolastico ma dislocata su un territorio più ampio, distrettuale; questa è condizione per garantire qualità dei servizi di supporto, possibilità plurima di scambio e aggiornamento professionale docente, opportunità d’offerta di strumenti e d’esperienze nonché d’orizzonti culturali più ampi, sviluppo della cultura della collaborazione e della cooperazione e, dunque, del lavoro collegiale in équipe, della documentazione e della programmazione, che sono oggi le condizioni fondanti della tenuta e dello sviluppo. C’è urgenza di aprire un ampio confronto ed uno studio attorno al rapporto fra il ruolo d’istruzione dei nuovi Licei e quello della Formazione professionale, di competenza rispettivamente dello Stato e della Regione, al fine di evitare il concreto ed urgente pericolo di una ulteriore divaricazione e discriminazione sociale a partire già dall’adolescenza. E’ un nuovo scenario che si apre e che esige una diversa attenzione ed un forte ripensamento autocritico rispetto alla tradizionale formazione professionale demandata dalla Regione ad una miriade di imprese private, che richiede pure una revisione organica sulla dislocazione delle specifiche presenze nei territori della Scuola Secondaria Superiore. Quest’ultima non può esser lasciata alle mire campanilistiche con sprechi e presenze scarsamente formative e non funzionali alle esigenze delle diverse aree. Altrettanto ed ancor con più forza vale il ragionamento relativo alla dislocazione e agli indirizzi (e alla loro flessibilità rispetto della Formazione Professionale. Occorre affrontare una riflessione critica sul livello formativo in senso culturale e non solo tecnico operativo della Formazione Professionale evitando di sostenere iniziative scarsamente qualificate che sono destinate ad alimentare la discriminazione sociale e la emarginazione rispetto ad una società del lavoro flessibile e a rapida evoluzione tecnologica. È necessario in sostanza un disegno politico complessivo che, avendo cura della formazione di base delle fasce più deboli della società, rispetti le specificità e le integri in una prospettiva operativa e di sviluppo regionale. Perché questo possa succedere è inderogabile una forte iniziativa convergente fra Regione, Comuni e Province insieme alla Direzione Scolastica Regionale e alle due Università, in un rapporto d’attenzione e di coinvolgimento della classe docente, iniziativa che può succedere solo se la Regione si pone come centro promotore, legislativo e operativo, per una rivitalizzazione della scuola che sia funzionale aa un progetto di sviluppo futuro della Sardegna. Cagliari, dicembre 2004.
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