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Opposizione ad una operazione reazionaria

 

 

L’azione che il ministero Berlusconi-Tremonti-Gelmini sta operando sulla scuola si configura non solo come un’operazione di corposi tagli amministrativi ma come una vera e propria operazione di restaurazione sociale.

Reintrodurre la “maestra unica” nella Scuola Primaria dopo quasi vent’anni di positiva esperienza modulare significa riportarci indietro alla scuola elementare vecchio stampo. Tale operazione determinerà una riduzione della qualità professionale docente che, dovendo insegnare tutto, farà un po’ di tutto: di necessità superficialmente, senza poter sostenere l’apprendimento di contenuti disciplinari con tecniche e metodologie adeguate ed approfondite, senza poter perseguire l’individualizzazione dell’insegnamento-apprendimento.

Ritorneremo all’atteggiamento della “Mia classe”, dei “miei bambini” in una logica di chiusura nell’aula, di non confronto, dove all’approfondimento d’ambito culturale, cresciuto in questi quindi anni, si sostituirà la prevalente trasmissione formale di contenuti. Altro che pratica dei “Piani di studio personalizzati” e di “Portfolio delle competenze” della proposta di Bertagna-Moratti o di programmazione curricolare di “Una scuola nel nuovo scenario” delle più recenti Indicazioni.

Cosa comporterà tutto questo?

Una alfabetizzazione più povera, più passiva.

Un prevalere della registrazione invece che della promozione cognitiva. E quindi una condizione di discriminazione sociale verso i bambini delle famiglie con difficoltà economiche e limiti culturali.

Una reintroduzione della pratica del programma (il libro di testo come strumento non solo centrale ma esclusivo) al posto della programmazione curricolare (che è fatta di più specifiche competenze disciplinari, di più strumenti didattici e di necessario confronto interdocente).

Uno svuotamento e dunque la negazione della attuale pratica del confronto (le due ore di programmazione obbligatoria settimanale). Con chi si dovrebbe confrontare e con chi concordare sul che fare con i “suoi bambini” la maestra unica di classe?

Invece di generalizzare questa pratica con l’estensione delle due ore settimanali obbligatorie di verifica e programmazione collegiale a tutti gli ordini di scuola si perverrà per morte naturale all’annullamento dell’unica esperienza generalizzata di programmazione in atto nella scuola italiana (esperienza che si è dimostrata comunque rigeneratrice della Scuola Primaria).

Ma riduzione del confronto interdocente comporta anche riduzione di consapevolezza del bisogno di aggiornamento, di una formazione continua, porterà a rendere la scuola ancora più rigida e in ritardo rispetto ad una società sempre più complessa ed in continuo cambiamento tecnologico, scientifico e culturale.

Introdurre le classi differenziate per i bambini stranieri contribuirà a dividere culturalmente, a impoverire tutti con la reintroduzione della cultura della segregazione che la legge 517 del 1977 aveva cancellato. Sarà la premessa alla restaurazione delle classi differenziali e delle scuole speciali. Oltre ad alimentare progressivamente la cultura della discriminazione sociale faciliterà la diffusione della ghettizzazione e dell’atteggiamento xenofobo.

È ovvio che a pagare saranno gli strati sociali più deboli. I figli delle classi sociali benestanti, anche se con problemi di disabilità, potranno trovare risposta dalle scuole d’eccellenza private.

Ridurre il tempo scuola, dalla Scuola dell’Infanzia alle Secondaria Superiore, significa favorire chi in famiglia ha più opportunità economiche e culturali, ma comporta pure un generale impoverimento formativo generazionale, in tempi nei quali la fondamentale risorsa per il futuro del Paese è costituita dai livelli complessivi di formazione tecnica, scientifica e culturale. Avremo generazioni ancor più addomesticate dai mass media, sempre più deprivate delle capacità di lettura critica che a livello di massa può dare oggi solo la scuola.

Che nella scuola statale ci sia spesso necessità di più serietà e di razionalizzazione (anche economica) convengo. Ma come la si fa? Non certo tagliando indiscriminatamente, riducendo la spesa per la formazione. In questo modo si renderanno le situazioni di disagio ancor più a disagio. Penso in particolare al Sud del Paese, ai quartieri di periferia delle grandi città, alla montagna.

Lo si fa invece impostando controlli sull’uso talora corporativo e lassista dell’autonomia, sull’uso/abuso delle segnalazioni per il sostegno, su una serietà non demandata alla selezione (il cinque docente facile) ma su una seria verifica verso una dispersione scolastica facilitata dall’assenza o carenza di interventi preventivi, su un blocco della diffusione delle ore di lezione ridotte a 50 o 55  minuti nella Scuola Secondaria (orario che comporta 30 o 60 minuti settimanali di taglio del servizio, cioè mille o duemila ore annue di scuola pagata dall’Amministrazione e non resa agli studenti).

Si fa rendendo obbligatoria una quota oraria annuale d’aggiornamento (evitando che il singolo Istituto programmi e spenda per la formazione docente che viene fruita solo da chi vuole) ed estendendo le due ore obbligatorie di verifica e programmazione collegiale settimanale a scuola da generalizzare a tutti gli ordini e gradi di scuola.

Si fa controllando e limitando il doppio lavoro di certe categorie di insegnanti della Secondaria Superiore (il cui ultimo pensiero in questi casi talora è rappresentato dalla scuola). E potremo proseguire nell’elenco delle razionalizzazioni necessarie per limitare lo spreco e garantire la qualità del servizio.

Ma non sono queste le opzioni sociali di Berlusconi,  i pensieri di Tremonti e le sensibilità culturali della Gelmini.

Proprio per questo gli insegnanti e i dirigenti scolastici democratici sono chiamati attraverso l’associazionismo professionale a farsene carico per resistere ed opporsi sul campo e non da soli e isolati alla controriforma della scuola pubblica di Stato.

 

Rinaldo Rizzi

 

Cagliari, 20 ottobre 2008.