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La Lula di Bernardini è la Lula del mondo Antoni Arca (Lula, 10.11.07)
1. Rendere omaggio al grande maestro scrittore Albino Bernardini, oggi, a Lula, deve necessariamente significare partire dal suo romanzo-denuncia Le bacchette di Lula (1969). Certo, dal punto di vista strettamente letterario, sarebbe più coerente analizzare l’intera opera di Bernardini scrittore per ragazzi, perché, al di là dei meriti intrinseci, è rappresentativa di una precisa corrente letteraria italiana: quella dei maestri-scrittori come Alberto Manzi, come Gianni Rodari, come Leonardo Sciascia, come Angelo Petrosino. Uno scrivere bello e utile, cioè didatticamente necessario. Non morale, come usava nelle favole settecentesche, ma, per dirla gramscianamente, organico al partito dei lettori, cioè dei bambini, dei ragazzi e del popolo. Da sardo, invece, dovrei soffermarmi su Albino Bernardini promotore di una letteratura per ragazzi regionale, perché tenne a battesimo, alla fine degli anni ’80, le collezioni per ragazzi prodotte dalle edizioni Dattena di Cagliari e, pochi anni dopo, della collana per ragazzi delle editore Condaghes, anch’esso di Cagliari. In tutti e due i casi, il ruolo di Bernardini fu determinante, perché indicava quale sia l’elemento dominante in ogni letteratura: la lingua. Quindi, con Dattena promosse l’edizione di libri bilingui, sardo e italiano, in addirittura 5 diverse varietà di sardo; lo stesso libro, nel 1991 (Racconti per ragazzi di Maria Lucia Fancello), uscì in barbaricino e italiano, in logudorese e italiano, in campidanese e italiano, in sassarese e italiano e in gallurese e italiano. E i traduttori, grazie al prestigio, meritato, di Bernardini, erano altri prestigiosi insegnanti scrittori sardi, come il professor Francesco Masala, il preside Matteo Porru e il direttore didattico Franco Fresi. Qualche anno dopo, ci riprovò ancora, con la Condaghes, come già detto, inaugurando un semi franchising editoriale: Il trenino verde della Condaghes, infatti, rappresentava una gestione autonoma del Leprotto lettore della torinese Il capitello. Il primo titolo era di Bernardini, appunto, Il palazzo delle ali e altri racconti (1995), a Torino, Il palazzo delle ali e àteros contos (1995), a Cagliari. Anche stavolta sa limba. Nella parte delle schede operative, in Sardegna, invece di giochi e test, vi erano tre traduzioni dall’italiano al logudorese, al campidanese, al nuorese.
2. Ma, qui, oggi, a Lula, mi sembra più opportuno rileggere e comparare l’Albino Bernardini maestro non ancora convertito alla lingua sarda; perché più convinto della necessità di liberare i sardi dalle loro catene, anche culturali, oltre che politiche ed economiche. Negli anni ’50, gli stessi in cui la scuola elementare italiana si faceva al contempo obbligatoria e cattolicissima (si vedano i programmi del 1955 e la professione di fede e didattica della religione cattolica come “fondamento e coronamento dell’educazione”), Albino Bernardini, insieme a Bruno Ciari e a Mario Lodi, per citare altri maestri scrittori, decideva che insegnare significava anche lottare contro ogni sopruso; e il primo, il più forte dei soprusi, è quello che le persone fanno contro se stesse impedendosi di esprimere il proprio pensiero. Per questo, i bambini del maestro Bernardini, i bambini di Lula, era necessario che imparassero a tradurre in parola-azione le proprie personali e collettive riflessioni. Ma erano gli anni in cui essere comunisti poteva costare caro, e quel maestro, macchiatosi della colpa di aver “alzato le mani” su un prete, doveva essere subito allontanato. Lontano da Lula, lontano dalla Sardegna, Bernardini diventò il maestro di Un anno Pietralata (1968), un’icona per la pedagogia attiva dell’Italia di allora e di oggi. Dopo il successo di quel libro, il maestro delle borgate romane fruga nei propri ricordi pedagogici e ne tira fuori un volume in cui narra di un terribile anno scolastico in quel di Lula. In quel momento storico, la Lula narrata nel libro non è il luogo politico-geografico oggi assurto alle cronache politiche de mondo intero, ma un pretesto letterario e pedagogico per poter dire dell’improcrastinabile voglia di rinnovamento. Il racconto di Bernardini era ambientato a “Lula”, un luogo talmente lontano e piccolo da poter rappresentare alla lettera quell’idea di Paese sbagliato di un altro libro coevo scritto da Mario Lodi (1970), ma già superato da un altro paese pedagogico analogo a Lula, ma allora in positivo: C’è speranza se questo accade a Vho (Lodi 1963). Erano gli anni in cui una verità assoluta si opponeva ad un’altra verità assoluta. La mediazione era nel metodo pedagogico, ma non nell’interpretazione storico sociologica delle cose, almeno in didattica.
3. Il maestro di Le bacchette di Lula lo vede bene che i suoi scolari lo guardano con diffidenza, lui lo riporta fedelmente (“La paura”), pensa che si tratti di una semplice eredità scolastica, e non gli viene in mente che si tratti, invece, della “normale” diffidenza dei sardi nei confronti di su “furisteri”, cioè colui che viene dalla foresta, da chissà quale altra “bidda” e quindi probabile bandito o traditore; così come appreso da secoli di soprusi e malgoverno gestito dai giudici di fatto e, spesso, cattivi interpreti del codice di (mala) giustizia conservato nella Carta de logu. Il maestro vede se stesso come vittima; non è stato lui a scegliere la scuola di Lula, ma il provveditorato a mandarcelo in punizione. Lui, il maestro nuovo, vuole che i suoi scolari si aprano, che discutano, che dicano comunque quella verità sempre rivoluzionaria. Mentre gli scolari non vogliono parlare, e non perché siano impauriti dalle bacchette, ma perché con i “no” non si «stende verbale». Negare, negare sempre; è solo la legge del no ad essere riuscita a salvaguardare molte generazioni di poveri sardi dalla (mala) giustizia dei dominatori di turno.
– Ci hanno insegnato i nostri padri che qui c’è una legge che vale per tutte: «Hai occhi e sei cieco, hai orecchie e sei sordo, hai lingua e sei muto». Se ti interroga la Giustizia, fa il tonto, lo stupido, il melenso, il cascato dalla luna: hai il cervello di ricotta. Ti domanda se hai visto? E tu: no. Se hai udito, e tu: no. Hai la lingua? E tu: no. Sempre no. Sempre negare, negare tutto. Coi no, non si stende verbale… ce la fecero giurare sul fuoco i nostri padri questa legge; giurala anche tu» (Salvatore Cambosu, Una stagione a Orolai, 1957).
Ciò che vede il maestro giovane e “bestemmiatore” – uno dei sinonimi di comunista –, sono le punizioni a fin di bene della maestra anziana, che lui considera carnevalate medievali, mentre i ragazzi e le mamme considerano invece cose necessarie e giuste (più o meno come certi nostri politici d’oggi suggeriscono nei confronti di ogni straniero povero). Non era una denuncia nei confronti di Lula, quella, ma di un modo di fare pedagogia difficile da condividere, ma non ingiustificato. Come ricorda, oggi, monsignor Giovanni Marras in Racconti logudoresi (2003), quando a fine ‘800 un bandito sardo condannato a morte espresse il suo ultimo desiderio, chiese di poter abbracciare l’anziana madre, e l’abbraccio duro a lungo. Quando si sciolse, la madre era sanguinante in volto e il figlio sputò l’orecchio che le aveva strappato; perché? Perché da piccolo non lo aveva educato con il bastone ma solo con carezze e parole, e quindi lui si era perso e adesso, meritatamente, moriva sulla forca. La notizia fece il giro del mondo, e in molti trattati di pedagogia era citata per avvalorare la necessità di bastonare i bambini per raddrizzarli a dovere. Invece, su mastru de Vitzi, il maestro di Bitti si sorprende quando la madre di Mario lo rimprovera per averle salvato il figlio dalla punizione della maestra anziana. Non capisce che quella donna ci tiene alle orecchie; alle sue, non a quelle del figlio. Così come ci teneva quella mamma che in Piazza Gazzina bastona a sangue suo figlio, prima che il maestro la fermi. Anche lei preferirebbe ammazzare il figlio con le proprie mani, piuttosto che vederlo pendere dalla forca e quindi perdere le orecchie.
4. Le bacchette di Lula non è un libro scritto per parlare a sos luvulesos, gli abitanti di Lula. Non fa pendant con Il diario di una maestrina (1957), di Maria Gacobbe – altra maestra scrittrice, più tardi inserita da Bernardini nella collana di libri per ragazzi dell’editore Dattena –, così colmo di comprensione e amore nei confronti degli ultimi. Il libro di Bernardini era un libro arrabbiato contro un sistema pedagogico vecchio, non contro un paese. Non gli si chiedeva di comprendere Lula, ma di indicare la strada per cambiarlo, e insieme a quel piccolo paese delle zone interne della Sardegna, tutti i paesi d’Italia. Perché sa gente de Lùvula, come dimostra un altro libro coevo a quello di Bernardini, ma uscito postumo dieci anni fa, ad opera di un pedagogista figlio adottivo di Lula: Antonio Mura, docente di pedagogia all’università Roma II. Il suo libro, Memorie del tempo di Lula (1997), ci racconta un paese dall’interno. Lui, il bambino Antonio, vive a Lula perché il padre è in guerra, quella del 15-18, e suo zio è parroco del paese. A Lula vi completerà le elementari; fino alla quinta, allora non obbligatoria. La sua diventa una ricerca-azione. È un testimone partecipe. Non giudica, si limita a descrivere con amore. E ci informa che già allora, come negli anni di Bernardini, Lula non aveva un caseggiato scolastico, e che quindi gli scolari non potevano avere un corso di studi regolare perché ciò era determinato dal clima atmosferico (le aule erano spesso catapecchie), e dalla, non assidua, presenza in loco dei maestri. E quei maestri che poi accettavano di restare, non sempre erano ben visti. Uno, per esempio, esortava i suoi alunni alle gare didattiche, ma era un pretesto per rubare loro il monte premi costituito da salsicce, prosciutti, vino e formaggio. Un altro, invece, venne diffidato, da questo tipo d didattica a gare, perché esaltava gli animi e i bambini se le davano di santa ragione quando una squadra vinceva sull’altra in maniera non giusta; almeno a parere dei vinti. La scuola di Lula di Antonio Mura e proprio cudda de sa bidda, è cioè quella di Lula e non una presa a pretesto e quindi simbolica. E così veniamo a scoprire che la lingua italiana segnava il confine tra i ricchi, o gli aspiranti tali, e i poveri. Il maestro e i sui libri si esprimevano in italiano, e chi non capiva veniva respinto; gli rimaneva il solo sardo, buono per il catechismo e per il lavoro tra le greggi e tra i campi. Ma non importava, allora, perché l’accademia si svolgeva all’aperto, in quella piazza Gazzina dove Bernardini terrà i suoi comizi pedagogici. Erano gli anziani ad avviare i giovani al futuro istruendoli in ogni scibile umanamente necessario per continuare a vivere e a sopravvivere a Lula. Erano gli anziani a certificare la cattiveria dei bambini, e quindi la necessità di tenerli lontani dalle cose dei grandi e ben stretti alle gonne manesche delle mamme. Nel suo libro autobiografico, il pedagogista attivo Antonio Mura, grande esperto di cinema e didattica, ci dà una Lula a dimensione di bambino, una Lula quindi più vera perché narrata con gli occhi di chi sa che il re è nudo, benché affermi di indossare abiti nuovi; e in un capitolo del suo libro, entra in scena un maestro nuovo, uno che non picchia i bambini, anzi li fa parlare; uno che canta con loro e per loro. Un maestro che viene cacciato da un ispettore che non approva i suoi metodi democratici e attivi, e quel maestro, nella finzione di Mura, si chiama Pietruzza. Non casualmente, ne sono convinto; si tratta di una evidente citazione del maestro di Pietralata. Anche Mura era diventato un sardo romano.
5. Insomma, Lula, per almeno due volte nello stesso secolo, viene narrata da due grandi scrittori, il primo è un pedagogo e il secondo è un pedagogista, tutti e due hanno militato nelle file del partito comunista, tutti e due la raccontano perché il mondo, non solo gli abitanti di Lula, impari a non rinchiudersi in se stesso, e il piccolo mondo si apra al grande mondo bello e terribile, magari per cambiarlo – in meglio, possibilmente. Come raccontano sia Bernardini sia Mura, nel piccolo mondo vigeva la legge della consuetudine, di su connotu inteso non come una miglior condizione sociale antica, ma come impossibilità di comprendere e accettare su tempus benidore, il futuro. Ma se questo era ampiamente giustificato negli anche successivi alla prima guerra mondiale, in cui un bambino poteva morire perché gli si era infettata una leggera ferita provocata dal corno di una mucca:
Jeo no ‘ippo torero. Jeo ‘ippo Juanne ‘Arina, pitzinno minore. A manzanu e a sero, in tempus de laore, de voes e de vaccas punghitore. In sa jaca ‘e s’ortu Unu ‘oe m’haita incorratu. Ma no ‘ippo torero (Antoninu Mura Ena, Recuida, 1998).
E, rientrando fra le più frequenti attività alternative alla didattica in classe, i bambini partecipavano quasi militarmente al corteo funebre dei loro compagni, morti per questa o quella malattia; negli anni ’50 questo non era più possibile: la malaria era stata sconfitta, le strade erano percorse da autobus e camion, vi erano l’acqua e la luce elettrica anche nelle case, e i diritti sanciti dalla Costituzione per tutti gli italiani erano un dato di fatto, li si potevano e li si dovevano pretendere. Il maestro Albino Bernardini, il bestemmiatore, secondo le beghine, colui che spezzò per sempre le bacchette con cui venivano picchiati i bambini, tutto questo lo sapeva, e voleva che gli abitanti di Lula, anche i bambini, ne fossero consapevoli. Più tardi, quando circa 15 anni dopo raccontò quell’esperienza in un libro per maestri, aiutò molti italiani a comprendere perché sia giusto sempre combattere contro le ingiustizie, e perché sia sbagliato opporsi a un metodo utilizzando quello stesso metodo; fu un errore litigare in classe col prete, era questo ciò che voleva l’uomo di chiesa: dimostrare ai bambini che il loro maestro era uomo normalissimo, capace di menare le mani come un qualunque ubriacone da osteria; e ci riuscì, e di questo il maestro Bernardini si cruciò a lungo. Ma gli è servito, ha insegnato ad altri a non cadere nella stessa trappola e ha reso Lula un luogo dell’anima, uno snodo decisivo all’interno del lungo cammino della storia della pedagogia italiana. |