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LINGUA  E  IDENTITà  IN  SARDEGNA

 

 

Il sardo non ha più ragione di esistere. Le nuove generazioni se ne fregano. Non lo parlano. Fanno fatica ad intendere le nonne. Si esprimono e pensano in italiano. Studiano l’inglese fin dalla scuola dell’obbligo.

Tutto ciò non accade solo nella città di Cagliari o Sassari ma sempre più spesso anche in tante altre parti dell’isola, specie se esposte al flusso turistico.

 

Dunque, che senso, quale ragione ha la proposta di “insegnare” e recuperare attraverso la scuola la “lingua” sarda?

 

Viviamo in una realtà sempre più globalizzata.

 

Altri sono gli obiettivi prioritari nella formazione di queste nuove generazioni.

Né il tempo né la testa sono contenitori infiniti. Dunque, anche dal punto dell’economia del tempo e delle possibilità dell’apprendimento meglio approfondire l’italiano, imparare fin dall’infanzia l’inglese e successivamente proporre loro l’apprendimento di qualche altra lingua.

 

Siamo, e loro lo devono diventare sempre di più, cittadini del mondo e non pigmei di un’isola che non sa guardare e proiettarsi oltre l’orizzonte del mare di Sardegna.

Questo lo pensano e lo dicono in tanti.

Dobbiamo saper ascoltare questa comprensibile preoccupazione e saper dare risposte convincenti se abbiamo a cuore il futuro della nostra isola e con essa dei sardi.

 

Innanzitutto si deve ammettere che il futuro non si costruisce sul nulla, ma che anzi è tanto più promettente quanto può poggiare su un “cuore antico”.

 

La globalizzazione è un dato sempre più reale ed invasivo. Con essa si devono fare i conti.

 

La domanda che ci poniamo però è se questa può essere intesa come appiattimento massificato e planetario, esposizione arrendevole ad una logica di uniformità e di consumo. O se invece non sia più “umano” pensare ad un nuovo mondo in cui si incontrano, si conoscono e si arricchiscono reciprocamente tante diversità.

 

La Sardegna ha una sua storia che non è solo quella dell’Italia.

 

I nuraghi sono emblematicamente lì a richiamarci a radici antiche e distinte. 

 

La lingua sarda, che il Parlamento italiano ha riconosciuto essere una lingua e non una parlata dialettale, è parte fondante di una identità del popolo di Sardegna.

 

Smarrire la lingua vuol dire rinunciare a parte di sé, come soggetti e come popolo.

 

L’italiano ieri e con esso l’inglese e altra lingua oggi sono certamente strumenti essenziali. Ma essi non possono negare e cancellare un patrimonio di sensi, di significati, di emozioni, di espressioni peculiari di una realtà autoctona. Un italiano e un inglese costruito sul nulla, cioè una sintassi senza una semantica, rende superficiali, fragili ed esposti ad una pianificazione appiattente, disarmante. Questa è l’altra faccia di una globalizzazione e di una didattica male intese.

 

Una pianta, un edificio sono tanto più alti e robusti quanto le radici e le fondamenta sono profonde e solide. Questo è tanto più vero per ognuno di noi, quali esseri molto più esposti nella natura travolgente della vita.

Dunque sul terreno cognitivo c’è da sottolineare che come una pianta cresce rigogliosa ed un edificio può sfidare il tempo se è nel suo proprio terreno altrettanto lo sviluppo della conoscenza e del linguaggio si sviluppa in profondità nella misura in cui poggia su un diretto rapporto fra emozione e segno.

 

Dunque il problema è metodologico, didattico e formativo: cioè non si può prescindere da come costruire ed ampliare l’apprendimento linguistico, sapendo che se si tagliano e ignorano le radici quello che cresce è fragile e superficiale.

 

Quando parliamo di “identità” non possiamo fermarci al folclore, né prescindere dal concetto che l’identità è un intreccio inscindibile fra personale e sociale, fra un presente che guarda al futuro ma si alimenta del passato.

 

La “scuola dell’autonomia funzionale” è chiamata a costruire il “diritto alla cittadinanza”, cioè il riconoscimento e la valorizzazione delle diversità soggettive e collettive.

La “quota regionale”, riconosciuta per legge, concorrente all’ampliamento della “offerta formativa” costituisce il nuovo spazio per il riconoscimento delle specificità e lo sviluppo delle identità. Essa va intesa a sostegno di una scuola pubblica come centro di promozione formativa e culturale del proprio territorio.

 

Questo comporta un impegno di innovazione didattica e pedagogica, lo sguardo ad una prospettiva di educazione per l’intero arco della vita, e dunque fin da ora richiede il coinvolgimento di genitori e delle espressioni e domande della comunità locale e regionale.

 

Si è aperto perciò un terreno nuovo, culturale e didattico, sul quale siamo chiamati innanzitutto come operatori della scuola dell’autonomia a confrontarci, a delineare proposte politiche ed impegni professionali, a costruire nuovi curricoli e percorsi, ad affrontare nuove esperienze didattiche e produrre materiali in una logica di superamento del “testo unico”, sia esso il sussidiario nella Primaria o il libro di testo disciplinare nazionale nella Secondaria per puntare ad una scuola fatta di tanti materiali e sussidi che sappia sviluppare autonomia, flessibilità e creatività e con esse fiducia e riconoscimento della propria identità di individui e di popolo.

Questo non significa chiuderci agli altri o non guardare al futuro. Significa poter offrire la nostra diversità di popolo del Mediterraneo che si presenta e si misura in modo aperto con gli altri, presentandoci con dignità e conoscenza.