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La scuola
italiana dietro la lavagna
Il declino del “sistema
istruzione” nel libro di Tagliagambe e Campione
Intervista di Andrea Mameli a Silvano Tagliagambe
Siamo in presenza di studenti 2,0 mentre la Scuola attuale è una
Scuola 1,0».
Parte con una metafora
tecnologica la spietata analisi di
Vittorio Campione e Silvano Tagliagambe: “Saper fare la scuola:
il
triangolo che non c’è” (Einaudi, 2008, 265 pagine, 20 euro).
Esperto
di sistemi educativi (e segretario del ministro della Pubblica
Istruzione dal 1996 al 2000) il primo, docente di Filosofia della
Scienza all’Università di Sassari (e membro delle Commissioni per la
riforma dei cicli scolastici e l’individuazione dei saperi essenziali
nel 1997 e nel 2001) il secondo. Gli autori denunciano il profondo
distacco tra sapere e saper fare e ricordano che per i test PISA, le
analisi sull’istruzione condotte dall’OCSE a partire dal 2000, solo
l’1,5% degli studenti italiani rientrano nella fascia dei più bravi.
Tagliagambe, quali soluzioni prospettate nel vostro libro?
«Nell’evoluzione umana la tecnica ha preceduto la scienza e l’uomo è
stato capace di mettere in campo notevoli realizzazioni pratiche
quando ancora non si profilava all’orizzonte neppure un barlume di ciò
che poi si sarebbe chiamato scienza. Per converso ci sono state
culture, come quella cinese antica, che sono state in grado di
sviluppare raffinatissime conoscenze scientifiche senza troppo
preoccuparsi delle applicazioni. Oggi, nella società della conoscenza,
si ha una simbiosi sempre più stretta tra fare e capire, e di questo
anche la scuola deve prendere atto. La questione, tuttavia, è ancora
più complessa e sottile: quando si parla di nesso tra “sapere” e
”saper fare” ci si riferisce non soltanto alle applicazioni pratiche
del sapere, ma a quella che possiamo chiamare la “dimensione
operativa” della conoscenza, la capacità, cioè, di “mobilitare”
ciò
che si è appreso per riuscire a inquadrare correttamente i problemi,
anche di natura teorica, di fronte ai quali ci si trova e a
risolverli. Il deficit degli studenti italiani consiste nel fatto che
spesso hanno conoscenze che non riescono ad applicare: conoscono, ad
esempio, le leggi della meccanica, della termodinamica o della chimica
ma spesso, quando si trovano di fronte a un problema che presuppone il
riferimento a esse e comporta il loro uso, non lo sanno risolvere».
Il libro critica con forza le retoriche “semplificatrici” che si
affollano intorno al mondo della scuola. Le difficoltà risiedono più
nella sfasatura tra i diversi cicli in cui si articola il sistema
scolastico italiano o nel rapporto tra scienza e tecnologia, tra
teoria e tecnica e tra queste e il pensiero umanistico?
«La sfasatura tra i diversi cicli è un problema: pensare, come si è
fatto finora, di riformarne uno, le elementari o le medie,
indipendentemente dagli altri e senza mai toccare, nella sostanza,
l’impianto delle superiori ha prodotto evidenti distorsioni di cui
stiamo oggi pagando il prezzo. Bisogna riuscire a sviluppare
competenze radicate e dotare gli studenti della capacità in primo
luogo di selezionare l’informazione, stabilendone il grado di
importanza e di pertinenza rispetto ai diversi problemi da affrontare,
e, in secondo luogo, di “apprendere ad apprendere”, sviluppando
percorsi autonomi di formazione».
Perché sottolineate, con il Nobel per l’Economia Amartya Sen, che in
Italia il livello di giustizia sociale è estremamente basso?
«Parlare di giustizia sociale ha un senso ben preciso: il rapporto,
ancora molto forte nel nostro Paese nonostante il fenomeno della
scolarizzazione di massa che si è sviluppato a partire dagli anni ‘70,
che esiste fra “professione” del padre e “professione” del figlio. In
Italia questo rapporto è ancora troppo statico, a dimostrazione di una
debole capacità del sistema formativo di saper “mescolare le carte” in
termini di opportunità per gli individui e di loro effettiva
promozione sociale attraverso le competenze e le capacità acquisite.
È evidente che il sistema formativo, da solo, non può essere chiamato
a ribaltare questa situazione e a dare dinamismo al sistema sociale:
ma è però vero che un sistema formativo che funziona, che supera le
determinanti delle diverse origini familiari e sociali dell’individuo,
è in grado di supportare meglio e con più efficacia una società delle
pari opportunità e caratterizzata da quel livello adeguato di
giustizia sociale a cui si riferisce, appunto, Amartya Sen».
Professore, perché ha deciso di abbandonare l’università?
«Potrei cavarmela con una battuta, rispondendo che, avendo insegnato
prima a Cagliari, poi a Pisa, a Roma e ora a Sassari ho idealmente
chiuso il cerchio, ritornando in Sardegna, cioè dove era partito il
mio percorso accademico, e quindi a questo punto posso uscire senza
rimpianti dal sistema. La realtà è che sono nell’università da
trentacinque anni e ho sempre avuto, della sua funzione e dei suoi
compiti, un’idea precisa che ho cercato, con testardaggine e
ostinazione, di portare avanti: ricerca e didattica interna di elevata
qualità, ovviamente, ma anche disponibilità e apertura nei confronti
di altri sistemi, soprattutto di quello dell’istruzione, per evitare
che si innesti un micidiale circolo vizioso in seguito al quale
l’abbassamento del livello delle conoscenze e delle competenze degli
studenti della scuola secondaria superiore produca (come in effetti
sta accadendo) un inevitabile scadimento anche della qualità
dell’insegnamento universitario.
Sono inoltre stato sempre convinto che l’università non possa evitare
di
misurarsi sul serio con le nuove tecnologie e i nuovi
linguaggi, strumenti
e metodi che esse rendono disponibile e che essa
debba rinnovare, di conseguenza,
la propria didattica, in quanto è difficile pensare
che il suo compito debba essere
quello di restare al passo con i progressi
scientifici ma non con quelli tecnologici.
Ho dovuto però constatare che queste idee sono
largamente minoritarie e poco
comprese, per cui ne ho tratto la conclusione che,
evidentemente, a essere sbagliata
o poco realistica è la mia idea dell’università. A
questo punto meglio andarsene
prima di sentirsi un reduce o un disadattato».
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