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Innovazione e rapporto professionale

 

Limiti della cultura sindacale e necessità dell’associazionismo professionale

 

  

È stato firmato il contratto del personale della Scuola. Si passa da una contrattazione biennale ad una triennale. Quindi fino al gennaio del 2011 non se ne parla più.

Scontato lo storico basso livello retributivo degli insegnanti italiani, rispetto al quale tuttavia ci sarebbe tanto da rivendicare, non ci si poteva attendere un adeguamento salariale rapportato agli altri paesi europei. Tanto più che è prevalsa la scelta governativa di cercare di rimettere gradualmente a posto i dati di un bilancio statale appesantito dagli enormi debiti contratti dai governi negli ultimi 25 anni.

Non si entra quindi sull’entità delle cifre degli aumenti retributivi contrattuali ma sul merito della loro assegnazione.

Il tipo d’ancoraggio della carriera retributiva rimane immutato: è affidato unicamente all’anzianità di servizio. Vengono confermati gli scatti ogni 6-7 anni lungo una percorrenza professionale di 35 anni. Insomma il sindacato mostra così di essere ancora fermo ad una cultura dell’appiattimento e della mortificazione professionale. In tal modo la scuola è sospinta a rimanere estranea ai processi di qualità e alla competizione internazionale indotta dalla globalizzazione della società e, quindi, ai problemi di motivazione e di merito, cioè di professionalità.

Già nel lontano 1966 l’UNESCO in una “Raccomandazione sullo status degli insegnanti” chiedeva ai Governi di “assicurare un avanzamento retributivo preferibilmente di scadenza annuale” e con “un intervallo temporale fra il minimo e il massimo salariale di non più di 10-15 anni”.

Va considerato che a fronte di questa consistente forbice retributiva nella carriera fra vecchi e giovani  è totale l’assenza di un autentico riconoscimento e stimolo al miglioramento professionale. Infatti, come già peraltro accade da vent’anni, le parti si limitato ad affermare un generico impegno a ricercare in sede contrattuale “forme, modalità, procedure e strumenti d’incentivazione e valorizzazione professionale e di carriera degli insegnanti”. Affermazione priva di vincoli che, di fatto, ancora una volta rinvia sine die il problema della promozione dell’impegno e dell’innovazione insieme a quello della formazione in servizio.

Permane infatti la norma del generico diritto del personale all’aggiornamento in servizio. Cosicché accade in modo diffuso, che i Collegi dei docenti accolgano le proposte e deliberino l’aggiornamento, i Consigli d’Istituto lo finanzino e come esito si abbiano partecipazioni libere dei singoli docenti senza alcun vincolo di frequenza. Si aggiorna chi vuole, come se fosse un opzional  formarsi sulla impostazione del curricolo, sulle forme e i criteri di valutazione, sulle nuove Indicazioni ministeriali o sull’innovazione didattica disciplinare. Talora i dirigenti si vedono costretti a faticose opere di convinzione individuale e di questua per garantire presenza dignitosa  alle iniziative di formazione dell’Istituto.

L’attenzione contrattuale invece si sofferma sul rafforzamento dei poteri alle RSU, cioè di una conduzione sindacal-pervasiva spesso defatigante nelle sue pratiche, a volte a scapito delle scelte  professionali collegiali e della responsabilità sociale del dirigente e a volte perfino irrelata rispetto  agli obblighi reali della scuola nei confronti  delle richieste provenienti dalla comunità locale. Non stiamo a considerare il fatto che nelle contrattazioni di Istituto si decide di risorse minime rispetto a quelle che servirebbero in un scuola dove i professionisti, anche con sani criteri meritocratici, dovessero essere retribuiti in proporzione al proprio lavoro e soprattutto secondo criteri di qualità del servizio reso.

Se si può capire il taglio corporativo dei sindacati autonomi, risulta difficile comprendere e ancor meno condividere il ritardo e la miopia di quelli confederali, i quali, per loro natura, dovrebbero essere attenti a stabilire un raccordo fra i diritti della categoria e i diritti dell’utenza, cioè a sostenerne la professionalità quale condizione per garantire la qualità del servizio della scuola pubblica.

Questo limite attorno al nodo della crescita di una cultura deontologica della professionalità docente è in parte il frutto di un sindacalismo che di fatto ha preteso di esaurire da solo la dimensione professionale degli insegnanti, non sollecitando lo sviluppo e i diritti inerenti la dimensione culturale-professionale e, dunque, ha contribuito a determinare la debolezza della categoria in termini di rivendicazione intellettuale e culturale a cui infatti corrisponde la carenza di rappresentanza e di partecipazione  nell’associazionismo professionale.

Lo stato della scuola italiana e di quella sarda in particolare è ben noto. Ce lo hanno rappresentato i dati oltremodo preoccupanti di OCSE-PISA, oltre agli indici relativi alla dispersione e alla promozione generalizzata con debiti formativi.

Ma la denuncia ancor più forte ci viene dal crescente calo di considerazione che verso la scuola manifestano le famiglie e la società.

Occorre quindi che Governo e Parlamento se ne preoccupino e se ne occupino per assicurare un nuovo stato giuridico del personale della scuola, così come nella prima metà degli anni 70 fecero con la legge 477 del 1973 e il DPR 417 del 1974. La “scuola dell’autonomia” con i nuovi compiti sociali e  culturali e le accresciute responsabilità professionali, che le competono in base al dettato del DPR 275 del 1999, ha bisogno di un parallelo adeguamento dello stato giuridico del suo personale e di un nuovo statuto degli OO.CC., per rispondere a diverse e nuove responsabilità  funzionali al successo formativo e alla costruzione di un nesso fra scuola e territorio.

Ciò potrà accadere solo se dalla base cresce un movimento consapevole e organizzato sul piano specificatamente professionale, che non può esser espresso per la sua peculiarità né dai partiti né dal sindacato. E’ dall’associazionismo professionale di docenti e dirigenti scolastici che può maturare un approfondimento sui meccanismi funzionali ad una scuola come sistema, come comunità inclusa e partecipe di una comunità più ampia, capace di promuovere strumenti, azioni, cultura e pratica di cittadinanza attiva al proprio interno e nel rapporto con il proprio territorio sociale di riferimento. Perché questo avvenga è auspicabile che allo sforzo volontaristico delle associazioni professionali storiche della scuola, ancora troppo deboli, corrisponda un adeguato riconoscimento, non verbale e formale come oggi spesso avviene, da parte del Ministero con provvedimenti ed iniziative che ne favoriscano la crescita associativa e ne valorizzino la ricerca-azione e l’apporto culturale specifico. Ad esempio appare evidente la macroscopica sproporzione riscontrabile da decenni fra il cumulo dei distacchi sindacali e quello dei comandi alle associazioni professionali (l’MCE ne ha due in tutta Italia).

Capirà questo Governo che come alla democrazia del Paese sono indispensabili e determinanti la vitalità dei partiti, altrettanto risulta imprescindibile la presenza diffusa, la riflessione e il confronto  espressi dell’associazionismo professionale dei docenti per realizzare l’innovazione necessaria ad una scuola capace di promuovere autonomia e diritti di cittadinanza.

Rinaldo Rizzi