Colpevoli ritardi di un miope municipalismoLe “non scelte” degli adulti e il futuro delle nuove generazioni
In queste settimane Comuni, Province e Regione discutono in merito alla riorganizzazione delle istituzioni scolastiche nel territorio regionale. Dalle informazioni di cui si dispone sembra ancora una volta prevalere la logica conservatrice del municipio su quella della qualità e dei diritti alla promozione formativa delle nuove generazioni. Sembra carente una visione politica del nesso locale-globale, presente-futuro ma soprattutto difetta la volontà politica di esercitare scelte innovative e responsabili per quanto, forse, talora impopolari.
Il permanere delle pluriclassiIn Sardegna permane, in diversi piccoli centri, la presenza dell’organizzazione in pluriclasse (bambini di diversi anni d’età frequentano la scuola Primaria o secondaria di primo grado nella stessa classe). Il mantenimento delle pluriclassi significa deprivare i bambini di un contesto relazionale ricco di esperienze varie e insieme omogeneo rispetto ai compagni di classe, sostenuto da proposte curricolari e da stimoli all’apprendimento didatticamente coerenti. Un insegnante che deve gestire un piccolo nucleo eterogeneo di alunni di diversa età (a volte la pluriclasse è composta di alunni con tre e anche quattro anni di differenza d’età) si trova nella oggettiva condizione di dover privilegiare un’attività di assistenza e di eserciziario, imperniata di fatto sui diversi libri di testo piuttosto che su un’azione supportata da una programmazione educativa e da una coerente gestione didattica curricolare. Il leggere, scrivere e far di conto, in questi casi, si riducono ai minimi termini e l’apprendimento è un fatto puramente nozionistico che inibisce potenzialità relative all’acquisizione di strutture cognitive e di competenze operative. Nella pluriclasse, soprattutto se troppo eterogenea, prevale un ambiente di studio a scarsa e ridotta condizione relazionale, di minima reciproca sollecitazione culturale fra gli allievi. L’alunno è deprivato delle opportunità offerte da un’azione didattica che promuova un progressivo e attivo approccio formativo (del capire e intervenire più che del memorizzare e ripetere). Risulta infatti difficile, per il tempo e per la varietà dei bisogni formativi, un’azione didattica che segua il percorso apprenditivo dalla percezione globale alla focalizzazione dei diversi linguaggi disciplinari, dove si possa sviluppare da parte degli alunni, a partire dai primi anni di scuola, una coerente attività di osservazione, riflessione e, quindi, di generalizzazione e formalizzazione.
Sulla mancata generalizzazione degli Istituti Comprensivi Nei centri più popolosi e nelle città viene per lo più conservata la separazione istituzionale fra Scuola Primaria e Scuola Secondaria di primo grado. Il mantenimento nei Comuni più grossi della divisione della scuola di base fra Direzioni Didattiche e Presidenze di Scuola Secondaria di primo grado risponde ad una logica vecchia di separazione culturale fra la scuola “elementare” e la scuola “secondaria”. Ciò non appare in sintonia culturale con la stessa normativa che unifica nel curricolo i due tronconi sotto la definizione di “Primo Ciclo dell’Istruzione” (L. 28.03.2003, n. 53, confermato nei successivi decreti relativi alle “Indicazioni” per il curricolo del 2004 e del 2007). La separazione istituzionale fra Primaria e Secondaria di primo grado, anziché sollecitare l’innovazione, privilegia di fatto gli interessi conservativi e inerziali del personale scolastico e non si pone in termini di continuità progettuale rispetto ai bisogni formativi degli allievi. La separazione dei Collegi e l’elaborazione di due POF (Piano dell’Offerta Formativa) è infatti alla base di gravi discrasie nel sistema scolastico e quindi nella formazione degli alunni. Nella scuola dell’autonomia infatti il Collegio è chiamato ad esprimere il progetto dell’Istituto in un rapporto stretto di continuità verticale e orizzontale con la comunità locale. Il diffuso permanere delle due istituzioni separate dà luogo innanzitutto a due diverse modalità organizzative che rendono disomogeneo il territorio regionale. Non solo, ancora in troppe scuole è di fatto impedita, perché resa difficile dall’organizzazione separata Primaria e Secondaria di primo grado, l’opportunità di un ricorrente confronto didattico in verticale. Ciò ha riflessi negativi anche sulla maturazione pedagogica dei docenti dei tre gradi di scuola (dalla prima alla seconda infanzia e all’adolescenza) e oggettivamente favorisce una concezione auto-referenziale sia degli operatori che dell’istituzione scolastica. Rinunciando ad organizzare tutte le scuole della Sardegna in Istituti Comprensivi si scippa un’occasione di scambio e si preclude la necessaria contaminazione fra le esperienze dei docenti. Sarebbe invece urgente, anche per ridurre i preoccupanti tassi di insuccesso scolastico degli alunni, favorire l’operare coerente ed organico, in un’unica istituzione scolastica, di quei docenti più attenti all’aspetto educativo (solitamente i docenti delle scuole dell’Infanzia e Primaria) e di quelli più declinanti verso l’istruttivo disciplinare (solitamente quelli della scuola secondaria). Sarebbe più naturale, nella predisposizione del POF unitario della scuola dell’autonomia, porre l’attenzione su un approccio culturale sociale piuttosto che sulla dimensione prevalentemente istruttiva. Il permanere della separazione rende più poveri i docenti dei tre gradi scolastici rispetto alla stretta connessione nell’apprendimento fra l’aspetto emotivo/relazionale (patrimonio dei docenti della Scuola dell’Infanzia e Primaria) e quello cognitivo/razionale (specificità della Scuola Secondaria), nesso che è condizione fondante per la qualità dell’apprendimento e della formazione integrale del cittadino. Nell’unitarietà organizzativa dei Comprensivi, i docenti potrebbero, al contrario, arricchirsi nello scambio operativo professionale. Inoltre, come detto, tale separazione istituzionale fra i tre gradi scolastici favorisce una de-responsabilizzazione sociale della scuola. Al contrario il Dirigente unico per i tre gradi scolastici nel Comprensivo garantisce più inclusività pedagogica rispetto all’alunno, che entra a tre anni nella scuola dell’infanzia e viene seguito nel percorso formativo di base fino ai quattordici anni. Se ne avvantaggia anche la famiglia che, per un percorso di undici anni, fa riferimento alla figura di un unico dirigente. E si risponde meglio anche ai problemi del territorio, attraverso una programmazione non solo istruttivo-disciplinare ma più ampia, educativa, tesa alla realizzazione di un apprendimento più connesso con la vita della comunità locale. E’ innegabile la ricaduta positiva sulla qualità del servizio scolastico di una didattica più corrispondente all’esigenze di costruire “competenze di vita e di cittadinanza”. Istituti Comprensivi nei piccoli centri e scuole separate nei centri più grandi e nelle città testimoniano la mancanza di un’idea culturale e pedagogico-organizzativa coerente sulla scuola della regione.
Mancata estensione del servizio scolastico a tempo pieno. Altra considerazione riguarda la presenza e diffusione della scuola a “tempo pieno” sul territorio regionale. Anche rispetto a questo servizio di primaria qualità formativa - con l’assegnazione di un doppio organico docente per classe a copertura anche dell’orario pomeridiano - la Sardegna vanta un primato negativo in cattiva compagnia con le altre regioni meridionali, Sicilia in testa. Anche rispetto a questa fondamentale opportunità di contrasto alla selezione e di elevamento dei livelli formativi, c’è dunque una colpevole assenza storica di Regione e Amministrazioni comunali in Sardegna, che riguarda non solo il passato ma l’assenza attuale di una discussione aperta e di una rivendicazione espressa. Certo, anche la classe docente ha le sue responsabilità, testimoniando con la sua storica mancanza di rivendicazione dell’organizzazione a tempo pieno una sostanziale estraneità del “ruolo educativo” rispetto ai bisogni di formazione di un territorio. Si sa che gli insegnanti hanno un peso nella determinazione degli orientamenti educativi, cioè della domanda delle famiglie rispetto al tipo di servizio scolastico. Le stesse considerazioni valgono per il tempo prolungato nella scuola secondaria di primo grado.
La riorganizzazione della rete scolastica nel territorioInfine un ulteriore appunto. Da notizie correnti pare che nel processo di riorganizzazione territoriale delle Istituzioni scolastiche Province e Comuni siano orientati a conservare lo status quo attraverso l’escamotage della divisione della somma totale degli alunni-studenti della provincia per il numero degli Istituti esistenti. Riuscendo in tal modo a dimostrare al Ministero che viene rispettato il numero minimo di utenti previsto dalla legge nazionale rispetto al numero degli istituti scolastici esistenti si pensa di essere in regola. Anche in questo caso, adottando una logica sommativa e facendo leva sulla media e quindi sul solo dato numerico, si opta per la difesa del particolare (cioè il consenso locale) e non si progetta secondo una logica dell’organizzazione e con l’obiettivo della qualità formativa. Non ci si pone il problema delle condizioni ottimali di funzionamento dell’istituzione scolastica, di quale tipo di servizio educativo può garantire un Istituto sovradimensionato o al contrario uno sottodimensionato. Al centro dell’attenzione non sono posti i diritti dello scolaro/studente ma la comodità di una “non scelta” politica che poggia su logiche estranee al perseguimento della qualità del servizio dell’istruzione scolastica che sappiamo essere esiziale per garantire il successo, non solo scolastico, dei nostri bambini/ragazzi.
Conseguenze delle “non scelte”Le conseguenze di queste scelte politiche e amministrative – di fatto “non scelte” - ricadono poi sugli esiti formativi dei nostri alunni/studenti che vedono la scuola della Sardegna sempre in coda alle classifiche nazionali e internazionali (dati INVALSI e OCSE-PISA, esiti degli esami di Scuola Secondaria di primo grado, esiti negativi nelle selezioni alle prove d’accesso ai corsi di studio universitari a numero programmato). In questo scenario la responsabilità primaria è della Regione, che in oltre mezzo secolo di vita istituzionale di autonomia speciale non ha espresso in proposito una politica di vera promozione del diritto allo studio, secondo una logica più esposta ai condizionamenti del presente che attenta a costruire il futuro. Non sarà un caso se, mentre la Sardegna, regione autonoma dal primo dopoguerra, si colloca agli ultimi posti negli esiti della formazione dei giovani, al contrario un’altra regione autonoma, il Friuli Venezia Giulia, che invece si pone nelle posizioni più alte alle classifiche nazionali. Sicuramente, oltre al ruolo formativo della scuola, coesistono ragioni più complesse, di natura storico socio-ambientale, per il ritardo sardo. C’è però da osservare che il Friuli, autonomo dal 1964, ha varato con voto consiliare unanime una legge regionale già nel 1971 con la quale sopprimeva tutte la pluriclassi, istituendo al loro posto dei “centri scolastici a tempo pieno” e assegnando ai Comuni coinvolti i mezzi per attrezzare e gestire le mense scolastiche e acquistare gli scuolabus per il trasporto degli alunni, oltre a provvedere per ben un quinquennio a sostenere la formazione degli insegnanti coinvolti. Il tutto senza che ci sia stato bisogno di esigere dal Ministero alla P.I. un ampliamento della dotazione organica docente. Così come, a suo tempo, ha deciso per la generalizzazione degli Istituti Comprensivi. Rispetto dunque a questa regione autonoma più giovane, la Sardegna già “vanta” un ritardo (oramai storico) di quarant’anni. Un bella prova di autonomia! Ci sarà pure una relazione fra qualità dell’istruzione, vita economica e sociale, crescita della domanda di assistenzialismo, permanere degli atti di violenza e disoccupazione giovanile! Sono la qualità della formazione e i livelli di istruzione di massa che fanno e faranno sempre più la differenza economica e sociale, oltre che civile, in una società globalizzata. Chiudersi nella miope logica del piccolo municipio e non contrastare gli interessi individualistici comporta destinare i nostri figli a vivere in una regione condannata a regredire. Né sembra più vantaggiosa la scelta di andarsene con il limite di una formazione non pari a quella di tanti altri connazionali o ancora di doversi misurare all’estero con giovani europei (e non solo) culturalmente e meglio professionalmente attrezzati.
Rinaldo Rizzi
Cagliari, 12 febbraio 2011 |
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