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| 5/12/'06 |
TROPPO POCO ! Ho seguito la conferenza del dibattito pubblico svolto a Cagliari con la ViceMinistro alla P.I., on. Mariangela Bastico. Il tema era “La scuola che vogliamo: una scuola che include, che non lascia indietro nessuno”. Sulle affermazioni generali del suo discorso niente da osservare. Ha descritto i provvedimenti già peraltro chiariti nella Circolare Ministeriale d’inizio dell’anno scolastico. Vi ha aggiunto quanto previsto nella Finanziaria ed in primo luogo l’estensione dell’obbligo al sedicesimo anno d’età, dati peraltro per lo più ampiamente noti attraverso la stampa. È mancato un discorso su valutazione, formazione e riforma degli organi collegiali, temi sui quali si è intrattenuta un po’ solo a seguito delle sollecitazioni pervenute dal dibattito. Il disegno emergente, debbo confessare, mi è parso più moderato che riformista. Tutto teso agli aggiustamenti (recuperando l’immagine del cacciavite) che certo ci vogliono ma non bastano. Il grave ritardo e l’inadeguatezza degli esiti della scuola italiana, come denunciano i dati OCSE-PISA, chiede di rispondervi con chiari interventi strutturali (che richiamano la chiave inglese ed altri attrezzi costruttivi). La preoccupazione emergente è parsa principalmente tesa a “tranquillizzare” il personale della scuola più che a sollecitarne e a smuoverne l’iniziativa, l’innovazione reale e non la conservazione, la quiete e il gattopardismo. Non ha parlato di sostegno della professionalità e quindi di definizione di un preciso obbligo dei docenti e dei dirigenti alla formazione ricorrente affidandosi solo all’iniziativa dell’autonomia, di interventi concreti per la costruzione delle reti territoriali degli Istituti scolastici che facciano uscire la Scuola dell’Autonomia dall’isolamento e talora dalla chiusura corporativa (traguardo che non può esser lasciato agli appelli rivolti alla buona volontà dei singoli), di sostegno alla partecipazione e all’azione dell’Associazionismo pedagogico indispensabile motore culturale e pedagogico in una scuola fondata sulle autonomie. Sostanzialmente pare mancare al momento il coraggio di un disegno effettivamente riformatore. L’abbandono della proposta berlingueriana di unificazione della scuola di base, derivante dal dichiarato mantenimento della separazione fra scuola primaria e scuola secondaria, appare un retaggio di conservazione novecentesca non rispondente ai bisogni ineludibili di innovazione innanzitutto, ma non solo, della Scuola Media (quale scuola oggettivamente di base e non più secondaria soprattutto con l’introduzione del Biennio obbligatorio). Come dimostra la storia non basta la proposta di cambiare i Programmi e oggi le “Indicazioni” (che sono ancor meno vincolanti dei primi), occorre una riforma strutturale di unificazione che sola può garantire continuità del curricolo, gestione comprensiva in verticale e d’interscambio delle risorse professionali, cioè innovazione in un disegno unitario dell’insegnamento-apprendimento della scuola di tutti e per ciascuno. Da tutti questi segni c’è forse da rimpiangere l’impegno riformatore del primo centro-sinistra del ’62 e quello del Governo Prodi-Berlinguer. Per ora, troppo poco Ministri Fioroni e Bastico! Rinaldo Rizzi
Cagliari, 5 dicembre 2006.
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| 15/11/'06 |
Caro Rinaldo Ti ringrazio per la risposta. Ho letto e riletto la tua analisi. Condivido la tue tesi e ho sempre mostrato interesse e ho chiesto che all’interno del movimento ci si confrontasse su queste tematiche per condividere una spinta comune per l’innovazione e la trasformazione della nostra scuola. La mia critica era personale, e non poteva non esserla, ma anche politica. Non ripeterò quanto già buttato giù dopo aver letto la tua osservazione. Sono ancora fortemente convinto che una affermazione del genere sia grave nel momento in cui ben 180 presidi incaricati si apprestano a sostenere le prove del nuovo concorso riservato. Il movimento con simili affermazione non può diventare la casa in cui ci si incontra, né le comunità educanti delle nostre scuole possono accettare l’idea che le scuole possano essere dirette da dirigenti “passati” con concorso riservato. La comunità educante viene divisa su una valutazione professionale che mi trova in posizione totalmente lontana dalla tua. Penso che si debba sospendere il giudizio sulla qualità dei diversi concorsi (ordinari e riservati) ma discutere su quali competenze sono necessarie per dirigere una scuola realmente autonoma, democratica e protagonista in un sistema formativo intergrato. Non amo esprimere giudizi su altre professionalità e ritengo invece fondamentale confrontarsi su quel che è necessario, su cosa fare e come farlo, dando la possibilità e lo stimolo perché tutti i dirigenti scolastici, gli ex direttori didattici, gli ex presidi vincitori dei concorsi ordinari nazionali , i dirigenti scolastici dei vecchi e dei recenti concorsi riservati, e i prossimi vincitori dell’attuale riservato, riescano ad essere dei veri protagonisti della trasformazione del nostro sistema formativa. Unire, condividere, percorrere assieme una strada, sostenersi, insegnare a chiedere aiuti, confrontarsi, COOPERARE, in un sistema di reti, penso che debba essere la strategia utile per l’autoformazione continua di tutti i dirigenti. Non ci si può sentire parte di una comunità se chi ti sta vicino, chi vedi come punto di riferimento, il tuo compagno di impegno educativo, la tua associazione, ti individua come uno dei mali della scuola sarda. Ti posso fornire uno degli ultimi numeri di “Dirigere la scuola” in cui vengono riportati alcuni dati numerici sulla dirigenza scolastica italiana e ti accorgerai che i presidi vincitori dei concorsi riservati sono oltre il 50% della nostra dirigenza scolastica. Rispetto la tua valutazione ma non la condivido. Molto più utile e propositivo sarebbe stato discutere all’interno del MCE sulle competenze e sul ruolo del DS all’interno della scuola sarda. La cultura dell’unire del formare dell’integrare mi appartiene. Rivedere un giudizio così radicale, netto, generale penso sia necessario. La tua convinzione mi ha disorientato e mi porta ad una fase di riflessione. In fondo, a questo punto della miaattività professionale, dopo cinque anni di incarico di presidenza, il mio destino è segnato come preside incaricato predestinato a contribuire ulteriormente alla rovina della scuola sarda. Caro Rinaldo, come puoi notare, riesco ancora a sorridere, e spero di poter superare questa prova, tra un mese, con serietà e dignità professionale e continuare ad avere la voglia di credere nella trasformazione della nostra scuola. Mi piacerebbe poterlo fare anche con te e anche con i colleghi del riservato. Non escluderci, con un giudizio di valore, ma aiutaci ad individuare i nostri limiti. A presto Sergio
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| 10/11/'06 |
Caro Sergio, rispondo con molto ritardo alle tue osservazioni. Me ne scuso. Ma avevo buone ragioni personali per esserne distratto. In merito alla tua critica rispetto alle mie affermazioni relative alla “inadeguatezza di una dirigenza scolastica troppo spesso impreparata” devi riconoscere che se si esclude l’esperienza passata del corso universitario per la laurea in pedagogia, il diploma per la direzione didattica e quella presente delle SISS non c’è traccia di una preparazione didattica, pedagogica e organizzativa sia per la funzione di dirigente scolastico che per la preparazione didattica degli insegnanti. I singoli vi hanno provveduto a imparare operando a scuola a spese di alunni e di scuole, e, quando sono stati sottoposti a concorso per diventare di ruolo (o a tempo indeterminato come oggi si dice), vi hanno supplito attraverso lo studio e la preparazione del tutto personale. Inoltre molto spesso dalla seconda metà degli anni 70 si è assistito alla messa in ruolo attraverso ope legis e corsi/concorsi spesso formali e riservati. Gli esiti sono quelli che l’OCSE-PISA e l’INVALSI ci denunciano e sui quali mi pare non ci sia da discutere e obiettare. Non nego che nonostante tali limiti sussistano molti insegnanti e dirigenti scolastici impegnati e all’altezza del loro compito professionale, come è il tuo caso e di tanti altri colleghi, docenti e dirigenti. Questo però non ci esime dal dover prendere atto che la “scuola dell’autonomia funzionale al successo formativo” è spesso ancora solo un dettato di legge, tanto che continuità curricolare, trasversalità interdisciplinare, didattica disciplinare laboratoriale e operativa, flessibilità organizzativa lungo l’intera fascia della scuola di base, scuola come espressione culturale e motore attivo della comunità locale rimangono ancora in troppe scuole un obiettivo lontano (se non in qualche caso estraneo) e in gran parte da costruire. Di tale ritardo una parte consistente di responsabilità ce l’ha il Governo della Destra della passata legislatura che la promozione dell’autonomia professionale l’ha mortificata, una parte ce l’hanno i sindacati (dallo SNALS, alla GILDA, ai Confederali e ai COBAS) ancora fermi ad una cultura o di un garantismo corporativo o di un egualitarismo appiattente che ha favorito l’inerzia anziché l’impegno e la promozione della deontologia professionale di docenti e dirigenti. Tutto questo ha determinato frustrazione fra le avanguardie e generalizzato demotivazione, stanchezza e disaffezione professionali. I miei rilievi, quindi, prescindevano dal fatto di riconoscere che ovviamente ci sono presenze positive, fra insegnanti e dirigenti (con ovvi diversi livelli di responsabilità) ma erano e sono rivolti a denunciare lo stato d’insoddisfazione complessiva della qualità socialmente formativa del servizio scolastico e a rilevarne in particolare alcuni mali, fra i quali l’assenza di una vera selezione nella messa e conservazione in ruolo di insegnanti e dirigenti scolastici al di là della loro preparazione e talora dei danni e disservizi che producono alla scuola pubblica. Con stima Rinaldo
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| 22/10/'06 |
Caro Rinaldo e compagni Nel leggere con attenzione il tuo scritto mi sono imbattuto nella seguente dichiarazione “ l’indaguatezza di una dirigenza scolastica troppo spesso impreparata non solo alla nuova scuola, quale organismo formativo posto all’interno del sistema delle autonomie funzionali ma, se si escludono gli ex Direttori Didattici, quasi sempre aliena da una preparazione psico-pedagogica e didattica, talora mandata a dirigere per incarico senza adeguata selezione professionale ad hoc e poi immessa in ruolo per spinta corporativo- sindacale e attraverso concorsi riservati.” Trovo questa affermazione grave e pericolosa. Appartengo a questa categoria di colleghi che sperano in un percorso riservato per “immissione in ruolo”. Lotto da anni per un riconoscimento per un concorso riservato e rispetto la legalità dei concorsi dello Stato. Penso che sia ingiusto e privo di fondamento individuare i dirigenti inadeguati soprattutto nella categoria dei presidi incaricati. Non sono neanche più convinto che la preparazione psico pedagogica appartenga solo agli ex Direttori Didattici. Mi pare che dal tuo scritto si riconosca l’attuale forma di reclutamento (o le modalità precedenti) del concorso ordinario come sistema perfetto di reclutamento del personale dirigente. Ho profondo rispetto per i colleghi che hanno superato le prove del concorso ordinario, per cui non esprimo nessuna valutazione per evidenziare che l’inadeguatezza può emergere anche in altre realtà. Personalmente lotto sindacalmente con i miei colleghi incaricati per un riconoscimento della mia esperienza professionale e per poter essere valutato, in un concorso riservato, sul per la professionalità acquisita in questi anni di esperienze sul campo. Caro Rinaldo ti ricordo che l’incarico non è mai stato un dono ricevuto ma veniva dato sulla base di titoli culturali e di servizio, che sicuramente possono essere oggetto di discussione e si potrebbe concordare sul sistema non perfetto di reclutamento, ma altrettanto si potrebbe fare sulle prove dell’ordinario e sul sisteva di valutazione delle stesse. Quanto tu sostieni lascerebbe intendere che l’attuale forma di reclutamento (concorso ordinario) sia l’unica perfetta. Io preferisco sospendere il giudizio. La stessa analisi, per parallelismo potresti adottarla nei confronti delle centinaia di migliaia di docenti che hanno superato i concorsi riservati e che oggi rappresentano una altissima percentuale dei docenti delle nostre scuole. Una schematizzazione o semplificazione del genere mi trova in disaccordo e molto lontano. Con alcuni colleghi incaricati ogni giorno mi confronto, in questi sei anni di “autonomia” nel cercare di creare una scuola - comunità democratica, una scuola di laboratori, una scuola attiva, una scuola di cooperazione e partendo, come giustamente ci ricordi dalle analisi dell’Ocse Pisa, dalle strategie di Lisbona, sperimentiamo e proviamo ad innovare in totale solitudine una autonomia didattica e organizzativa e di sperimentazione. Ho lavorato con tanti colleghi “di ruolo” e tanti colleghi “incaricati” in modo cooperativo senza cogliere questa differenza che tu hai evidenziato. La rigidità talvolta l’abbiamo trovata in direttori didattici, presidi, docenti di ruolo e non che lottano per un sistema di conservazione del vecchio o del nulla. Mi sento di non dover difendere il gruppo dei presidi incaricati, rispondo per me e per qualche collega, ma ritengo sia profondo sbagliato, politicamente e pedagogicamente sbagliato individuare questo contingente di dirigenti come inadeguato. Se devo essere definito inadeguato chiedo, a nome dei colleghi, di essere valutato sul campo, e da persone competenti. Mi spiace quanto hai scritto. Se il nostro MCE sardo è veramente convinto di quanto scritto rischia. non solo di non trovare “simpatie” tra i 160 Presidi incaricati della Sardegna, ma di far passare un giudizio da “senso comune” che può creare divisioni e far saltare la comunità educante che si sta costruendo. Mi sento parte della comunità scolastica e penso che tanti miei colleghi hanno acquisito competenze psicopedagogiche, che giustamente devono essere valutate in apposito concorso Un preside incaricato che continua a studiare, lavora quotidianamente nella sua realtà scolastica e lotta sindacalmente, civilmente, per l’immissione in ruolo. Un caro saluto da chi nutre per te una grande stima Sergio Puddu
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Una scuola allo sbando
Dopo cinque anni di Governo Berlusconi-Moratti dobbiamo constatare che la scuola è ridotta allo sbando, nella confusione più assoluta. Beppe Fioroni avrà un bel daffare! Malcostume e disaffezione regnano impuniti: dirigenti incaricati e altri messi allegramente in ruolo che di didattica, di gestione e di responsabilità sociale della scuola mostrano di saperne e tenerne assi poco in considerazione. Maggioranze dei componenti i Collegi dei docenti che, approvato e finanziato dall’Istituto un corso di formazione a loro diretto, se ne infischiano dell’aggiornamento. Gruppi e singoli docenti volonterosi, impegnati in atti di ricerca-azione didattica, che vengono mal tollerati dai colleghi, zittiti nel Collegio e talora anche da qualche dirigente scolastico. Scuole che arrivano a giudicare (e a bocciare o a promuovere con forti debiti) alla fine dell’anno scolastico senza che siano stati definiti nel P.O.F. i criteri di valutazione (e ancor meno previsti e attivati interventi di recupero e integrativi). Istituzioni scolastiche che il DPR 275 del ’99, che fissava criteri e obiettivi della “autonomia funzionale al successo formativo”, ne ignorano la parte pedagogica e sociale innovativa per applicarne solo quella burocratico amministrativa. Aule fornite solo di cattedra, di banchi e di lavagna, spoglie, che non ti offrono alcun segno per capire chi ci abbia non dico “vissuto” ma lavorato per un anno intero e forse più. Insegnamenti disciplinari che vanno per loro conto senza alcun nesso trasversale con le altre materie e ancor meno in coordinamento verticale del curricolo nella scuola di base, che riproducono da lustri le medesime pratiche. Una azione didattica che continua a basarsi sostanzialmente sul libro di testo e il fotocopiatore, mentre fin dall’infanzia il virtuale con la TV, i telefonini, i computer, internet, … dominano. Edifici che, fatte non molte eccezioni, sono lì immutati dallo scorso secolo (aule, corridoi e poco più) come se l’edilizia abitativa e la vita domestica fosse quella ferma alla cucina a legna e alla lisciva e quella urbana alla società agropastorale. Dirigenti scolastici e insegnanti che nell’immagine comune e nella considerazione sociale non rappresentano neppure la pallida ombra della figura professionale e pubblica di cinquant’anni fa. Certamente molti di questi mali sono “vecchi”, figli di una società che da tempo blatera sul ruolo fondamentale della scuola ma che nei bilanci pubblici, nelle redazioni giornalistiche e nell’attenzione sociale risulta sempre più emarginata. C’è da chiedersi la ragione o meglio le ragioni di un tale male profondo. Una colpa certamente ce l’hanno i Governi e gli Amministratori locali, di ex centro, di destra e di sinistra. Una colpa ce l’hanno gli insegnanti che, pur esercito di ottocentomila, non si è mostrato in grado di far contare il proprio ruolo sociale rispetto alla promozione culturale e sociale del paese. Una responsabilità ce l’hanno i sindacati scuola e con loro le RSU sempre più inclini ad ascoltare o ad essere condizionati dagli interessi individuali, dalla rigidità corporativa e poco attenti alla funzionalità e alla qualità del servizio pubblico. Ora a tutta questa “zavorra” se ne aggiunge un’altra, gravosa: il buco finanziario lasciato da Berlusconi-Tremonti che certo non consentirà a Prodi-Fioroni di trovare a breve risposte non solo adeguate ma anche parziali al degrado in cui giace la scuola pubblica. C’è da sperare solo che dall’interno della scuola ricresca un filo di speranza, di idealità che consenta di riprendere un movimento di riconquista professionale, la riaffermazione di un ruolo e di una motivazione sociale al proprio lavoro, senza i quali alcun miracolo potrà piovere dall’alto dei cieli.
Un Moscerino (testardo)
A proposito di “quote”
Si fa gran parlare di “quote rosa”, violate nel Parlamento dalle burocrazie dei Partiti e mortificate negli incarichi di Governo del Paese. È vero! Le donne sono troppo poche nelle aule rappresentative: dai Consigli comunali, provinciali e regionali alla direzione politica dello Stato. La fatidica soglia del 30% appare spesso un traguardo “ambizioso”, lontano. Certamente segno palese di un Paese culturalmente e socialmente arretrato. Ci sarebbe tanto da riflettere sulle ragioni non solo contingenti, sul peso “politico” di una certa tradizione della cultura cattolica che esalta la famiglia per tenerne reclusa la donna, salvaguardando così il primato del maschilismo (dalla Chiesa al Municipio). Ma ronzando qua e là per le scuole della Sardegna, che non è certo un’isola nel piccolo continente italico, salta ad uno sguardo anche distratto una Scuola dell’Infanzia tutta femminile, rimasta “scuola materna” nonostante non si chiami più così, una Scuola Primaria con Collegi docenti con una presenza “materna” al 98%. Un po’ meglio la ex Scuola Media, ma anche qui la presenza maschile tra il corpo docente mostra progressivamente di contrarsi. È un fatto “naturale” o una conseguenza sociale e politica? Siccome ci interessiamo di scuola e di formazione alle pratiche del diritto di cittadinanza c’è dunque da chiedersi quale esito produca sul piano pedagogico l’assenza delle figure maschili nella scuola di base: dalle “modalità relazionali” adulte ed educative, ai “tempi professionali della organizzazione scolastica”, al “riconoscimento sociale” della politica verso la scuola . Risulta pressoché unanime la valutazione che per l’equilibrio formativo dei figli è indispensabile nella famiglia la presenza di entrambi i genitori. Ebbene questa condizione psicologica, relazionale positiva vale per i bambini di quattro, di otto o di unici anni solo quando rientrano a casa e non anche quando sono a scuola? Non sarebbe dunque tempo di iniziare a sollevare per l’equilibrio formativo delle nuove generazioni, insieme alla garanzia delle “quote rosa” nella politica - cioè nella gestione della cosa pubblica -, anche il problema di una “quota azzurra” (da non confondersi con i sudditi di Mediaset) quale obiettivo da affermare nelle aule delle scuole dell’obbligo? A me, girovagando per le scuole, è venuto ripetutamente di pensarci.
Un Moscerino
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