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| <<<indietro | |||
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| 15/09/2011 |
Maria Stella ce lo hai detto Che dobbiam tagliar gli sprechi, scuole, tempi e ordinamenti che ti sembran troppo vecchi. Poi tagliamo gli insegnanti e tagliamo il personale quanto è facile tagliare.
Di programmi non ce n’è, ci son solo indicazioni. Resta il POF su misura e ciascuno se lo aggiusta. E l’INVALSI batte il tempo dei percorsi formativi con i suoi festosi quiz
Lo han capito gli editori che ci han visto un nuovo affare; e i docenti più avvertiti, quelli attenti alle occasioni dei modelli sbrigativi. Con le guide si fa prima senza perder tempo più
Ma la scuola è un ristorante? Che si taglino le mense. Il tempo pieno, questo lusso, se lo paghi chi lo vuole. Nella scuola tutti uguali, cosa fa questo sostegno che distingue chi è diverso?
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Se nell’aula siamo troppi e la scuola è un po’ vetusta ci si metta in due per banco: che la scuola, se è statale, non può certo essere un lusso. Si può andare alla privata per trovar comodità.
Maria Stella taglia e cuce non ascolta chi protesta. Gli sberleffi sulla strada sono tutti di sinistra. E per una scuola seria tutti in classe col quaderno e col voto anche in condotta.
Si ritorni quindi al merito, alla scuola di una volta, tutti in fila col grembiule ed ancora al primo banco torni il figlio di papà che per gli altri è tempo perso, non son nati per studiare. Per un mondo di tronisti di veline e di commesse questa scuola basta e avanza, e, se vuoi fare carriera, puoi far sempre la puttana e fumarti uno spinello alle feste del sultano. |
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anonima e precaria |
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| 21/06/2011 |
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| 15/06/2011 |
Succede anche da voi?
È la segreteria. Rispondo. " Marta, ci puoi dire se alle superiori hai fatto inglese ?" Sono in corridoio, è l'intervallo, non c'è proprio silenzio e in più sono pure un pò sorda ( malattia professionale, sicuro) Straluno un attimo, " quando?" chiedo io. Mi sembrava di aver capito " superiori" ma sicuramente è l'udito che fa scherzi. " Hai fatto inglese alle superiori? Per quanti anni?" ripete l'amministrativa. Sono passati .... 38 anni! Ricordo a mala pena di averle fatte , le superiori! Metto insieme i pezzi del puzzle : 4 anni di latino e 2 di inglese in prima e in seconda.... Rispondo all'amministrativa e poi chiedo il perchè della domanda. " è il CSA che ce lo chiede. Stanno facendo un sondaggio per verificare, nelle scuole dove mancano le specializzate, chi ha fatto inglese alle superiori per poterlo insegnare in classe!. Mi passi anche Carmen, Grazia ......" Allucinante! La notizia è stata poi confermata dal DS nell'incontro che abbiamo fatto sull'organizzazione delle classi a tp a seguito dei 4 tagli subiti. Domando: è successo anche in altre scuole? Siamo alla frutta. Sono terrorizzata all'idea del dessert. marta gatti
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| 14/06/2011 |
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| 5/06/2011 |
Caro signor Futuro, è strano il destino di noi, quasi maestri. Prima ci viene offerta la possibilità di immaginarci proiettati nel suo mondo, poi ci viene detto, da lassù (dalla Stella, Maria per l’appunto!), che dobbiamo sostare (un po’ come succede in quei giochi con i dadi): imprevisti (torna indietro di due caselle) o probabilità (supera il concorso e … vedrai!). Tutti noi, i quasi maestri, abbiamo faticato nel percorrere il sentiero che ci ha visto arrivare vicino alla cima, all’agognata meta con lo zaino pesante, pieno di due, tre lauree, di sogni, di curiosità, di storie narrate e da narrare (tieni presente che non siamo tutti giovanissimi!). Uno zaino ricco di esperienze vissute a Scuola e in Ateneo, di percorsi di formazione complessi e, talvolta, complicati, difficili, da conciliare con le tante strade di vita già intraprese e da intraprendere, con gli spazi e tempi dedicati e da dedicare alla dimensione familiare e lavorativa. Abbiamo superato folti boschi, ostacoli, intoppi, scogli, barriere. Il primo si è presentato subito all’ingresso del sentiero. Era sbarrato e per accedere è stato necessario rispondere a molteplici domande: naturalmente, come nei migliori giochi, vince chi conosce il maggior numero di risposte corrette. In tanti, di fronte ai quesiti, si sono persi, scivolando giù per il fossato. Però, per noi, che siamo riusciti a superare la prova, il ponte si è abbassato. Siamo entrati. Il ponte, caro signor Futuro, è un’immagine che ritorna spesso nei nostri pensieri. Infatti, durante il percorrere dei labirinti del sapere e del saper fare, ricordavamo continuamente una bella riflessione ( Buscaglia, Vivere, amare, capirsi, 1984) che diceva: «gli insegnanti ideali sono quelli che si offrono come ponti verso la conoscenza e invitano i loro studenti a servirsi di loro per compiere la traversata; poi a traversata compiuta, si ritirano soddisfatti, incoraggiandoli a fabbricarsi da soli ponti nuovi». Ci sentivamo un po’ architetti, un po’ muratori, i primi «sono chiamati a progettare la casa, esprimendo […]fantasia e creatività», i secondi la costruiscono «di giorno in giorno, incontrando e superando le difficoltà […]. Tutti noi dovremmo cercare di diventare dei bravi muratori nei confronti della nostra esistenza» (Bertin, Educare alla progettualità esistenziale, 2004). Quale progettualità esistenziale, oggi? Signor Futuro, siamo pronti a costruire ponti e a ritirarci, siamo pronti a operare sulle nostre esistenze, a modificare e cambiare, a modificar-ci e cambiar-ci, ma ciò non è possibile se il ponte sotto i nostri piedi è instabile e sta per crollare. Non abbiamo altri mezzi se non la voce. Siamo, infatti, quel gruppo di quasi maestri, che porta un numero di matricola datato 2008- 2009, quel gruppo che si trova nella Terra di mezzo, sospeso tra ciò che era prima (l’ingresso nella graduatoria permanente) e ciò che verrà dopo (la procedura concorsuale). A noi non sarà concesso accedere, pur avendo camminato nelle stesse strade dei colleghi con data d’iscrizione precedente, a quella lista di nomi. La lista che da quasi maestri, ci farebbe diventare maestri. Maestri veri, maestri di scuola dell’infanzia e primaria. Gentile signor Futuro, non si dovrebbero cambiare le regole del gioco mentre si gioca, non vale!
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| 5/03/2011 |
LA SCURE DEL DIMENSIONAMENTO SI ABBATTE SULLA
SCUOLA PUBBLICA.
Al di là delle sacrosante critiche rivolte alla politica dei drastici tagli "Tremonti-Gelmini" e a quelle indirizzate agli EE.LL. per il mancato coinvolgimento dei Sindacati nel confronto sul riordino territoriale delle istituzioni scolastiche il documento steso mi sembra estremamente povero. Frutto di una concezione puramente difensiva e rivendicativa di categoria. Esso appare privo di un'analisi sul rapporto fra esistente e indirizzi tesi a garantire una razionalizzazione fondata sulla qualità del servizio rivolto agli utenti: alunni, studenti e famiglie. Nel documento manca un qualsiasi accenno alle pesanti responsabilità della Amministrazione regionale, alla quale per Statuto spetta il compito di garantire gli interventi per il "diritto allo studio". E' possibile pensare ad una razionalizzazione efficace guardando solo ai compiti dello Stato? A garantire con norme e finanziamenti aggiornati per una razionalizzazione delle strutture edilizie, per la fornitura di mense scolastiche, per implementare attrezzature e sussidi didattici, per sostenere il servizio di scuolabus,.... è chiamata la Regione. Se non si promuovono "centri scolastici territoriali funzionali", se non si attivano "scuole a tempo pieno" c'è una precisa responsabilità della Amministrazione regionale che appena insediatasi fra l'altro ha bloccato la positiva esperienza di formazione docente avviata da Soru. Di tutto questo e d'altro un documento dei sindacati confederali dovrebbe parlare per un confronto e una denuncia propositiva organica. Rinaldo Rizzi |
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| 12/02/2011 |
Carissimi tutti dal momento che è la prima volta che partecipo a questa mailing list, mi presento: sono Sandro Arcais, insegno italiano e storia in un istituto tecnico di Oristano, sono nuovo dell'MCE. Intervengo sulla valutazione del nostro lavoro perché è un argomento che mi interessa molto. Vi invio alcune veloci riflessioni in merito, niente di particolarmente ragionato e ordinato, niente di particolarmente nuovo. Solo riflessioni a "voce alta" e contributi a una discussione che spero cominci e non si spenga.1. la valutazione è strategica in qualsiasi organizzazione. Senza valutazione non è possibile avere informazioni minimamente certe sulla qualità del lavoro svolto, su cosa va bene e cosa va male, su dove e come intervenire per migliorare il lavoro; 2. esistono varie forme di valutazione, vari oggetti di valutazione, vari obiettivi della valutazione, si possono valutare intere organizzazioni, sottogruppi o singoli individui3. il lavoro dell'insegnante è valutabile 4. il risultato scolastico di un alunno dipende dalla qualità del lavoro del suo insegnante, certo, ma anche da tante altre cose (dalla sua famiglia, dal contesto sociale e culturale dell'ambiente i cui la scuola opera, dal codice culturale dei pari, dall'organizzazione scolastica complessiva, ecc.) 5. la valutazione non dovrebbe mai essere usata come un'arma o una punizione. Molti di noi lo fanno. Questa destra lo vuole fare contro gli insegnanti. 6. Molte dovrebbero essere le fonti della valuazione e quindi delle informazioni, ma è vero che poi alla fine tutto si risolve nelle prestazioni dei nostri alunni 7. Collegio dei docenti di fine anno scolastico scorso. Il dirigente scolastico presenta i dati su promossi, "rimandati", respinti, ritirati. Abbozza il tentativo di una discussione, di una presa di coscienza da parte dei docenti del problema (in fondo molto brunettescamente non vuole prendersi in carico il problema, ma lo vuole spostare semplicemente su ogni docente preso singolarmente. Dopo tutto lui è solo i dirigente, mica ci entra lui nelle classi a insegnare). I docenti si assolvono scaricando il problema sugli alunni: sono loro a non volere studiare a non averne voglia. Fine della discussione e della autovalutazione. 8. il pesce comincia a puzzare dalla testa (è così il detto, o mi sbaglio?), perciò se si deve valutare si valuti l'intero sistema, a cominciare da chi ha responsabilità di direzione e di organizzazione. 9. Riguardo la valutazione, il Libro bianco sulla scuola elaborato dall'ultimo governo Prodi aveva idee chiare, consapevoli della importanza e delicatezza dello strumento. A proposito di incentivi non escludeva quelli individuali, ma puntava piuttosto a quelli da assegnare alla scuola nel suo complesso. Mi sembra una procedura molto coerente con una visione sistemica delle cose 10. Se io voglio migliorare la prestazione di un mio alunno, devo lavorare su di lui individualmente ma anche e, direi, soprattutto, sul contesto in cui è inserito, sul contesto-classe prima di tutto. Devo quindi valutare lui per fornirgli informazioni precise su di lui, ma anche, e direi, soprattutto, il gruppo-classe. Così è anche per insegnanti e scuola in cui gli insegnanti operano 11. valutare per migliorare un intero sistema o valutare per dare medaglie, soldi e riconoscimenti a una parte di insegnanti "bravi"? E chi decide chi si becca gli "scarsi". 12. Andatevi a vedere che idee ha la Aprea sulla questione della valutazione del lavoro degli insegnanti, su chi la dovrebbe fare e con quali procedure. Alluinante. 13. Infine: ragioniamo e proponiamo noi una proposta di sistema di valutazione funzionale a una scuola equa ed efficacie. Perché se non lo facciamo noi e non facciamo vincere la nostra, lo faranno loro con la loro idea di scuola selettiva, per pochi, da anni Cinquanta. Sandro
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| 8/12/2010 |
Ancora su tutta questa valutazione...Butto giù alcune brevi note. Si fa un gran parlare della valutazione, delle “cose” INVALSI” e cos ì via. Ci sono alcuni problemi, da discutere, e che vengono toccati normalmente di striscio. Se vengono toccati di striscio è perché sono probabilmente importanti (un po' provocatorio...) Quando io costruisco un test di valutazione di un qualche tipo ho ben presente che cosa voglio valutare e a che scopo lo faccio. Altrimenti non sono una persona seria. Il test, le domande, la strutturazione, la sequenza è determinata da che cosa voglio valutare. Quasi ovvio, direte voi. Ma ci sono diversi tipi o modi di insegnamento, ci sono diversi sbocchi, diverse possibilità di sviluppo. Faccio un esempio concreto, così ci capiamo subito. Se uno studente è stato formato ad avere grande spirito critico, a essere capace a strutturare le proprie ricerche da solo, a fare osservazioni e ricerche, a non dare niente per scontato, ad amare il lavoro insieme ad altri avrà probabilmente un buon esito all'università (se vi andrà) e nella vita in genere. Ma rispetto ad alcuni test di valutazione, basati solo su aspetti nozionistici, o che prefigurano solo UN SOLO tipo di mentalità, potrebbe anche risultare un perfetto idiota. Il viceversa è anche vero: altri studenti, con diversi percorsi formativi potrebbero rivelarsi dei perfetti idioti rispetto a test che dovrebbero accertare le loro facoltà critiche. A farla assai breve: NON esiste una valutazione oggettiva, indipendente dai metodi e dai percorsi. E' la stessa cosa dei test d'intelligenza. Si è presto scoperto che è difficile estrarre test per una intelligenza staccata dalla cultura del … testato e del testatore. E' la stessa cosa dei tagli nella scuola pubblica: sono assolutamente motivati e ragionevoli rispetto all'idea di scuola e di cultura di chi li fa. E dire che così si perdono posti di lavoro è risposta assai debole ( e che non ha mai salvato il lavoro di nessuno). Forse se l'idea di scuola e di cultura fossero diversi probabilmente bisognerebbe aumentarli, i posti di lavoro, e probabilmente investire molto anche nella formazione dei docenti, ecc. La domanda in fondo è semplice: chi valuta e che cosa valuta (mentre lo strumento di valutazione è meno importante, se ne può discutere ma è meno importante)? A questo punto ci sono sempre delle deviazioni in un possibile contradditorio: ma come, non ritieni importante valutare? Ma sì, ma sì, come si fa a formare gente senza valutare? E' una vita che lo facciamo. E lo facciamo anche nella vita normale, è tutta una continua valutazione. Guardate come viene spostata l'attenzione: in corsi di aggiornamento veniamo letteralmente seppelliti e bombardati da griglie, grigliette, grigliate che vengono dette assolutamente oggettive. Si distingue e si disserta assai sottilmente tra competenze, capacità, abilità, finalità, obiettivi ecc. ecc. Tutto con griglie e punteggi già pronti. Basta imparare ad applicarli. Facile. Infatti fare il compitino è assai facile e molti neofiti si mettono subito al lavoro con entusiasmo. E' così riposante fare queste grigliate. E l'attenzione è subito spostata sullo strumento e non su quello che ci sta a monte. E' indubbiamente più difficile costruire insieme modi e strumenti valutativi nati da diversi percorsi formativi. Ma esiste altra, seria, strada? Nino Martino |
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| 8/12/2010 |
Freinet è morto?La domanda è vagamente idiota. E' ovvio che è morto. Ogni tanto viene fuori qualcuno a dire che Freinet è morto. La constatazione è ovvia. Si nasce, si vive (più o meno bene, più o meno significativamente per la specie umana) e si muore. Una grande parte, la massima parte di coloro che formano la nostra cultura contemporanea sono assolutamente morti. Garantito. Lasciate perdere i film sugli zombie tanto di moda oggi. Ma probabilmente l'affermazione che Freinet sia morto vuol dire altro e ha altri scopi. Forse quello che da' fastidio è il metodo naturale, è la metodologia di insegnamento di Freinet, non tanto i suoi contenuti. Forse può dare fastidio che ci sia ancora gente convinta che bisogna formare le persone in modo aperto, critico. Quando qualcuno da' particolarmente fastidio, ci si affretta a dichiararlo morto e sepolto. Ma come segui ancora le idee di uno morto tanto tempo fa? Ma sei proprio retrogrado! E' tutto datato, è tutto da rivedere. La cosa curiosa è che proprio alla fine dell'anno scorso c'è stato un grande successo con l'insegnamento della fisica ottica attraverso bolle di sapone qualunque e con metodo naturale. Il successo sta nel fatto che si è fatto tutto (TUTTO!) il programma di ottica di quarta liceo scientifico praticamente sempre in laboratorio, con sviluppo di tutta la creatività degli studenti, con l'elaborazione di esperimenti decisi sul momento per rispondere a domande e ipotesi ecc. Quella sarà una esperienza che rimarrà a vita in tutti coloro che ci hanno partecipato. Ma Freinet aveva mai parlato di Principio di Fermat, di lenti, di interferenza, di modelli ondulatori ecc. ecc.? Il metodo usato da Freinet, invece, sembra che sia maledettamente attuale. Anzi ancora più attuale oggi, nel disfacimento progressivo delle cose. E nell'esempio che citavo più sopra è stato applicato con studenti di diciasette-diciotto anni e non con bambini di terza elementare. Freinet non ha mai lavorato, credo, con studenti di quell'età. Ovviamente non ci siamo detti: adesso applichiamo Freinet. Gli amanti dei nomi delle cose (possedere il nome è possedere la cosa) e delle etichette (etichettare il mondo per comprendere come gira) possono essere un po' delusi. Abbiamo fatto e basta. E finisco qui questa breve nota. Chi dice che Freinet è superato mi dovrebbe dire IN CHE COSA è superato. Quali sono i metodi obsoleti. Così ne possiamo discutere. Altrimenti è puro salotto televisivo. Nino Martino
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| 6/11/2010 |
CURSU DE STÒRIA SARDA IN SARDU
Totu su cursu est de 20 oras, ddu aparìciat su Comunu de Serrenti e ddu feus in sa Domu de is Cordas (Casa Corda), in pitzus de sa Bibrioteca Comunali de Serrenti (via Fara).Po su cursu no si pagat
nudda, est obertu a totus e po studiai s’eus a donai unu libru de stòria
sarda scritu in sardu, cun fainas puru. Po si scriri bastat a lassai su nòmini e su telèfunu a s’Ofìtziu Arrelatas cun sa Genti (URP Ufficio Relazioni col Pubblico) o a si presentai deretussa primu dii de letzioni Po atras noas podeis domandai a s’Assessori a sa Curtura de su Comunu de Serrenti Leo Talloru o is maistus de su cursu Amos Cardia (tel. 349.342.00.05 – amoscardia@tiscali.it) Nicola Dessì (tel. 340.53.37.489 - nicodessy@hotmail.it) Inizia mercoledì 10 novembre e prosegue ogni martedì e venerdì, sempre dalle 17.30 alle 19.30. Il corso dura 20 ore, lo organizza il Comune di Serrenti e si svolge nella Casa Corda), sopra la Biblioteca Comunale di Serrenti, in via Fara. È completamente gratuito, aperto a tutti e verrà consegnato ai corsisti un testo di storia sarda scritto in sardo, completo di esercizi. Per iscriversi basta comunicare i propri dati all’URP (Ufficio Relazioni col Pubblico) o ci si può presentare direttamente in aula il primo giorno di lezione. Per altre informazioni si può contattare l’Assessore alla Cultura del Comune di Serrenti Leo Talloru o i docenti del corso Amos Cardia (tel. 349.342.00.05 – amoscardia@tiscali.it) e Nicola Dessì (tel. 340.53.37.489 -nicodessy@hotmail.it). APROILAI TOTUS
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| 29/10/2010 |
IL TUBO ROTTO E LE METAFISICHE Li ho
trovati che stavano riformando. Li lascerò che staranno riformando. Ho
passato l’intera vita professionale a leggere di riforme. Lo considero un
mondo surreale, a sé stante. Qualcosa come il mondo dei miti, una dimensione
rarefatta, dove i grandi apparati delle Riforme vivono di vita
propria, come giganteschi animali alieni. Quando ho iniziato grandinavano sperimentazioni e la parola magica era “Brocca”. Età di sogni e fatiche sprecate. Ricordo colleghi ormai sull’orlo della giubilazione, agitarsi euforici attorno al “progetto giovani” (una delle mode del momento); o svenarsi a difesa di un proprio rigo da inserire nel Pei. Era il tempo in cui iniziava l’effervescenza “da informatica”, cresciuta sino a diventare febbre. A un certo punto sembrò che più computer ci mettevi dentro, più la scuola migliorava. In automatico. Verso il ’94 la già scassata baracca perse gli esami di riparazione. Era un piccolo, usurato argine, ma ancora reggeva. Venne demolito e sostituito coi “debiti”; con tutto il seguito che ben conosciamo. Poi, con la smania di cancellare Gentile, arrivò Berlinguer. Teorico verboso dell’epocale spostamento: dal docente al discente; dall’aula al territorio; dai programmi alle attività. Non ricordo ebbro diluvio di parole pari a quello. Sino allo sfinimento dovemmo ascoltare il magico risuonare delle formule: scuola-azienda, studente-cliente, preside-manager, offerta, progetti, successo formativo. Il professore non più “davanti, ma accanto allo studente”. Anni di smaniare confuso attorno all’idolo del “nuovopurchessia”.
Ricordo Collegi dei docenti passati ad approvare praticamente tutto; nella
selva delle braccia levate-approvanti c’era ogni umano profilo:
l’ilare-scettico, il frustrato-invidioso, il furbo obolo-calcolante, il
gloria-bramoso, il rassegnato-schifato, il quieto-vivente, il
servile-dirigente-prostrato, il pigro-senza-vergogna. Passava di tutto,
dalle piante officinali
ai laboratori teatrali, dal body
building all’
Intervistiamo le nostre nonne,
dalla visita al salumificio-modello alla psicologia dinamica alla
scientology
(rammento un leggendario progetto “Sviluppiamo i talenti”, illustrato con un
linguaggio che neppure Ron Hubbard…; e un'altra memorabile perla dal titolo
wertmulleriano,
il progetto, “Senza carezze non si può camminare a petto in fuori”).
C’erano, poi, le invenzioni assolute: ricordo ancora l’ilarità incontenibile
di una sera in cui il dirigente ci parlò dei “professori-antenna”, destinati
a captare, in esclusiva, non ricordo bene che cosa. Per un attimo vidi la
Scuola Radio Elettra di Torino. Un’orgia demenziale. Me l’hanno fatta odiare
la parola “progetto”.
Sublime metafisica, è stato, invece, quel lungo declamare su “tramonto
dell'idea di classe”, "fluidificazione dei contenuti", "destrutturazione
della didattica disciplinare" (mai sintesi più perfetta del
vacuo e
dell’ opulento);
come metafisicissima
resta quella buona ora e mezza passata in Collegio a parlare di quali
funzioni-obiettivo introdurre e quali requisiti richiedere ai candidati (lo
confesso, mi hanno cambiato la vita, le “funzioni-obiettivo”); e le
ricorrenti, micidiali dispute sui “criteri di valutazione”; che – non sia
mai! – debbono tendere alla uniformità, “fatta salva l’ autonomia di ogni
docente e consiglio di classe”. Come dire, “Colleghi, siamo diversi, e tali
resteremo”.
Mentre io, cercando l’urto di una parola capace di toccare una corda
profonda, gli parlavo della singolarità di Auschwitz, loro istituivano
Giornate Ufficiali della Memoria e promuovevano il turismo di massa in
Polonia; con studenti che passano con auricolari e lettore mp3 sotto il
ferreo arco dell’ “Arbeit macht frei”; e mangiano patatine in pieno lager.
Non è che, per caso, rileggere Anna Frank o Primo Levi nella solitudine di
un pomeriggio a casa, sarebbe assai meglio? Tornare, cioè, a quei privati
andirivieni della mente dove soltanto si formano coscienza e intelligenza?
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| 29/05/2010 |
Uno sciopero della fame per scuotere le coscienze Sono un maestro elementare e mi sento mortificato da quello che sta succedendo nelle scuole e dal fatto che troppe poche sono le voci che si alzano per difendere il diritto di tutti i bambini ad avere una buona scuola. Chiunque è nella scuola, dai docenti ai dirigenti scolastici, dai rappresentanti dei genitori nei consigli di Circolo e d’Istituto al personale amministrativo e ai bidelli sa perfettamente della quantità dei tagli di personale e di finanziamenti che si sono abbattuti sugli istituti scolastici. Sono perfettamente consapevole che oggi ci sono tante persone che hanno perso il lavoro e che la crisi sta mettendo in ginocchio il nostro stato sociale, ma qui si tratta di impedire che la scuola vada allo sfascio. Penso che l’attenzione sulla scuola vada tenuta alta sempre. Una buona scuola è tale se si evolve sempre e se la società è vigile verso l’operato di qualsiasi governo in carica. Ma con la situazione attuale sono a rischio, tanto per fare un esempio, le uscite didattiche, i viaggi e i corsi proposti dal Comune e da altri (da quello di nuoto a tutti gli altri). Insomma qualcuno sembra ci voglia dire che si può tranquillamente tornare alla scuola di una volta. Non è allarmismo quello che vado dicendo, basta parlare con qualsiasi Dirigente Scolastico o docente e confermerà queste cose. Forse a scuola ci spegneranno anche il riscaldamento e i bambini dovranno ritornare come un tempo a portare il carbone o la legna da casa ( questa invece spero che sia solo facile ironia da parte mia). In questi giorni è stata diffusa una lettera, scritta dal responsabile dell’Ufficio Scolastico Regionale, in cui si invitano i Dirigenti Scolastici e tutto il personale della scuola a stare molto attenti a rilasciare dichiarazioni e a non fare commenti sui pesanti tagli a cui le scuole sono sottoposte. Io dichiaro pubblicamente di aver partecipato ad un’ assemblea di docenti e di avere espresso critiche su quello che sta avvenendo nella scuola e di avere anche proposto un presidio in piazza e uno sciopero della fame per bucare la cortina di silenzio che sta accompagnando i provvedimenti sulle scuole. Faccio questo per dignità e per amore nei confronti della mia professione. Se mi devo addebitare qualcosa penso sia nei confronti dei genitori e dei bambini poiché non sono riuscito ad informare sufficientemente l’opinione pubblica e in primis i genitori del fatto che non riusciamo più a fare tutte le attività che facevamo prima, per esempio laboratori a classi aperte o con piccoli gruppi di bambini. Probabilmente dopo che avrete letto queste riflessioni, accendendo la televisione e sentendo il TG, sicuramente vi diranno che non sono previsti tagli significativi per le scuole e qualcuno ci crederà. Oppure vi capiterà d’imbattervi in giornalisti che correranno a destra e a manca per intervistare i genitori sulla nuova proposta di posticipare l’inizio della scuola al primo ottobre: tutto va bene per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica e discutere di aria fritta. Niente da dire: chi governa ha imparato molto bene le tecniche della comunicazione. Ho scelto di fare il maestro perché pensavo che aiutare i bambini a diventare cittadini consapevoli e istruiti fosse una professione importante e che la scuola fosse un’istituzione privilegiata per favorire la costruzione di una società migliore, a vedere il trattamento che viene riservato all’istruzione c’è da pensare che non si vogliano insegnanti appassionati e motivati, ma solo esecutori fedeli e che la scuola sia considerata solo una spesa eccessiva. Nonostante ciò, io non mi arrendo e spero di non essere l’unico.
Roberto Lovattini, insegnante
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| 20/05/2010 |
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ancora sull'INVALSI
Ho letto il pezzo. Dice tante cose giuste. Ma mi fa sorgere anche qualche perplessità.
Il rifiuto alla verifica è un atteggiamento che pervade tanta
parte della classe docente, abituata troppo spesso a rifiutare ogni
possibile verifica e aggiornamento così come qualsiasi ipotesi di
vera collegialità e di cooperazione operativi. Sussiste quindi il
vero pericolo di una collusione fra un atteggiamento che parte da
una analisi corretta, accompagnata e motivata da un chiaro impegno
professionale, e una massa dolente (maggioritaria) di chi
l'autonomia la coniuga con il proseguire in pratiche stantie e in
atteggiamenti corporativi.
Nei corsi di formazione deliberati dal Collegio e finanziati
dall'Istituto che si fanno come MCE in Sardegna molte volte accade
che a parteciparvi vi sia 1/3 se non anche meno dei componenti il
Collegio. E quando affrontiamo il problema della programmazione e
della valutazione emerge chiaro il problema dell'assenza di una
collegialità vincolante e di documenti puramente cartacei rispetto
alle pratiche didattiche e organizzative effettive.
L'Autonomia si è ridotta molto, troppo spesso in isolamento e
solitudine. Certo ci sono alla base primarie responsabilità
politiche di Governo ma manca una risposta anche relativamente
minoritaria da parte dei docenti. C'è, come nel sociale, molta
accettazione supina, prevalere dell'individualismo, diffusa
indifferenza culturale alla dimensione sociale del fare scuola.
La scuola nei fatti sta procedendo a ritroso. Anche la
protesta (vedi i precari) è solo di tipo assistenzialista e non
propositiva, critica e d'ispirazione riformatrice.
Vale comunque il detto di Gramsci: pessimismo della
ragione ottimismo della volontà. Speriamo solo che non
finisca come è finita la storia del suo tempo. Non siamo poi così
molto lontani. Cerchiamo comunque ognuno nel proprio piccolo di
agire come cittadini e come aspiranti educatori perchè ciò non
accada.
r.r.
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| 18/05/2010 |
A
proposito di INVALSI 1. la riforma della scuola elementare era necessaria, visto che viene dimostrato che non è la scuola di eccellenza rivendicata dalle opposizioni; 2. gli stranieri sono realmente una emergenza e sono giustificate le campagne di contenimento che, per la scuola di ogni ordine del Lazio, si concretizzano nelle ingiunzioni della Direzione Regionale a mantenere i tetti di iscrizione entro il 30% per cento (circolare del 3 febbraio 2010 prot 2220) . Il costoso carrozzone INVALSI rivela la sua vocazione censoria e per nulla orientata a comprendere la realtà della scuola italiana, la primaria soprattutto, le sue difficoltà oggettive, derivanti dal legame perverso fra il radicamento in territori degradati socialmente e la mancanza di risorse. Ma vengo al merito della proposta dell’Istituto che quest’anno è volta a valutare gli apprendimenti di matematica e di lingua italiana in seconda e in quinta classe della primaria e di prima e terza classe della secondaria di primo grado, anche – precisa la circolare ministeriale di quest’anno (22 ottobre 2009 n 86) – alla luce della prova nazionale dell’esame di stato. Non pare che i redattori dei quesiti abbiano tenuto conto delle numerosissime critiche avanzate dal mondo della scuola e della ricerca universitaria, infatti il quadro concettuale è il medesimo degli anni scorsi, come si evince dalla lettura della circolare di riferimento. Pertanto, le riflessioni che come Collegio Docenti facemmo nel 2004/05 e servirono a giustificare il rifiuto alla somministrazione delle prove nella nostra scuola, rimangono in piedi. Ricordo solo le considerazioni più pregnanti: 1. la volontà di conoscere e di armonizzare il sistema fa difetto della nozione stessa di sistema- scuola: le sue caratteristiche a macchia di leopardo non hanno nulla della interazione reciproca e virtuosa fra le parti, della qualità emergente visibile ad un osservatore, che connotano qualsiasi sistema. La scuola è cresciuta in modo difforme, su un territorio nazionale segnato da profondissime differenze, con carriere professionali così diverse da compromettere ogni tentativo di curricula disciplinari lunghi;
2. le
prove non tengono conto dei progetti di intervento reali, costruiti dai
docenti sulla base dei continui aggiustamenti di contesto ( legati almeno a
due aspetti: convinzioni personali ed epistemologiche degli insegnanti e
abilità espresse dagli alunni in entrata e in itinere). Appare davvero ipocrita chiedere ai docenti collaborazione per la buona riuscita dell’impresa (somministrazione, correzione, invio dati), millantandola come un’occasione per la riflessione e il confronto. Riflessione e confronto sui processi di valutazione sono stati esperiti molte volte, ma sono rimasti senza ascolto, soprattutto da parte del Ministro attualmente in carica. Dunque, l’INVALSI diventa, attraverso le prove standardizzate che anche quest’anno le scuole dovranno obbligatoriamente somministrare, un ulteriore strumento di attacco al lavoro degli insegnanti. Un lavoro – ripeto - molto diverso da quello a cui le prove fanno riferimento, un lavoro volto proprio a favorire i processi di integrazione attraverso i curricula sulla Lingua Materna (quella nazionale e quella degli Altri) e sulle discipline, messi continuamente in discussione proprio dal dialogo interculturale e dalla presenza efficacemente problematica dei soggetti diversamente abili (locuzione che appare oggi ancor più ipocrita). Credo ci siano sufficienti motivi per giustificare un’iniziativa di rigetto di tutto il pacchetto INVALSI. Penso ad una sorta di obiezione di coscienza che contrasti gli effetti nefasti di una politica governativa che non fa che avvilire la scuola pubblica. Un’obiezione che faccia riferimento ai compiti e alla libertà - come ricerca responsabile di strategie - che la Costituzione assegna ai docenti.
So che c’è
molta stanchezza, so che anche le scuole più combattive sono divise al loro
interno e fra loro. Molti considerano le prove un male minore, altri ancora,
presi dal senso di colpa che spesso avvilisce gli sconfitti, credono che le
prove INVALSI serviranno davvero ad avviare un confronto che possa mettere a
punto il loro lavoro con i bambini e i ragazzi. Forse, l’INVALSI è solo un pretesto per riflettere davvero sull’arte politica di non farsi eccessivamente governare. Renata Puleo
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| 11/05/2010 |
Indignarsi è necessario! Tanti bambini, nel prossimo anno scolastico, non potranno usufruire del Tempo Pieno, altri usufruiranno del tempo scuola a 40 ore, ma senza compresenza, senza la possibilità di fare uscite, senza che siano nominati supplenti quando gli insegnanti sono malati. Dov’è finita la promessa che il Tempo Pieno non sarebbe stato toccato, ma addirittura aumentato in base alle richieste e alle esigenze dei genitori? Anche nella nostra provincia, dalla scuola dell’infanzia alle superiori il risultato è: meno ore di scuola, meno insegnanti, meno attività! Ci vengono promesse tante lavagne interattive: la realtà è che mancano le cose essenziali! Quello che ci sorprende è che non vediamo alcun segno di protesta da parte di tutti coloro che hanno a che fare con i bambini e che pure sono consapevoli che si sta distruggendo la Scuola Pubblica! Il primo risultato i Governi l’hanno raggiunto: togliere la capacità di critica e di indignarsi di fronte a cose palesemente e profondamente ingiuste. In questi giorni nelle scuole elementari si stanno predisponendo i progetti per le future classi prime. Sarebbe interessante che fosse reso pubblico lo sforzo e la frustrazione dei docenti che devono organizzare il funzionamento delle classi, sapendo che comunque quello che si realizzerà sarà molto al di sotto di quello che si è garantito fino ad oggi. Sarebbe interessante anche capire quanti resteranno fuori dalla scuola dell’infanzia e quanti e chi non potranno usufruire del Tempo Pieno. Ai tanti genitori e ai tanti insegnanti che ci chiedono come sarà la scuola in futuro diciamo chiaramente che sarà sempre più difficile poter realizzare una “buona scuola”, nonostante l’impegno e la volontà degli insegnanti che credono ancora nella necessità di una scuola educante e formativa. Non crediamo giusto che le scuole siano lasciate in solitudine a risolvere problemi che non dipendono da loro. Rivolgiamo un appello ai docenti, ai genitori e ai dirigenti scolastici, ai pedagogisti e agli educatori, affinché facciano sentire la loro voce in difesa dei diritti dei bambini per una scuola di qualità. Ricordiamoci che la scuola è uno dei momenti più significativi e formativi nella vita di ognuno di noi. Movimento di Cooperazione Educativa, Gruppo Territoriale di Piacenza Piacenza, 11 maggio 2010
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| 11/05/2010 |
Cagliari, 11 maggio 2010
Lettera aperta ai genitori delle classi 5a e 5b di via del Sole sulla questione “Test INVALSI”
Cari genitori
Scusatemi se rubo dieci minuti del vostro tempo, ma ritengo doveroso, visto il rapporto di fiducia che esiste con voi da molti anni, darvi qualche spiegazione. Recentemente si sono svolte, nelle classi seconde e quinte, le cosiddette “prove di valutazione nazionale INVALSI”. Personalmente ho scritto una lettera al dirigente e alle colleghe, dichiarando la mia indisponibilità a svolgere tali prove nelle mie classi. Ho, naturalmente, argomentato la mia posizione, spiegando che (a quanto mi consta) le prove suddette non sono affatto obbligatorie e non sono state deliberate dal Collegio dei docenti. Per i più curiosi, resto disponibile per fornire qualche riferimento normativo.
Tengo a sottolineare che non sono contrario alla valutazione del lavoro in genere, alle indagini, alle statistiche. E, mi preme sottolinearlo, credo che i vostri figli siano adeguatamente preparati ed in grado di superare agevolmente anche tali test.
Ritengo però che questo tipo di test sia stato (perdonatemi l’espressione) una vera buffonata. Ma questa buffonata rischia di diventare pericolosa per noi insegnanti e per la qualità della scuola. Ci sarebbe moltissimo da dire sulla valutazione e sui test in generale… Valutare è, in genere, difficile. Valutare i risultati di una azione educativa è, certamente, difficilissimo. Mille variabili entrano in gioco.
Non si tratta solo di valutare l’apprendimento di regole di grammatica, tabelline e procedimenti a memoria. Tutte cose importantissime, per carità, ma che costituiscono solo una minima parte del processo educativo. Pensate solo ad attività come quelle volte a formare il senso civico, il giardinaggio, le recite, le conversazioni ordinate in cerchio, i giochi di gruppo, la danza, le attività manuali (così importanti soprattutto nei primi anni di scuola), le attività espressive in genere, … Pensate che sia possibile misurare l’esito di tutto ciò con dei banali quiz a risposta multipla? Non scherziamo… Una delle grandi soddisfazioni che ho avuto dai vostri figli è stata quella di leggere delle bellissime poesie inventate da loro stessi. Si tratta, indubbiamente, del frutto di un lungo lavoro. Ma come potrà mai, uno stupido quiz a risposta multipla (simile a quelli che vengono fatti durante certe trasmissioni televisive) valutare una simile capacità? Pensate a quanto è “denso” e ricco di significati un solo minuto di lezione, un solo minuto di interazione tra un insegnante ed i bambini: quale strumento sofisticato servirà per osservare l’intrecciarsi degli sguardi, coglierne l’intensità, rilevare i comportamenti non verbali? E poi l’intonazione, il ritmo, le pause nei discorsi… Eppure tutto ciò è fondamentale, non accessorio, nell’azione educativa.
Il rischio enorme di questo tipo di prove (INVALSI e simili) è che esse si propongono come “oggettive” e “scientificamente strutturate”, quando sono in realtà dogmatiche, parziali, lacunose. Lontane mille miglia dal lavoro quotidiano degli insegnanti e degli alunni. Studiate a tavolino, senza ascolto delle osservazioni degli insegnanti. Senza feedback. Hanno la pretesa di misurare un “tutto”, ma misurano (con molte imperfezioni) solo una parte.
Queste valutazioni dell’INVALSI vengono fatte oggi a campione; domani saranno estese a tutti e presto diventeranno valutazioni sugli insegnanti: con uno strumento rozzo e semplificato si tenterà di valutare una realtà delicata e complessa. Con segaccio e martello si tenterà di eseguire una delicata operazione chirurgica.
Ma la cosa più incredibile è che questi test vengono spacciati come uno strumento per migliorare la qualità della scuola, proprio in un periodo in cui alla scuola stessa vengono fatte mancare le cose ESSENZIALI! Facciamo l’esempio delle supplenze: è diventata una cosa normale, in tutti gli ordini di scuola, che, in caso di assenza degli insegnanti, gli alunni vengano divisi tra varie classi (“custoditi” senza svolgere attività didattiche), talvolta mantenuti ore a vedere films, ammassati in qualche aula o, nel migliore dei casi, custoditi da insegnanti tappabuchi i quali, lasciando le loro attività già iniziate con altri gruppi di alunni, vengono dirottati nelle classi da “coprire”. Un mio collega mi raccontò che in questo modo una classe del suo istituto (superiore) perse più di quaranta giorni di lezione in un anno. Più di quaranta! Un numero esorbitante! Non sarebbe stato più semplice e razionale nominare (e subito) dei supplenti esterni, senza creare tutti questi disagi? E’ significativo che, tra tanti “scienziati”, “studiosi”, “esperti” (più o meno ministeriali) che si occuperebbero dei problemi della scuola, non ve n’è neanche uno che si sia degnato di studiare cosa accade concretamente ai ragazzi in tali situazioni di disordine.
Ovviamente, nell’ottica di un risparmio cieco e sordo tutto questo è normale.
Per far camminare bene la macchina – scuola, la prima banale operazione da svolgere sarebbe quella di gonfiare le ruote e mettere un po’ di benzina. Sorge il dubbio che non lo si voglia fare. E che si voglia illudere la gente, nascondendo i problemi veri con qualche operazione di “maquillage” esterno.
Da buon maestro elementare, concludo questa mia lettera raccontandovi una storiella, molto istruttiva, che gira su internet. C’è una gara di canottaggio tra due squadre: una giapponese ed una italiana, composte ognuna da otto atleti. Al traguardo giungono per primi i giapponesi, staccando nettamente l’equipaggio italiano. A fine gara, i dirigenti italiani cercano di capire i motivi di una sconfitta così catastrofica. Scoprono così che l’equipaggio giapponese è composto da un “capo” che dà il ritmo e coordina i sette vogatori, mentre l’equipaggio italiano è composto da sette “capi” che coordinano ed un solo vogatore che rema… I dirigenti italiani, quindi, studiano come risolvere il problema. Decidono di affidare lo studio ad una équipe di consulenti (profumatamente retribuiti), esperti di gestione delle risorse umane i quali, dopo mesi e mesi di ricerche, prospettano la soluzione: i vogatori devono essere meglio motivati con adeguati incentivi. Si provvede ad attuare la nuova strategia, e ci si prepara ad una nuova gara. Alla seconda gara il vogatore italiano si impegna al massimo, dando fondo a tutte le proprie energie. Accade, inaspettatamente, che i giapponesi vincono di nuovo, imponendo un distacco anche superiore a quello della gara precedente. A questo punto, i dirigenti della squadra italiana decidono di prendere una decisione drastica: il licenziamento dell’equipaggio. Per essere più precisi, il licenziamento dell’unico vogatore!!!
Bella storiella, vero?
Vi ringrazio per aver pazientemente letto queste mie opinioni. Vi saluto cordialmente e, se ne avete voglia, conservate questo pezzo di carta tra i ricordi di scuola elementare dei vostri figli: quando diventeranno genitori potranno controllare essi stessi se, nel frattempo, queste “strategie elaborate dagli esperti” saranno servite veramente a migliorare la qualità della scuola italiana.
Un cordiale saluto
Andrea Scano
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