Dalla valutazione del no
alla valutazione del sì
Nelle
nostre scuole la valutazione del no occupa sempre il primo posto e
solo raramente emerge quella del sì. Suo figlio non studia! Non si
applica! Non mi segue! Non mi ascolta! Non si impegna! Non ha
voglia! Se continua di questo passo, non ce la farà! Come cambiare,
dunque?
La risposta di Maurizio
Tiriticco
Dario Missaglia interviene molto puntualmente sul
tema della valutazione (vedi su Education 2.0
l’estratto da un suo racconto contenuto in “Educo Ergo Sum”),
senza chiamare in causa i grandi principi docimologici, ma
semplicemente rifacendosi a quella che potremmo definire la “cultura
degli insegnanti” in materia, o per lo meno della loro grande
maggioranza. Così in un consiglio di classe il professor Pizzetti
afferma che questi ragazzi non ne vogliono sapere di studiare e che
non sanno neppure il verbo essere. E la professoressa Monica
soggiunge che non hanno grandi motivazioni allo studio, non hanno
voglia di studiare.
È lo spaccato di una realtà più che presente nelle nostre scuole
dove la valutazione del no occupa sempre il primo posto e solo
raramente emerge quella del sì! Quanti genitori hanno sentito il
solito ritornello? Suo figlio non studia! Non si applica! Non mi
segue! Non mi ascolta! Non si impegna! Non ha voglia! Se continua di
questo passo, non ce la farà! E nei consigli di classe la solfa non
cambia! Questi ragazzi non conoscono le nozioni più elementari! Non
potranno mai farcela! Ma perché hanno continuato a promuoverli in
queste condizioni?
Poi nel consiglio di classe del racconto di Missaglia si accende una
piccola luce, quando i due insegnanti cercano di farsi una ragione
di tale disastro: che cosa rimproveriamo a questi ragazzi? Di non
aver avuto genitori colti? E di non aver incontrato maestri e
professori capaci di incuriosirli? E infine il professor Boni,
tecnico di laboratorio, sembra sentenziare: è vero, sono segnati
dalla vita che hanno, che ci possiamo fare?
E la discussione potrebbe continuare! Tuttavia, tutti riconoscono
che in laboratorio i ragazzi sembrano impegnarsi; lavorano al pezzo
e leggi la soddisfazione sul loro volto quando il compito è
riuscito. Quindi, gli insegnanti potrebbero percorrere una strada
opposta a quella tradizionale: si potrebbe partire dalla esperienza
concreta dei ragazzi e non dalla solita lezione ex cathedra! Qui il
tema si farebbe interessante, ma si è fatto tardi e la preside
chiude la riunione! Non rimane che pensare che c’è chi nasce per
studiare e chi per lavorare!
Resta purtroppo un fatto: che la nostra scuola non è ancora in grado
di attivare quella discriminazione positiva che permetterebbe di
garantire a ciascuno il suo personale successo formativo: si tratta
di un impegno che abbiamo assunto nel ’99 con l’avvio dell’autonomia
delle istituzioni scolastiche! La nostra scuola continua a
legittimare e a riprodurre quei condizionamenti socioculturali che
certa sociologia ha analizzato fin dagli anni Settanta del secolo
scorso. Insomma, nessuno nasce Gianni e nessuno nasce Pierino! Sono
i condizionamenti sociali a produrli e una scuola incapace di
assolvere al suo ruolo a legittimarli.
Finché la valutazione del no la farà da padrona, c’è poco da
sperare! Proprio negli anni Settanta, quando nella scuola
dell’obbligo abolimmo voti e pagelle, pensammo che la valutazione
del sì cominciasse a farsi strada, anche se con fatica. Non è
produttivo sapere – così pensavamo allora – che cosa non sa e non sa
fare il nostro alunno, ma che cosa, invece, sa e sa fare: è dato per
scontato che nessun essere umano è una tabula rasa (fatta esclusione
per gli handicap perinatali) e che ciascuno di noi sa e sa fare
sempre un qualcosa. È chiaro che, se un insegnante ha in testa i
cinque voti negativi e i cinque positivi come timone iniziale della
sua didattica, la sua azione è fallita in partenza! Insomma, è
necessario scoprire dentro quel NON perentorio attribuito al Gianni
di turno che cosa si nasconde, invece, di vitale, di positivo su cui
cercare e insistere! Il fatto è che il Gianni di turno non sa
parlare e non sa leggere secondo lo standard dell’insegnante! Ma che
cosa concretamente dice, quando parla e quando scrive? È sui
concreti “livelli di partenza” – così li chiamavamo allora – di
ciascun alunno che occorre cominciare a lavorare, non sui
“prerequisiti” impliciti che l’insegnante della tradizione ha
costruito nella sua testa, senza sapere neanche perché! Se un
insegnante di una prima media dopo il primo giorno di scuola dice a
se stesso che non sa dove metterà le mani con una simile classe, è
segno che ha già fallito! È il solito medico che vuole curare solo i
raffreddori perché incapace di affrontare le vere malattie!
Sarà difficile rimontare tale situazione! E lo dice anche Missaglia
nel suo racconto. “Se il ritorno al voto decimale ha prodotto una
crescita delle bocciature, vuol dire che in questi anni si è
radicata una nuova forma di darwinismo brutale, incolto ma potente,
e che un patrimonio culturale, che aveva alimentato gli studi sul
ruolo del condizionamento sociale sui processi di apprendimento e di
selezione scolastica, è stato eroso. E, in questo deserto, è
probabile che una parte degli insegnanti abbia visto nel ritorno al
voto decimale una sorta di restituzione, finalmente, del potere dei
docenti”.
Per concludere, dichiaro ciò che maggiormente mi preoccupa. Il
ritorno al voto nella scuola media, punto debole del nostro sistema
di istruzione obbligatoria, avvertito anche da Missaglia addirittura
come un “buco nero” in un altro suo scritto, “La
scuola e i giovani nel Rapporto ISTAT”, sempre su Education
2.0, coniugato con quel ritorno a un preteso rigore
rappresentato dalla prova nazionale Invalsi dell’esame finale, non
farà altro che incrementare con maggior vigore la “produzione” di
tanti nuovi Gianni! E l’obbligo di istruzione decennale? E le
competenze culturali e di cittadinanza che tutti i nostri sedicenni
dovranno acquisire? Mah! E i due milioni di giovani che oggi non
vanno a scuola né lavorano aumenteranno!
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