| indietro | |
|
Il “non senso” delle prove INVALSI Si sono svolte nei giorni scorsi le operazioni relative alle prove INVALSI che ogni anno, con l’andamento tipico di una malattia stagionale, in questo periodo impegnano la scuola. Solerti docenti dopo scrupolose letture dei manuali e sotto gli occhi vigili di Dirigenti più o meno zelanti hanno provveduto a dissigillare i pacchi, incollare gli adesivi compilare gli elenchi e tutto il materiale cartaceo che questa liturgia richiede. Le settimane precedenti si erano già manifestate le avvisaglie anticipatrici dell’evento. Maestre indaffarate si erano scatenate alla ricerca delle prove degli anni precedenti, avevano provveduto alla loro fotocopiatura e quindi alla “preparatoria” somministrazione ad alunni sorpresi quando non stupiti. Nel frattempo nei corridoi, in piccoli capannelli il mondo della scuola, o almeno le componenti più critiche, avevano già dato il via alla controversia sulla legittimità delle prove, sulla loro validità, sulla impossibilità a valutare con prove standard situazioni diverse intravedendo persino un legame tra i risultati della classe ed i promessi incentivi al merito. Il solito “pour parler” che spesso nella scuola accompagna decreti e circolari e si conclude alla macchinetta del caffè. Ora che il rito si è consumato e, come il sangue di S. Gennaro, la teca è stata riposta non se ne parlerà più fino alla prossima stagione. Acta est fabula. Solo qualche breve strascico. I commenti alle prove. La caccia agli errori e alle imprecisioni. Le critiche sui tempi “troppo brevi”. Qualcuno avrebbe cronometrato i tempi di lettura della scheda da parte di un adulto giungendo alla conclusione che erano improponibili, nell’arco temporale prescritto, per bambini della scuola elementare. Ultimato anche questo cicaleccio che, come un dopopartita, coinvolge una piccola frazione di tifosi, si tornerà alla quotidianità in attesa delle vacanze estive.
Vale la pena invece proprio ora avviare una discussione sul significato di tali prove. Di porsi una domanda cruciale: a cosa servono? Di indignarsi e gridare “il re è nudo”. Se qualcuno di noi si sottoponesse ad un check up dal quale si appurasse che qualche parte del suo organismo ha dei problemi, se in possesso delle sue funzioni cerebrali, si preoccuperebbe ed avvierebbe tutte le strategie (conformemente alle sue possibilità culturali ed economiche) per preservare e migliorare il suo stato di salute. Analogamente in una azienda dove si dovessero individuare delle anomalie o più semplicemente sulla nostra automobile allorquando risultasse compromesso in parte il suo funzionamento. Del tutto schizoide invece il comportamento del MIUR che mentre da un lato affida all’INVALSI il compito di misurare lo stato di salute della scuola attraverso prove di verifica degli apprendimenti (operazione tra l’altro che richiede una grande quantità di risorse oltre che di impegno da parte dei docenti), dall’altro si preoccupa dei risultati solo a fini statistici. Da diversi anni sentiamo dire che in alcune regioni del paese i risultati delle prove sono del tutto deludenti. Risultati spesso confermati da altre agenzie di ricerca internazionali. Cosa fa il MIUR? Niente, proprio niente. Logica vorrebbe che si aprisse una indagine sulla scuola di quelle realtà. Che si introducessero dei correttivi. Si desse avvio ad attività di formazione dei docenti mirate o quant’altro. Certamente non vanno in questa direzione i recenti tagli lineari contrabbandati come riforma o spesso come lotta agli sprechi. Operazioni queste del tutto disgiunte dai risultati INVALSI degli anni passati e lontane dall’assicurare qualità alla scuola pubblica. Non succede niente. E non succede niente nelle scuole dove gli insegnanti per antica pratica ne hanno assimilato le ritualità, in troppi casi spolpandole dal significato. Al disinteresse del ministero quindi si accompagna quello degli insegnanti, oggi più di ieri, impensieriti da una situazione economica e di lavoro sempre più pesante. In questo modo le prove INVALSI si riducono ad una ritualità non richiesta ma subita, estranea ad ogni idea di innovazione, utile soltanto ad allineare, almeno nella forma, il nostro ai paesi avanzati che curano il monitoraggio del proprio servizio scolastico. Ricordo, per concludere, un aneddoto di un vecchio maestro che in visita nelle scuole dei paesi dell’est chiese ad un docente il livello di impegno del personale scolastico in quella realtà. La risposta fu lapidaria: - lo stato fa finta di pagarci e noi facciamo finta di insegnare-. Non è ancora il nostro caso ma, tra una liturgia e l’altra, la scuola pubblica potrebbe ridursi a questo. franco mura |
vedi anche nel blog |