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Albino Bernardini un educatore Il 27 gennaio presso l'Università di Cagliari è stata consegnata la laurea honoris causa al maestro Albino Bernardini |
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Riflessioni sulla scuola di base di Albino Bernardini (Cagliari 27 gennaio 2005)
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Prima di ogni cosa vorrei salutare tutti i bambini d’Italia perché sono loro che hanno reso possibile il mio lavoro e di conseguenza questo riconoscimento. In secondo luogo i professori dell’Università di Cagliari, primo fra tutti il Magnifico Rettore prof. Pasquale Mistretta, il prof. Alberto Granese col quale a suo tempo ho collaborato, e coloro che hanno avuto l’idea di proporre questo riconoscimento, cioè gli amici del MCE (Movimento di Cooperazione Educativa), Mariella Marras e Rinaldo Rizzi. Infine tutti coloro, amici e conoscenti, che con la loro presenza hanno inteso condividere questo avvenimento. Grazie a tutti. Ed ora dovrei parlare di me: cosa certamente più difficile. Devo perciò citare fatti che credo abbiano dato luogo a questa Laurea honoris causa. Sono i bambini che ho incontrato come maestro nel lontano 1943 e che, al rientro dal fronte – perché anch’io ero, prima di diventare educatore, mio malgrado un guerriero – con il loro affetto, la loro simpatia, le loro domande e i loro problemi hanno permesso che io mi affezionassi talmente a loro che non ho più potuto distaccarmene. Non è retorica, come potrebbe sembrare, ma realtà. Ricordo che un giorno – a seguito di voci circolanti - un piccolino, avevo una seconda elementare, mi disse: “Vero che voi non ci lascerete più?”. Voleva dire che li avrei accompagnati fino in quinta. Ed io ho risposto: “Ma senz’altro, state tranquilli!”. Così non accadde perché ci furono ancora richiami. Uno di questi mi portò proprio a Cagliari dove vissi i momenti più difficili della guerra per via dei bombardamenti. Subito dopo ripresi ad insegnare con qualche intervallo che dedicai alla politica, esperienza che non fu fortunata per me in quanto questa mi “regalò” subito quattro mesi di carcere ad Oristano. Eppure fu una importante esperienza di immersione nell’impegno civile. Subito dopo ripresi a insegnare con lo stesso calore ed entusiasmo di prima, motivato da una fede civile sul grande compito educativo di una scuola impegnata a costruire e ad educare alla democrazia. Insegnai a Siniscola, La Caletta, Budoni, Borore, Lula e Bitti. In tutti questi paesi del centro Sardegna trovai sempre bambini spontanei, meravigliosi, sensibilmente diversi da quelli nei quali successivamente ebbi l’avventura di incappare nelle borgate romane: rotti a tutto, come vedremo. In ognuna di queste scuole ebbi tante soddisfazioni, ma anche amarezze. Quella che mi fece soffrire di più fu l’esperienza di Lula, non certo per causa dei bambini così cari e buoni, ma per via di una parte della popolazione che mi si pose contro animata da una pregiudiziale unicamente politica. In seguito, era il 1969, pubblicai Le bacchette di Lula ove descrissi le pratiche seviziose di una maestra, che io chiamai Callina, che usava metodi educativi mortificanti – allora assi diffusi - nei confronti di quei poveri bambini che, per castigo, erano fra l’atro costretti a girare per il paese con la scopa legata alle spalle. Dopo, a Bitti e le cose cambiarono. Stetti lì anni e non ebbi mai nessun motivo per lamentarmi. Eppure anche a Bitti svolsi le stesse attività che facevo a Lula. Non solo nell’intervento didattico a scuola, ma anche nell’impegno sociale fuori. Devo precisare che a Lula fui mandato via dopo la visita dell’ispettore scolastico e non alla fine dell’anno scolastico, bensì a quindici giorni dalla chiusura delle scuole. Questo a dimostrazione dell’azione punitiva nei miei confronti. Era difficile, per molti impensabile, allora fare una scuola dalla parte dei bambini. L’Autorità in classe in quegli anni veniva interpretata come sinonimo di autoritarismo o al massimo di paternalismo. Dare ascolto e voce agli scolari significava scontrarsi con l’ordine costituito, dettato dalla mentalità dominante e conforme al clima politico del tempo.. A Bitti, avvenne quel che non avrei mai pensato: fui trasferito a Roma, o meglio ancora a Pietralata dietro mia richiesta ma senza alcuna convinzione, e tutto avvenne come un fulmine a ciel sereno. Cominciò così per me una nuova vita. Nuova vita perché a Roma ebbi l’opportunità di accostare autorevoli persone vicine ai centri educativi ed in un certo senso progressivamente a farne parte. Fu così che conobbi e frequentai Lucio Lombardo Radice, Dina Bertoni Jovine, Ada Marchesini Gobetti, Bruno Ciari e Mario Lodi, nonché tanti di coloro che contribuivano allora ad indirizzare la pedagogia e la politica scolastica italiana. Tutte le volte che avevo bisogno, sapevo a chi rivolgermi. Questa condizione mi fu di grande aiuto professionale. Gianni Rodari, ad esempio, oltre a presentare il mio primo libro Un anno a Pietralata venne un’infinità di volte nelle mie classi. A quel primo libro ne seguirono una ventina, due dei quali in collaborazione con Granese e Mameli, tutti in fase di ristampa a cura della pregiata casa editrice Ilisso di Nuoro, diretta da Sebastiano e Vanna Congiu che vedo qui presenti tra il pubblico. Fu possibile riflettere con Rodari sulle esperienze che stavo conducendo per meglio articolare l’intervento educativo. Altrettanto fecero Ada Marchesini Gobetti, Bruno Ciari, Mario Lodi e personalità del cinema quali De Seta e Comencini. Mi iscrissi allora al M.C.E. e con esso seguii tutte le vicissitudini del Movimento della “pedagogia popolare”. Ricordo ancora quella volta a Pescara, era l’estate del 1977, all’Assemblea Nazionale del MCE quando assieme proprio a Rinaldo Rizzi , che criticavamo un certo elitarismo del MCE, fummo messi in forte minoranza, 17 a 123; una sconfitta che però in seguito riuscimmo a recuperare negli anni successivi. A Pietralata mi venne assegnata una classe di tredici bambini, sulla carta. In realtà erano dodici, perché uno ero riuscito a scovarlo io. Ricordo ancora quel primo momento. Come mi videro, guardarono dall’alto in basso; infatti erano tutti dritti sui banchi e gridavano: “No ‘o volemo!!”. La ragione di tale comportamento lo seppi in seguito. Un insegnante era andato in giro per le classi ed aveva chiesto agli altri colleghi se avevano qualcuno di cui disfarsi. In sordina si liberarono dei peggiori elementi. Questi bambini rifiutati, senza che sapessero niente, si ritrovarono anche a scuola tutti assieme: era la “marmaglia” di Pietralata. Così la chiamavano i colleghi. “Povero me! – dissi in cuor mio – e questi dovrebbero essere i bambini di città?”. In Sardegna mai mi era capitato di vivere momenti simili. Le difficoltà allora mi erano venute dall’ambiente circostante, fermo ad un modello educativo vetusto e poco propenso ad accogliere un maestro che sembrava non fare veramente il maestro dal piglio duro e dalla bacchetta facile. |
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un articolo di Rinaldo Rizzi su EducazioneIDEE del 7 settembre del 1992 |
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Coinvolgere per poter innovare, essere uomo prima che “insegnante”: Albino Bernardini |
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NON BASTANO LE TECNICHE |
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Rinaldo Rizzi |
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Rispetto ad altri maestri che da anni, da decenni, hanno rovesciato la didattica tradizionale preparando il terreno alla contestazione pedagogica e politica della vecchia scuola e configurando nei fatti la possibilità di una scuola diversa, la caratteristica di Bernardini è quella di portare nel suo lavoro quotidiano la carica di una moralità viva e pugnace. Egli usa strumenti che altri (i Ciari, i Lodi, gli altri iniziatori del Movimento di Cooperazione Educativa) hanno usato prima di lui, dal giornalino alla corrispondenza, dall’organizzazione della classe in gruppi all’inchiesta nel vivo della realtà sociale, dall’apertura a tutte le esigenze infantili all’aiuto reciproco.
Non ha atteso il Sessantotto per comprendere la dimensione politica del suo lavoro, ma ha saputo accogliere le spinte per rinnovarsi, come altri hanno fatto. Ma non molti sono capaci, come lui, di offrirsi nella scuola all’incontro con i ragazzi come uomini interi, con una sincerità totale (..) senza reticenze ed imbellettamenti. La lezione più profonda (…) non è di didattica, ma di impegno umano. [1] Questo breve ma efficacissimo ritratto di Bemardini è di Gianni Rodari, che bene conosceva l’insegnante sardo.
Un maestro come “essere sociale” attivo Bemardini è insieme una figura isolata e partecipe del complesso Movimento della “pedagogia popolare” [2] italiana. Nato e cresciutò, come uomo e come maestro, in una fra le terre più “primitive’ del nostro Paese, la Barbagia, e trasferitosi nel cuore urbano e istituzionale dell’Italia, Roma e le sue borgate, ha saputo rimanere “essere sociale” anche dentro l’aula scolastica (fatto tutt’altro che comune) ed insieme esprimere una carica eversiva a difesa degli altri, gli uomini-bambini, umiliati e piegati nella società contadino-pastorale da una cultura tradizionale violenta o assediati e corrosi da una sottocultura di marginalizzazione e di violenza sociale caratteristica dello sradicamento culturale migratorio delle periferie urbane metropolitane. La sua testimonianza di educatore è molto diversa da quella “razionale” di Ciari o “poetica”di Lodi; egli è un crudo fotografo della “sua” scuola: quella che è riuscito a realizzare. Senza concedere nulla alla mistificazione e all’abbellimento di sé, egli ci ha lasciato una testimonianza viva di nuova storia: storia della pedagogia vera (quella praticata e non solo predicata), della didattica viva, della cultura popolare non mitizzata. La sua, comunque, non è stata solo opera di testimonianza trasferita attraverso la capacità della scrittura ma è stata insieme quella della militanza pedagogica: certamente meno partecipe sul terreno associativo alla vita della ‘cooperazione educativa” ma comunque condivisa sul piano metodologico della prassi didattica e della relazione educativa, sviluppata all’interno di una cultura laica e di una visione sociale di liberazione.
Scuola e ambiente “Bernardini confessa e descrive onestamente i suoi fallimenti, le sue cadute. Riferisce le soluzioni che adotta, caso per caso, anche se non è sicuro che siano quelle giuste”.[3] Egli cioè adotta il metodo reale della ricerca nella prassi, sorretto da un atteggiamento di trasparenza che prima di essere fatto etico diventa condizione della propria costante possibilità di rispecchiarsi e, quindi, di sapersi rimettere costantemente in discussione attraverso il riconoscimento dei propri errori e delle proprie inadeguatezze. L’interesse della sua opera (di sé come maestro, di noi come lettori della sua testimonianza) “non sta lì, nei risultati, ma, da un lato, nella rappresentazione realistica e sincera dei ragazzi, dall’alto nell’atteggiamento di fondo del maestro nei loro confronti. Sono poi due cose che dipendono l’una dall’altra, e tutte due, probabilmente, da qualcosa che va al di là: dalla concezione della vita del maestro stesso e dalla sua capacità di portarla totalmente nella sua opera educativa’. [4] Contrariamente a quanto propone l’accademia di ieri e troppo spesso anche della pedagogia di oggi, egli non si limita ad affidare la ricerca della liberazione dei suoi ragazzi ai metodi moderni della pedagogia e ai relativi curricoli didattici, che pur conosce ed in parte condivide, ma si propone dì restare uomo” anche da maestro. porta intera la sua umanità nella scuola”,[5] riconosce e rispetta i suoi bambini barbaricini o borgatari. così come sono, e ingaggia con loro un dialogo serrato. Ma è ben cosciente che il loro essere dipende dal loro ambiente. E, dunque, fin dalle sue prime esperienze cerca ed estende un dialogo con i loro genitori nella piena consapevolezza che senza una loro condivisione o quanto meno astensione non è possibile incidere educativamente sui suoi scolari, producendo un processo non di indottrinamento passivo ma dì partecipazione e coscientizzazione. Le condizioni dell’incontro sono diverse: dalla difficile piazza di Lula alla comoda aula scolastica di Bagni di Tivoli, ma i rapporti ed i fini sono i medesimi.
Una forte coscienza sociale In questo suo modo di operare, al di là dell’adesione formale, egli è partecipe effettivo ed attivo del Movimento della pedagogia popolare italiana, del suo più autentico fiIone frenetiano. Forse rispetto a Ciari può sembrare più scientificamente “primitivo” o rispetto a Lodi metodologicamente meno “raffinato” pur tuttavia è parte significativa della stessa “famiglia”, espressione più esplicita rispetto ad un Tamagnini e ad altri del carattere sociale del suo impegno educativo. Il suo merito fondamentale è stato non tanto quello di costruttore di una didattica, come altri nel M.C.E,, quanto di militante e lettore critico di una scuola sorda e violenta. Nel leggere o rileggere oggi suoi libri, quali Le bacchette di Lula. Lo supplente, Lo scuola nenuca, potrà sembrare a taluni di trovarsi davanti ad una preistoria, di non poter trarre da essi un aiuto ad una lettura critica della scuola di oggi. Ma è proprio vero questo? Forse la stessa diffusa miopia odierna non è molto simile alla cecità generalizzata di ieri? Certamente le forme della violenza sono mutate, molto più raffinate. imbellettate di modernismo scientista, di efficienza e cognitivismo formali, di disciplinato perbenismo relazionale. Ma la sostanza dei modelli relazionali ed educativi impliciti è dura a mutare corpo anche se ha mutato gli abiti, È’ di quest’anno scolastico nella scuola dove opero, una scuola elementare a tempo pieno in terra giuliana, l’uso permanente da parte di una mia collega del fischietto in classe per risparmiare la sua gola. È di questi anni ‘90 l’adozione solo da parte dello 0,4% delle classi elementari italiane del materiale didattico alternativo al libro di testo unico;[6] e ciò la dice lunga sul modello e sui metodi prevalenti nella scuola di oggi. Ma potremo continuare a richiamare dati ed esempi di una istituzione scuola troppo spesso al servizio di se stessa e dei suoi soggetti forti, che certamente non sono i minori. Se Ciari è stato autore di una socializzazione della didattica e Lodi il maestro esemplare di una scuola per tutti, a Bernardini possiamo riconoscere a buon titolo la capacità della denuncia da maestro. In Le bacchette di Lula leggiamo che può succedere che un adulto giunga ad affermare “ho patito più a scuola che in galera”. Affermazione certamente estrema ma simbolica di una condizione, quella infantile, obbligata dalla istituzione alla frequenza (e talora senza colpa alla detenzione e alla repressione), deprivata del riconoscimento di una propria possibilità comunicativa personale ed esistenziale.
Attualità della testimonianza di Bernardini Su questo terreno di individuazione. riconoscimenìo ed affermazione di “educazione ai diritti” attraverso la “pratica dei diritti” c’è dunque tanto da fare, in una società ed in una scuola dove la persona viene troppo spesso violentata nella sua capacità di conoscenza come coscienza dell’essere e considerata un oggetto mercificato del consumo materiale e simbolico. Ma, come ho già accennato, Bernardini sapeva bene che questa opera di contestazione e di erosione verso la accettazione della propria negazione e della frustrazione come necessità istituzionale” non può essere condotta con speranze di successo operando solo sul terreno della didattica, Conseguentemente egli l’ha accompagnata sempre con un’azione di coinvolgimento sociale e politico. Oggi a taluni pedagogisti, e non, potrà forse sembrare vetusto questo modo di intendere l’innovazione della scuola, ritenendo di poterla delegare interamente alla tecnica del curricolo cognitivo. Ma io con Bemardini e i militanti della “pedagogia popolare” sono convinto invece che tecnica didattica e relazione educativa vadano profondamente connesse e debbano essere sostenute non solo da conoscenza “scientifica ma insieme da motivazione esistenziale e solidarietà sociale. “Non vorrei assolutamente svalutare la tecnica”. Al contrario: penso, buon ultimo s’intende, che l’educazione debba diventare sempre di più una scienza e una tecnica. Con tutto ciò, non sarà mai possibile fare il maestro con lo spirito con cui si fa l’impiegato di banca: un lavoro in cui guai se un uomo gettasse tutto se stesso, tagliandosi ogni via di ritirata, come fa il maestro Albino Bernardini. [7]
[1] Gianni Rodari,’Un maestro militante in A.B., La supplente. Firenze, La Nuova Italia ed., 1975. p. XIV. [2]Il movimento della pedagogia popolare’ in Italia nasce all’inizio degli anni ‘50 sulle orme di Celestin Freinet con la costituzione, ad opera di Giuseppe Tamagnini della C.T.S. (Cooperative della Tipoografia a Scuola), poi trasformatasi nel 1957 in M.CE. (Movimento di Cooperazione Educativa). Cfr R.Rizzi La pedagogia popolare da Ciari al MCE oggi, in “Scuola e città”, Roma. n.3, 1991. [3] Gianni Rodari, “Scuola e civiltà”, in A.B.. Un anno a Piefralata, Firenze, La Nuova Italia Ed., 1968. p. IX [4] G. Rodari, op. cit.. p. X-XI. [5] G. Rodari, op. cit. . p. Xl. [6] Una percentuale forse inferiore al decennio 68/77, quando cioè era illegale non adottare ed usare il libro di testo unico. Uso invece conseunIo oggi proprio atnverso tali esperienze, di cui si è fatto alfiere il M.C.E. fin dalle sue origini. con l’art.2 del D.P.R. 31 maggio 1974 ed il successivo ancor più esplicito art.5 della legge naz. 4 agosto 1977 n. 517, ma purtroppo assai poco praticato e destinato probabilmente in questa fase di avvio dei moduli a restringersi ulteriormente attraverso l’emergere di una recrudescenza disciplinaristica [7] G. Rodari. “Prefazione” a Le bacchette di Lula, Firenze La Nuova Italia, 1969, p. XIV-XV.
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| Da un'esperienza un film | |
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Diario di un maestro (Italia1972) di Vittorio De Seta. Tratto dal romanzo “Una anno a Pietralata” di Albino Bernardini. Sceneggiatura: Vittorio De Seta. Fotografia: Luciano Tovoli. Musiche: Fiorenzo Carpi. Montaggio Cleope Conversi. Produzione RAI. Durata: 135 min. Interpreti: Massimo Bovini, Bruno Cirino, Luciano Del Croce, Romano Di Mascio, Giorgio Mennuni, Franco Munzi, Fabrizio Ranuzzi. |
La scuola non è amata dai ragazzi del Tiburtino III - borgata della periferia romana in completo abbandono - che preferiscono invece fare altro. Il maestro allora decide di cercarli, di incontrarli e conoscerli nel contesto della loro condizione sociale per poi coinvolgerli in un nuovo modo di fare scuola, più aperto al dialogo e alla socializzazione dei problemi. lIdirettore e i colleghi non apprezzano lo sforzo sperimentale del maestro, che comunque non rinuncia al suo tentativo di far diventare quella scolastica un’esperienza di vita. Cosi la classe diventa un gruppo forte, capace di interpretare la realtà e di analizzare i problemi della borgata, quello della casa come anche i grandi problemi sociali della guerra e della crisi economica mondiale. Lo sconto con il direttore si fa però più acuto e il maestro è costretto a rinunciare e andare via dall’istituto. Torna al suo paese e superato il momento di crisi si ripresenta ai ragazzi davanti alla scuola, |
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De Seta costruisce con equilibrio e rigore un film intelligente, nella cornice della lezione pedagogica di Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. La scuola italiana è lenta e vecchia e per cambiare deve contare sul contributo dei maestri capaci di trasformare una condizione di disagio educativo in una situazione ricca di momenti di crescita individuale e collettiva. Il maestro e i ragazzi sono il cuore pulsante di un’esperienza didattica centrata sulla comunicazione, sulla comprensione dei problemi e sulla solidarietà. Il regista si avvale della magistrale interpretazione di Bruno Cirino, capace di calarsi perfettamente nel ruolo di maestro e dare profonda e problematica umanità al personaggio, tanto da andare al di là della prestazione attoriale. Il film, girato in 16 mm è stato prodotto dalla Rai che lo programmò tra il febbraio e il marzo 1973, raccogliendo I’ascolto di oltre i 5 milioni di telespettatori.
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Un anno a Pietralata Firenze, La nuova Italia, 1968. Albino Bernardini nasce a Siniscola nel 1917. Dapprima dedito all’apicultura, dal 1945 si dedica completamente all’insegnamento elementare. Nel 1960 lascia la Sardegna per trasferirsi a Roma. Ed è proprio dalla sua esperienza di maestro in una scuola di una difficile borgata romana che trae spunto per scrvere il suo romanzo “Un anno a Pietralata”. «Avrei corso il rischio di sentirmi ripetere lo stesso ritornello: Ma lasci correre! Che importa a questi bambini di certe cose? Interessante è che in quinta sappiano scrivere una letterina senza errori e leggere senza balbettare. Crede forse che qualcuno dei suoi alunni possa seguire domani un corso superiore di studi? [……]. Tutte le sue iniziative, che per la verità sono lodevolissime, non c’è che dire, che magari andrebbero benissimo in una scuola del centro, qui le ritengo sprecate. Lasci perdere, non vada a caccia di guai!.....».
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BIOGRAFIA DI UN EDUCATORE Albino Bemardini è nato in Barbagia a Siniscola (NU) nel 1917 da una famiglia piccolo borghese. Ha frequentato l’Avviamento professionale a Chiavari (GE).Riprese gli studi nel 1935 e nel 1940 si diplomò maestro. Richiamato fin dal ‘40 alle armi per lo scoppio della guerra, si trovò sul fronte occidentale e poi nella penisola Balcanica. Nel 1942-43 si, iscrisse al corso di lingue presso il Magistero di Venezia, ma non completò gli studi. Il crollo del fascismo coincise in lui con un esplicito impegno politico e sociale e assieme ad altri amici fondò già alla fine del 1943 la Sezione del PCI. a Siniscola. Frequentò la scuola di Partito a Bologna nel 1949-50 e divenne attivo dirigente comunista del nuorese; partecipò in Sardegna al movimento per l’occupazione delle terre, uscendone condannato e scontando quattro mesi di carcere ad Oristano. Vinse il concorso magistrale nel 1948 ed insegnò nel nuorese, In zone di grande miseria; vi rimase fino al 1960. anno nel quale si trasferì a Roma. Qui operò prima nella borgata di Pietralata e poi a Bagni di Tivoli (Roma), dove tuttora risiede, fino al suo pensionamento nel 1977. Ha mantenuto costante il suo impegno politico anche se progressivamente si è dislocato prevalentemente sul versante educativo. Già negli anni ‘50 avviò contatti con il movimento italiano della ‘Pedagogia Freinet” ma fu dal suo incontro nel 1962 con Bruno Ciari a Roma che divenne partecipe attivo del Movimento di Cooperazione Educativa (M.C.E.) attraverso incontri, scambi personali e corrispondenze interscolastiche. li suo trasferimento a Roma favori il suo incontro con Ada Marchesini Gobetti, Dina Bertoni Jovine e Gianni Rodari e la sua collaborazione e partecipazione al gruppo di “Riforma della Scuola”. Col ‘68 iniziò il suo vero percorso di maestro-scrittore con il libro Un anno a Pietralata, che, sceneggiato per la TV da Vittorio De Seta col titolo Diario di un maestro, ne assicurò, un’ampia notorietà anche fuori d’Italia e ne motivò e stimolò la successiva opera diaristica. Negli ultimi anni si è dedicato alla corrispondenza scolastica con classi e bambini e alla letteratura per i ragazzi.
SCRITTI DI BERNARDINI Un anno a Pietralata, Firenze, La Nuova Italia Ed., 1968 (ristampato più volte), tradotto in spagnolo (Barcellona, 1974) ed in portoghese (Lisbona, 1977). Le bacchette di Lula, idem. 1969. La scuola nemica, Roma, Editori Riuniti, 1973. La supplente, Firenze, La Nuova Italia ed., 1975. Diventare maestri (con A. Granese, T. Mameli), idem 1975. Viaggio nella scuola sovietica, Roma. Celebes Ed., 1977. Bobby va a scuola, Torino, ERI, 1981. sceneggiato dalla TV. Disavventure di un povero soldato. Bergamo luvenilia, 1988. Le avventure di Grodde, Roma, Editori Riuniti, 1989. La banda del bolide Roma, Dattena Ed., 1991. Uno strano compagno di scuola (e altre storie>, Milano, Editrice Piccoli, 1989. Tante storie sarde, Cagliari, Edizioni Castello, 1991. Ha scritto su varie riviste. In particolare ha collaborato a Riforma della Scuola”.
STUDI SU BERNARDINI Laura Servili, L’opera educativa di Albino Bernardini nella prospettiva del rinnovamento metodologico della scuola elementare Italiana, tesi di laurea in pedagogia, reI. Mauro Laeng, Facoltà di magistero, Università degli Studi di Roma, 1989; R. Rizzi, La pedagogia popolare in Italia (1950-1990): Albino Bernardini (dalla Barbagia alla borgata romana, due mondi opposti, due storie educative comuni), in “Educazione e scuola”, Ancona n. 40. ottobre/dicembre 1991, p.l00-110.. Albino Bernardini; un maestro tra gente comune - tesi di laurea di Monia Sorgia, rel. Cludio D'Alessandro, Università di Cagliari, 2003.
Albino Bernardini: la didattica
- tesi di laurea di Clara Orru, rel. Tonino Mameli, Università di
Cagliari, 1997.
Albino Bernardini: L'esperienza educativa
- tesi di laurea di Adriana Arrighi, rel. G.M. Barale, Università di
Pisa, 1985.
Albino Bernardini: L'esperienza didattica
- tesi di laurea di Daniela Mannarino, rel. G.M. Barale, Università
di Pisa, 1976.
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