<%@LANGUAGE="JAVASCRIPT" CODEPAGE="65001"%> la nascita delle parole a dieci mesi

Abstract

"Quanto segue nasce da una Ricerca su alcuni protocolli di Osservazioni del lattante in famiglia realizzate secondo il metodo di Esther Bick, introdotto nel 1948 come insegnamento per la formazione degli psicoterapeuti alla Tavistock Clinic di Londra e utilizzato poi in decine di nazioni e ancor oggi in fase di espansione. "

In questo articolo Marco Macciò esamina la nascita della comprensione delle parole. Argomento assolutamente affascinante e anche fondamentale per la didattica in genere.

Marco Macciò si è sempre occupato di filosofia e filosofia della scienza, ha scritto diversi libri e molti articoli pubblicati regolarmente dalle riviste del settore

La comprensione di parole  (a 10 mesi)

Quanto segue nasce da una Ricerca su alcuni protocolli di Osservazioni del lattante in famiglia realizzate secondo il metodo di Esther Bick, introdotto nel 1948 come insegnamento per la formazione degli psicoterapeuti alla Tavistock Clinic di Londra e utilizzato poi in decine di nazioni e ancor oggi in fase di espansione.

Gadamer, tra i tanti, sostiene che la lingua nazionale costituisce la mediazione tra l’io e la sua esperienza. E’ certamente così per molte parole e molte espressioni. Ma che cosa ci dice lo studio dei fenomeni originari di apprendimento della lingua?
Se consideriamo un frammento di una  “Child observation” alla Scuola materna troviamo una splendida conferma della tesi di Gadamer. L’osservatrice scrive:

“Si sentì d’improvviso il vento fischiare fuori della finestra, l’educatrice richiamò l’attenzione dei bambini sul vento fuori e la piccola Samantha, una bambina ugandese,  si nascose sotto la sua sedia piangendo”. L’atto rimase sul momento incomprensibile, ma un mese dopo l’educatrice mi ha raccontato come era andata a finire. Poiché la paura del vento si era ripetuta furono interrogati i parenti:  la nonna è solita  affermare che  “il vento è la voce dei morti che tornano”.

Torniamo a Gadamer: la parola vento non è un significante convenzionale  che denomina un evento della esperienza individuale, non denomina una cosa esperita nel mondo naturale da ogni singolo individuo, ma esprime un significato creato dalla cultura di appartenenza che ingloba  e sottomette l’esperienza individuale del vento. 
Tuttavia se andiamo ancora più indietro nel tempo, al primo anno di vita, all’epoca dell’apprendimento delle prime parole, vediamo che lo schema di  Gadamer in buona parte non è applicabile, poiché non è sufficientemente vicino ai processi reali.  La cosa non deve stupirci poiché è di buon senso ritenere che qualunque regola generale nelle scienze umane, se portata al limite,  perde il suo contenuto di verità. Vediamo.

 

Fraintendimento nella comprensione

Una premessa è necessaria. Episodi osservati con lattanti di età inferiore ai 10 mesi mostrano che si va in loro formando un pensiero dicotomico. Il pensiero del lattante si manifesta nella sua forma prima come attenzione, Intorno ai 4.5 mesi l’attenzione comincia a focalizzarsi, oltre che sui suoi adulti, anche sugli estranei, che vengono esperiti nel sospetto: sono pericolosi o no?  Nello stesso periodo  il pensiero dicotomico riguarda anche le cose inanimate, alcune delle quali sono state esperite come capaci di fare male.   Ai dieci mesi questo pensiero dicotomico si è stabilmente affermato.

Consideriamo frammenti osservativi di lattanti diversi.

La piccola   sul seggiolone tocca con mano il piatto troppo caldo e ritira la mano piangendo. “Scotta!”, dice il papà allarmato e allontana il piatto.

Una volta che la pappa gli brucia le labbra la mamma dice al lattante con tono di preghiera: “Scusa, poverino, hai ragione: scotta, scotta”.

In questi primi episodi la parola viene dopo il fatto e potrebbe non avere alcuna importanza per il lattante rispetto all’esperienza impressionante  dell’essere scottato. Ma riflettiamo su questo frammento osservativo di un altro lattante.

Qualche giorno dopo il lattante  (è all’inizio del decimo mese) è con il padre; hanno insieme acceso e spento una lampada, ne scuotono lo stelo, poi il neonato allunga la mano verso l’alto, verso la lampadina accesa, ma prima che la tocchi  il nonno esclama: “Scotta!”  con tono di grande allarme. Il lattante allontana subito la mano e, scoppiando in pianto, guarda il padre con occhi profondi che sembrano di rimprovero; il padre lo porta subito lontano ma non riesce a tranquillizzarlo; interviene la mamma che a fatica lo calma.

 

Il lattante ha subito un piccolo trauma poiché continua a piangere per qualche minuto anche dopo la fine dell’esperienza,  che è stata interrotta prima che provocasse bruciatura.. E’ stato spaventato dunque dalla voce del padre e lo spavento non si esaurisce immediatamente.  Rimane misterioso perché guardi con rimprovero il padre, dato che questi lo ha prontamente avvertito e impedito di farsi male; a logica, dovrebbe guardarlo con sollievo

Questo episodio non è stato osservato direttamente, ma il giorno dopo è stato raccontato all’Osservatore dal padre stesso, che lo ha messo in scena rapidamente  in presenza anche del lattante e rivolgendosi anche a lui.

L’impressione dell’Osservatore è che il lattante, da come punta gli occhi fissi e concentrati e forse un po’ spaventati negli occhi del padre, sembra capire che si parla del fattaccio del giorno prima. Infatti nel momento in cui il padre  dice:
“ Matteo stava toccando  la  lampadina accesa, ma  io gli ho detto Scotta!”,
Matteo tira subito fuori la mandibola  come stesse per piangere. Questa volta però si lascia subito consolare dal papà. 

 

Notiamo che il lattante mostra di differenziare la situazione reale del giorno prima dalla situazione presente. E notiamo di passaggio che ciò potrebbe valere come una anomalia rispetto alla attuale tesi delle neuroscienze secondo cui nei primi anni di vita non è possibile la memoria episodica. Questa risulterebbe possibile almeno  rispetto al giorno prima.

Veniamo alla domanda che ci sta a cuore: che cosa significa per il lattante la parola scotta detta con tono di allarme dal padre?  Non possiamo “vedere” il vissuto del lattante, possiamo fare una ipotesi che dice troppo e quindi troppo poco. O la parola allarmata del padre è stata vissuta come una minaccia,  sulla base di esperienze precedenti del tipo: non voglio che tocchi perché si rompe, oppure come un avvertimento che la cosa è pericolosa.  La Osservazione della settimana successiva contiene la risposta. Riflettiamo su questo secondo episodio.
Il padre racconta all’osservatore che nel corso della settimana ha cercato più volte di avvicinarsi con Matteo in braccio alla lampada spenta, ma questi si è sempre rifiutato o facendo un verso di evidente malessere oppure indicando al padre un oggetto lontano dalla lampada, evidentemente perché il padre lo portasse via.   L’Osservatore  scrive:

Pochi minuti dopo il padre   deve, tenendo Matteo in braccio, passare vicino alla lampada spenta; Matteo non reagisce pur essendo portato a sfiorare la lampada, tuttavia, quando il padre se ne allontana, noto che Matteo si volta decisamente a guardare la lampada  con una espressione di allarme come se temesse di essere aggredito alle spalle.

Questo secondo episodio ci dice due cose: che la voce allarmata del padre non è stata vissuta come una minaccia, ma come un segnale di cosa pericolosa  e che alla voce allarmata, intesa come comunicazione del padre, è stato dato un significato personale.

In conclusione il padre ha usato la parola scotta secondo il senso comune. Il significato condensato nella parola usata in quella circostanza è complesso: questa cosa scotta, cioè ti brucia se la tocchi, ma se le stai soltanto vicino non ti brucia (un’asserzione); perciò non la toccare (un ordine).
Ma il lattante non fa ancora parte del senso comune, fraintende il significato della parola, attribuisce alla voce allarmata del padre un significato personale, esclusivamente suo, del tipo: quella  cosa può saltarti addosso, perciò ritira la mano. Probabilmente è intesa come una cosa viva.
Si intuisce  così perché il lattante ha guardato con occhi di rimprovero il padre alla fine del primo episodio: il padre lo ha portato e lo tiene vicino a una cosa che può saltare addosso, invece di proteggerlo tenendolo lontano  (Riteniamo si possa dire che Matteo fa un pensiero e prova un sentimento  senza parole, in un modo per così dire concentrato,  e che egli imparerà con gli anni a esplicitare: Come? Mi porti vicino a una cosa che mi può saltare addosso? Tu non mi proteggi!   Quando il bambino  anni dopo imparerà a capire queste parole e a dirle è perché ne possiede ben da prima, da anni,  il significato concentrato.)

Il fraintendimento non è tuttavia stato totale. Lo scopo essenziale della comunicazione del padre era: “Non toccare”. Il lattante ha ritirato la mano, quindi ha capito l’essenziale del significato dato dal padre.

Nei due episodi osservati una componente determinante del significato della parola sembra essere il tono di voce allarmato del padre. E’ la voce in-tonata dell’adulto che ha convogliato un significato, non la fredda parola di per se stessa come gli adulti possono leggerla su un dizionario.  Vi sono altri episodi in cui il tono usato dal genitore è differente.

Un altro tipo di fraintendimento

 

Consideriamo episodi di vita con altri lattanti

Il lattante si sporge dal seggiolone per prendere sul tavolo un oggetto inusuale. La madre che lo guarda sta in silenzio. Il lattante cerca di portarlo verso di sé, gli sfugge, riprova.  La madre  esclama con tono di voce allegro e entusiasta: “Che bello!”. Il lattante ritira prontamente la mano senza toccare e guarda serio la madre  negli occhi, sembra attendere una ulteriore comunicazione.

Abbiamo qui un evidente fraintendimento: la madre  intende approvare la sua manipolazione, il lattante capisce invece che c’è un pericolo. Anche in questo episodio è chiaro che il fraintendimento riguarda il tono di voce che avvolge le parole usate dai genitori. Che ci sia il fraintendimento è comunque importante, poiché la voce intonata dell’adulto non rimane inavvertita, insignificante, come accade quando il lattante non sta ancora dentro l’atmosfera linguistica.

Troviamo una conferma con un altro lattante.

Il lattante, che non lo ha mai toccato prima, vuole toccare un soprammobile che  il padre ha più volte nei giorni precedenti toccato: è una bambolina russa che, appena toccata, muove le anche e la testa, ma va facilmente in pezzi. Il padre lo incoraggia: “Fai piano!” con tono di voce normale, non forte, non allarmato. Il lattante ritira subito la mano e guarda un po’ spaventato il padre  negli occhi come se avesse inteso: “Non toccarlo, è pericoloso”. Il fraintendimento è totale poiché al contrario il padre intendeva dire: “Toccalo, ma piano,  altrimenti si rompe”.  Comunicazione troppo complessa, come possiamo intuire.

 
Come spiegare questo tipo di  fraintendimento?
Quale sapere pregresso del lattante possiamo  ragionevolmente presumere sia  presente nello sfondo della sua attenzione all’ambiente?
Il lattante ha fatto più volte esperienza che     l’adulto assume  un comportamento dicotomico: o sta in silenzio e lo lascia manipolare le cose oppure al contrario interviene con una voce  rompendo il silenzio. La tendenza dicotomica del pensiero del lattante lo spinge a semplificare.
Consideriamo un padre che, mentre manipolano insieme oggetti inanimati (o anche animati) gli parla: gli insegna come muovere le mani, ma anche gli dà avvertimenti. Su cosa? Sul prossimo futuro. Il lattante manipola le cose col padre, è attento alla cosa e al suo proprio agire su di essa e lo confronta con l’agire del padre. Ma non c’è solo il piacere di esplorare le cose col padre, c’è anche una preoccupazione: è all’erta. Il lattante è un fragile apprendista stregone, ha a suo modo gusto di rischiare, ha coraggio a suo modo, ma solo in compagnia dei suoi adulti e comunque è una sentinella.  C’è un pensiero dicotomico implicito: “la cosa è pericolosa o no?”. Forse se la pone più rozzamente: “E’ viva e pericolosa o non viva?”.
Torniamo al lattante che si sporge dal seggiolone e cerca di portare un oggetto  inusuale vero di sé: il silenzio del padre significa per lui che la cosa non è pericolosa e lui procede. La complessità mentale del neonato rivela nuovi risvolti: anche il silenzio, la non voce, il non esserci della voce è per il lattante un significante.
Ma se il padre dice una parola, allora, qualunque parola dica, il lattante  comprende che la cosa è pericolosa e ritira subito la mano.
Diventa in tal modo comprensibile il motivo per cui il lattante attribuisce un significato di pericolo e si allarma anche quando la voce dell’adulto ha un tono allegro (che bello) o dà un ordine in modo non allarmato (fai piano).  Il lattante di 10 mesi non può ancora distinguere, entro quella situazione che ha per lui un significato anche di sopravvivenza, un tono di voce da un altro. Per lui qualunque tono di voce significa: c’è pericolo! Allontana la mano! E’ una semplificazione che ha un significato vitale.
Il tutto avviene sulla base di un’altra convinzione implicita (questa volta non dicotomica): che quel suo Adulto è affidabile, poiché ha sempre mostrato cura e attenzione per lui, non vuole che lui si faccia del male.  Il lattante si sente sicuro nel mondo poiché vi è intimità tra la sua mente e quella del genitore.

Siamo riusciti a comprendere la logica che c’è nel tipo di fraintendimento dei lattanti osservati.  Altri  frammenti osservativi mostrano anche come il lattante supera, in certi casi rapidamente, il fraintendimento. Occorre che l’adulto sia consapevole del fraintendimento e sia interessato a farsi meglio capire.

Come uscire dal fraintendimento?

 

Torniamo al lattante della  bambolina russa. Quando il padre ha detto “tocca piano!”, ha detto qualcosa che non era pensato dal pensiero dicotomico del lattante e non poteva essere pre-concepito da lui. Il pensiero del padre era un terzo pensiero: puoi toccare ma piano.
Nei giorni successivi il padre farà da maestro e guida al lattante in direzione di una migliore comunicazione.

Il papà fa oscillare la testa della bambolina tenendo Carlo in braccio. Dice” Adesso ti faccio vedere come devi fare per non farle cadere la testa, fa come me, toccala ma piano piano, dai, prova, piano piano e lo dice sottovoce, con tono dolce e tranquillizzante.  La testa della bambolina oscilla.
Il lattante alza la mano…

Dunque il lattante capisce l’incitazione paterna, capisce che può e prova.

Tocca la bambolina che  va in pezzi. Guarda allarmato il padre, che sorride e ricompone la bambolina e ripete e lo incita a provare di nuovo. Ancora il lattante si fa convincere, ora è più sicuro, ma il suo tocco è ancora troppo forte e la bambolina va ancora in pezzi. Il padre ripete con il medesimo tono suadente: piano, piano. Carlo o avvicina la mano lentamente e riesce a toccare con sufficiente leggerezza, la testa della bambolina oscilla e non cade.

Vediamo che nel processo di comprensione non agisce soltanto l’intonazione della voce, ma anche il suo legame con l’azione. Vi è come un fenomeno di primitiva onomatopea: la lentezza del tono di voce è identica alla lentezza dell’azione paterna, la delicatezza del tono di voce è identica alla delicatezza del movimento della mano paterna.  Il lattante capisce che deve sforzarsi di toccare con mano leggera, non è sicuro di riuscirci, prova.  E c’è sempre nel fondo il sentimento di fiducia nel padre: è la sua guida, il suo maestro, non lo aggredirà se sbaglia.

Conclusione provvisoria: il lattante comprende la parola adulta sulla base del tono di voce e, curiosamente, sembra meno soggetto alla suggestione  della lingua nazionale che non un bimbo di 4 anni: capisce il significato della parola in-tonata paterna quando questa indica un’azione che il padre realizza per lui e quindi è parte della sua personale esperienza  delle cose.

Marco Macciò, dicembre 2007