No al ‘GRANDE FRATELLO’ nella scuola

Nella scuola elementare degli anni 50 un misterioso oggetto sulla parete dietro la cattedra della maestra appeso sopra il crocifisso emetteva di tanto in tanto dei crepitii preoccupanti. I bambini alzavano gli occhi, intimoriti e incuriositi. La maestra si metteva un dito sulla bocca per fare silenzio.
“Bambini, parla il signor Direttore! Attenti perché lui vi vede!”
Si faceva un silenzio rispettoso e il signor Direttore impartiva lezioni di comportamento e di morale invitando ad essere ‘bambini ubbidienti, studiosi, bravi italiani.’
Alla scuola media, maschi e femmine erano rigorosamente separati. Il preside compariva a inizio e fine anno scolastico ma da lui si doveva andare se si era commessa una qualche infrazione o se si meritava una lode.
Alle superiori, compariva spesso a redarguire gli indisciplinati, a sostituire qualche docente assente, a raccomandare contegno adeguato e abiti ‘castigati’. Abilissimo nel rinviare di anno in anno la concessione a rappresentanti di studenti di una sospirata gita a Parigi a causa di oscuri ‘impedimenti burocratici’.
Una società ordinata, gerarchicamente organizzata, dove faceva scandalo e meritava reprimende severe un gruppetto di studenti che si riunivano con un docente ‘comunista’ regista teatrale per mettere in scena – orrore!- ‘L’eccezione e la regola’ di Brecht. Scandalizzando il vescovo. Si arrivava anche a sospensioni e a qualche espulsione.
Sono arrivati poi il sessantotto, la battaglia contro la selezione, la ‘Lettera a una professoressa’, la temuta (dai professori) scuola media unica con l’estensione dell’obbligo, la scuola di massa, l’integrazione dei disabili, i decreti delegati, gli organi collegiali, l’”autogestione”,..
La conquista democratica della partecipazione da un lato è oggi svilita e ridotta a votare un PTOF e un bilancio non partecipati, dall’altro si riduce a gestire una somma di piccole rivendicazioni familistiche.
Oggi per qualcuno è tempo di predelle, di voti e bocciature, di inviti (il manifesto dei 600) a esercitare un controllo a cascata dalle superiori alla primaria sull’insegnamento della grammatica.
Una cultura del sospetto invade la scuola. Una scuola aperta, laboratorio sociale, sede di costruzione democratica, è la migliore risposta a bullismi di adolescenti e adulti, ma si invoca la vigilanza di un occhio esterno, il controllo severo, la repressione, i cani antidroga. L’educazione non sembra risposta efficace. La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia con la legge 176/91, non sembra vigere nelle istituzioni educative. Ignorata, non contemplata nei regolamenti scolastici di ogni ordine e grado: diritti enunciati ma non praticati.
Delegare il controllo ad apparecchiature esterne non fa che deresponsabilizzare e indebolire il senso di appartenenza a quella comunità che si cita in tutti i documenti e le linee guida ministeriali: un’ulteriore aggressione all’etica pubblica. Minori sono le occasioni in cui darsi da fare per affrontare i conflitti, per risolverli negoziando, più cresce il senso di estraneità e il darsi da fare per sé senza affrontare i problemi.
Controllare e sanzionare è una funzione rivendicata spesso di questi tempi che implica accettare l’esistente. Ma il compito della scuola è proprio quello di modificare e migliorare, non di limitarsi a ‘sorvegliare e punire’.
Si dice ‘il familismo’, ‘i genitori sregolati’,… B. Bettelheim in ‘Il mondo incantato’ ricorda che nelle fiabe ( Biancaneve, Cenerentola,…) ‘il bambino può diventare se stesso soltanto quando il genitore viene sconfitto…un conflitto generazionale […] antico quanto l’uomo.’
La scuola, ampliando il cerchio delle relazioni, può aiutare a relativizzare i conflitti e i disagi aiutando nella crescita e nella progressiva autonomia dagli adulti. Se ha una ‘ottimistica fiducia nella vita’ avrebbe detto Freinet.

Giancarlo Cavinato

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