L'educazione popolare per un'ecologia sociale: identità, cittadinanza, cooperazione
A nome mio e di tutti gli educatori e le educatrici del Progetto Aquilone e del Movimento di Cooperazione Educativa porgo i saluti e ringrazio della possibilità di essere presenti qui con voi oggi, per l’occasione formativa e per la preziosa possibilità di confronto.
Il mio contributo vuole sottolineare alcuni punti cruciali per l’educazione oggi: le contraddizioni, gli orizzonti, la modernità, la mondializzazione, l’intercultura e l’ecologia sociale.
Le contraddizioni
Viviamo, nella situazione attuale, due profonde contraddizioni.
La prima riguarda il contesto semantico in cui le parole sono svuotate del loro significato: pace, democrazia, diritti sono parole che oggi sembrano perdere il loro valore autentico e diventare sinonimi anche del loro contrario. Questa confusione ci porta a pensare che tutti agiamo allo stesso modo, avendo gli stessi obiettivi e gli stessi metodi. Sembra che chi pensa ad una naturalezza della società ineguale e agisce solo per riprodurla abbia gli stessi valori di chi vive il suo quotidiano con l’obiettivo di cambiare questa realtà che è troppo stretta per l’essere umano.
Questi sconvolgimenti etici hanno tolto il primato alla persona e assottigliato pericolosamente lo spazio per la dimensione politica e sociale delle identità. Intanto si sviluppa indifferenza e distanza dal pubblico, si perde di vista il legame forte tra azione pratica e convinzione teorica, con un’enorme mancanza di coerenza.
La seconda contraddizione riguarda la sfera pubblica, dove a saldi principi e valori si contrappongono leggi e attuazioni che vanno in senso contrario, in una schizofrenia che sta soffocando e disorientando individui e comunità.
Per costruire una visione veramente democratica del mondo c’è bisogno di qualcosa di più di dichiarazioni teoriche sull’uguaglianza in potenza di tutti gli esseri umani: occorre costruire i presupposti concreti per i quali il contesto si trasformi mettendo ciascuno nelle condizioni di vivere con dignità ed essere soggetto reale di diritti. Non è sufficiente nascere liberi potenzialmente per vivere una vita davvero libera; non si può prescindere dal contesto in cui la nostra vita è vissuta e la nostra libertà è agita. È urgente e necessario pensare che uguali diritti, richieste e offerte rivolti a soggetti diversi non producono uguaglianza.
Costruire la propria identità, un saldo rapporto con il proprio passato e le proprie radici, coltivare speranze, progetti, utopie, sono i requisiti per diventare ed essere cittadine e cittadini.
L’educazione, quindi, è lo strumento prioritario e riguarda il futuro: le condizioni per la vivibilità del pianeta e l’esercizio di cittadinanza si raggiungono solo in una logica in cui l’ambiente e l’umanità non possono essere considerati separatamente, praticando la difficile arte della convivenza e generando le condizioni per il passaggio dalla sottocittadinanza alla cittadinanza in una visione inclusiva di tutte e di tutti nel processo di civilizzazione.
Assume un ruolo centrale nel progetto educativo il senso della presenza nel mondo, che va al di là del sentirsi abitante del pianeta: è il diritto alla cittadinanza pensato per sé e per l’altro. È il senso profondo dell’oikôs, della casa di tutte e di tutti.
Altrettanto centrale è la formazione alla cittadinanza, tema forte e portatore di una molteplicità di problematiche cruciali, quali l’uguaglianza, l’appartenenza, i diritti, i doveri, la partecipazione, la responsabilità…
Tema che chiede di essere affrontato seriamente, con proposte non solo di contenuti, con esperienze concrete da vivere per esercitarsi nel difficile mestiere di crescere cittadino o cittadina responsabile per contribuire alla trasformazione della società.
Ed è la collettività, la cosa pubblica, che può e deve garantire gli spazi necessari alle relazioni, all’equilibrio, alla cura: spazi da abitare, dove si lavora su identità e appartenenza come esercizio di cittadinanza; spazi di risonanza dove entrano le voci di chi viene da vicino e da lontano e di chi abita lontano, persone con cui connettersi per costruire una rete umana.
È una provocazione continua che chiama gli educatori e le educatrici a concepire ogni giorno progetti formativi che tengano alto il senso dell’umano, senza lasciarci vincere dallo scoraggiamento e dalle difficoltà.
Solo in questo modo i luoghi preposti all’educazione potranno essere vere e proprie palestre dove esercitare i “muscoli” fragili della democrazia e della partecipazione, diventando realtà connotate e connotanti dove si costruiscono identità individuali, di genere, plurime, collettive, coese, con capacità propositive e progettuali; luoghi orientanti dove tutte le potenzialità possano svilupparsi oltre gli stereotipi; luoghi etici e democratici dove siano garantiti cittadinanza, alterità, valorizzazione delle diversità, educazione alla scelta, al confronto e non al consenso; luoghi relazionali dove interagiscano culture, biografie, dove si costruisca la relazione educativa, si condividano progetti, si operi in gruppo come strumento di lavoro; luoghi desideranti dove abita la “seduzione estetica del sapere” ed il “gusto di insegnare”.
Si tratta della dimensione estetica della pratica educativa, mossa dal desiderio e vissuta con allegria, senza rinunciare al sogno, al rigore, alla serietà e alla semplicità che attiene al sapere della competenza.
Sembra sempre più difficile, ma anche sempre più necessario, affermare un’idea di educazione inclusiva che si fa motore di cultura e democrazia, di diffusione di competenze di cittadinanza; un’educazione che si attiva per accogliere ed ospitare tutte le diversità, ricchezza per la vita, senza deformarle riducendole alla loro orrida caricatura, la disuguaglianza.
La parola “umanità” rischia di essere astratta. “Umanità” che ci porti a dire che ciò che succede a un essere umano anche lontano da noi, in qualche modo ci riguarda, per sfuggire al cinismo senza annegare in un eccesso di sensibilità, per intervenire sulla realtà mossi dall’indignazione ma non pervasi dalla rabbia e dalla negatività che trasforma tutto in impotenza. E l’assenza di un senso pieno da dare a questa parola è una mancanza enorme.
Cosa e come possiamo pensare di fare, allora, come educatori, per ritrovare con i bambini e le bambine la dimensione del tempo, la memoria e la speranza, il senso di umanità?
Gli orizzonti
Il senso di esclusione e discriminazione che subisce la maggioranza della popolazione del pianeta è sempre più insopportabile. La grande menzogna che fa dipendere la felicità dal consumo assottiglia sempre di più il senso di responsabilità verso gli altri e verso le future generazioni. Questo ci fa cadere in un senso di disperazione. Abbiamo invece bisogno di speranza e di prospettive.
È Paulo Freire che ci infonde speranza dicendo: “se l’educazione sola non trasforma la società, la società senza educazione è capace di cambiare molto poco. Se la nostra opzione è a favore della vita e non della morte, dell’equità e non dell’ingiustizia, del diritto e non dell’arbitrio, della convivenza con la differenza e non della sua negazione, non abbiamo altro cammino, se non quello di vivere la nostra opzione. Allora dobbiamo abbracciarla, diminuendo la distanza tra quello che diciamo e quello che facciamo”.
Ancora una volta emerge l’idea di educazione e formazione rivolte alle persone, leggendo i bisogni reali del contesto in cui opera, piuttosto che cercando il consenso sociale. L’educazione del terzo millennio, come dice Edgar Morin, non può che essere centrata sull’“insegnare la condizione umana”.
È davvero difficile coltivare le speranze in uno sviluppo non distruttivo del mondo e la fiducia che le future generazioni abbiano speranze da coltivare. Ma l’educazione, l’arte e le forme di comunicazione capaci di essere reciproche possono svolgere un ruolo molto importante per ciascuno nel ripensare il proprio ruolo nel mondo.
Devono però essere chiari gli orizzonti, tre tipologie di orizzonti:
- Gli orizzonti esterni ed interni a cui rivolgere lo sguardo per comprendere la realtà: rimuovere le disuguaglianze è una nobile intenzione incapace, però, di raggiungere risultati concreti. Occorre cogliere il nesso che collega l’aumento delle disuguaglianze e la distruzione delle diversità, avendo sempre presente che la consapevolezza si coniuga con la complessità e con una logica reticolare piuttosto che binaria.
- Gli orizzonti di senso dentro i quali concepire il futuro, ossia gli alfabeti, le conoscenze e le relazioni che permettono di esplorare percorsi e scoprire orizzonti non ovvi entro i quali inscrivere il senso di umanità ed il concetto di cittadinanza.
- Gli orizzonti interpretativi e pratici che pongono il fare educazione dentro ad un processo di formazione complessivo: la formazione attuale, nella maggioranza dei casi, prevede tendenze contrarie alla giustizia e all’equità, attraverso una strategia che riproduce denaro, potere, controllo, ma soprattutto dà luogo ad un vuoto di valori identitari: il buon educatore che vede la sua funzione solo in azioni rispondenti a pressioni sociali, non educa ma rieduca. Ripete un’operazione che non gli appartiene e che egli stesso ha subìto.
Invece il formatore produce idee: la sua autonomia è autonomia della critica, della cultura e della responsabilità. Per essere tale il formatore deve svincolarsi dalla funzione di riadattatore, di preparatore alla passività attraverso l’addestramento.
La modernità
Il mondo è al tempo stesso spettacolarmente ricco e disperatamente povero, come dice Sen.
Il sistema economico e sociale esistente non riesce ad includere nei parametri della sopravvivenza una parte grande dell’umanità e nemmeno se lo propone. Senza ripetere le cifre che descrivono l'economia della globalizzazione, le percentuali di poveri, affamati, disoccupati, malati, schiavi che essa tollera e produce (ormai non fanno più scandalo), possiamo considerare oltraggioso il fatto che l'attuale sistema economico e sociale non soltanto non riesce a sanare la povertà, ma nemmeno lo desidera. In ogni caso, lo ritiene impossibile: è la modernità. L’individuo è costruito socialmente dalla mercificazione che rimuove i legami e la dimensione collettiva dell’individuo, nonché il processo storico che lo ha determinato. La politica democratica sembra diventata solo il tentativo di socializzazione di pratiche ritenute condivisibili, senza la fatica della condivisione, nucleo profondo ella democrazia.
L’Altro è scomparso.
Sulla libertà di abitare la terra ha prevalso la libertà di navigare in rete; sulla libertà del cittadino, la libertà del mercato. Il legame economico ha eroso altri legami sociali. Alla comunità (da Cum-munus: avere doni da scambiarsi) si è sostituita l’immunità (da in-munus: totale assenza del dono).
La diversità è affrontata semplicemente rimuovendola, proteggendosi da essa con i contratti che, anziché produrre dialogo interumano, hanno prodotto reciproca indifferenza: è questo il progetto della modernità.
Sono scomparsi i luoghi dell’incontro e si è prodotto il pensiero unico, la monocultura della mente: siamo etero-diretti dall’informazione dei media e non abbiamo accesso all’esperienza plurale dei fatti. Siamo liberi di scegliere gli oggetti del supermercato, ma non abbiamo alcuna legittimazione a reinventare un modo umano per essere soggetti.
La mondializzazione
Il mondo globale è la cornice del nostro tempo. La società globale è il paradigma di riferimento che orienta sempre più le persone verso l’impersonale, l’anonimato.
La mondializzazione è il volto del presente e del futuro: è un processo reticolare che ha creato interconnessioni e interdipendenze. Occorre prendere in carico i mutamenti della realtà dovuti alla mondializzazione, che rimette in gioco il senso dell’umano e le nostre categorie culturali con cui pensare l’umanità. L’unica strada percorribile è quella dell’umanizzazione solidale.
La distribuzione ineguale cristallizza la marginalità e la prassi politica infrange la vita individuale, la sua dignità, causando un deficit di democrazia.
L’alternativa è la costruzione di buone relazioni reciproche tra individui e popoli, in continua connessione tra locale globale.
“Locale” e “globale” non si presentano più come due termini distinti di un binomio, segnato dalla distanza geografica, in cui ogni elemento è irriducibile all’altro, ma come un processo unitario, territorialmente radicato, in cui i due aspetti sono intrinsecamente coesistenti. Il locale è il globale nel suo concreto manifestarsi. L’identità locale è qualcosa di unico, ma senza muri, partecipa e fa percepire il globale: tutti viviamo l’esperienza quotidiana di essere qui e altrove nello stesso momento.
In questo senso è necessario pensare il mondo come un insieme di persone piuttosto che come una federazione di religioni e civiltà.
La società sostenibile si costruisce a partire dalla strutturazione di identità plurime, con la memoria fondata sull’interazione delle comunità locali e dei popoli, nella lotta per un futuro giusto e democratico.
Diventa dunque indispensabile concepire l’educazione come costruzione di legami dove l’etica, la solidarietà, la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente e la diversità siano valori che i bambini e le bambine possano respirare, vivere sulla propria pelle, per affrontare la devastazione del consumismo sfrenato del mercato. Legami che superano la separazione tra privato e pubblico, prospettando l’idea “rivoluzionaria” dell’attenzione all’altro.
Lo stesso Freire indica nella solidarietà in quanto impegno storico di uomini e donne, una delle forme di lotta capaci di promuovere e instaurare l’etica universale dell’essere umano.
È estremamente urgente, allora, cercare e favorire il dialogo tra diversi, lo sviluppo di nuovi modelli di vita e di organizzazione sociale, oltrepassando confini e rispettando radici.
Alexander Langer ci dice che c’è bisogno di dare corpo alla speranza più che alla paura, per accendere e alimentare lo sforzo di far vivere la speranza stessa nel flusso della vita comune, nelle sue potenzialità e nelle sue incertezze. È una speranza che si intreccia al senso di responsabilità e che anzi lo nutre e lo scalda. È la forza di reggere la convinzione di un cambiamento possibile, non regalato ma forgiato nel vivo del tempo.
Forse è arduo essere individualmente dei portatori di speranza: troppo grande il carico di responsabilità verso l’umanità, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere. Occorre avere buoni compagni di strada per riuscirci.
L’intercultura
Sono migliaia di anni che popoli e genti si incontrano nelle diverse regioni del pianeta, mescolando il loro sangue e le loro lingue, tra battaglie feroci e periodi di floride convivenze. Eppure, riguardo all’incontro con l’altro, c’è la sensazione che ancora oggi balbettiamo appena e sembriamo analfabeti.
Più le culture del mondo si avvicinano, più sono sensibili alle differenze tra loro e diffidenti alle forme di ibridazione. Con la globalizzazione del sapere e delle comunicazioni, per la prima volta nella storia siamo “costretti” a pensare l’unità umana in base alla sua diversità culturale.
Gli spazi di incontro, di dialogo, di scambio, non esistono per natura, ma, come ci dice Massimiliano Fiorucci, vanno conquistati, istituiti, difesi e gestiti. Si tratta di percorsi che devono essere consapevolmente e intenzionalmente costruiti. Si tratta dell’autenticità della dimensione politica.
Bisogna consentire una più vasta gamma di scelte individuali e collettive, accendendo e offrendo momenti di “intimità” etnica come di incontro e cooperazione inter-etnica. Garanzia di mantenimento dell’identità, da un lato, e di pari dignità e partecipazione dall’altro, devono integrarsi a vicenda. Più avremo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo, evitando il rischio che le visioni etnocentriche si consolidino sino a diventare ovvie e scontate. Gli appartenenti alle diverse comunità conviventi, non più su un territorio “localizzato” ma sull’intero pianeta, devono sentire che sono “di casa”, che hanno cittadinanza, che sono accettati e radicati. Bisogna che ogni forma di esclusivismo venga diluita nella naturale compresenza di segni, suoni e istituzioni multiformi.
L’ecologia sociale
Il tempo scorre portando idee antiche ed aspettative nuove di un mondo diverso in cui sia possibile un assetto “naturale” tra individui e gruppi dalle differenze sempre più marcate. Un progetto per un mondo umano è etico ed estetico: prende corpo in luoghi che possono diventare generatori e dispensatori di valori di pace e tolleranza, dove tutti possano tornare alla natura.
Basta accorgersi della bellezza dei luoghi, mai neutri, per creare le basi per un incontro significativo, che scatena emozioni profonde, capaci di sbanalizzare l’ovvio, creando dentro ciascuno lo spazio necessario per un rapporto autentico con se stessi, con gli altri e con l’ambiente.
È allora pedagogicamente importante costruire una nuova logica del rapporto uomo-natura che ristabilisca il senso di unione piuttosto che di scissione, di rispetto caratterizzato da una posizione di ascolto verso l’ambiente e le richieste che esso ci pone.
In tal senso, come afferma Donatello Santarone, la dimensione interculturale si ritrova nella disponibilità a lasciar parlare l’ambiente, nel piacere di vivere la pienezza di una relazione che ha radici lontane, nella capacità di sperimentare un legame non viziato da atteggiamenti di possesso e prevaricazione, bensì retto da un sentimento di appartenenza e di “discrezione” nei confronti della natura, nella possibilità, infine, di coniugare nell'apprendimento i livelli sensoriali, emotivi, etici ed estetici.
Imparare ad ascoltare la natura e l’ambiente diventa così premessa e condizione indispensabile per un ascolto vero e profondo degli altri.
Per chiudere, vorrei portare il contributo di Celestine Freinet, che insieme a Paulo Freire, è l’ispiratore del nostro incontro pedagogico. Nel libro “I detti di Matteo”, così dice il brano La notte verrà sempre troppo presto:
Vale la pena di far brillare un po' di sole nei nostri gruppi, di dare ai nostri allievi la speranza di una vita diversa se devono poi ritornare alla notte e alla nebbia della vita quotidiana? Non si rischia di disorientarli inutilmente nel momento in cui forse si adatterebbero a un modus vivendi valido per l'ambiente che è loro imposto? Un'esperienza concreta di scuola moderna è sempre una buona azione?
È come se si ponesse una questione per sapere se è generoso e augurabile lasciare entrare il raggio di sole nella stanza dell'ammalato, con il pretesto mostruoso che esso appare solo accidentalmente, e se non bisognerebbe abituare le genti delle regioni nebbiose al grigiore e alla penombra dove essi dovranno, volenti o nolenti, lavorare. Se non sarebbe prudente abituare presto i bambini alle privazioni e alla dieta, in previsione dei giorni difficili che dovranno affrontare e se noi, moralmente, abbiamo il diritto di insegnare la libertà a chi forse sarà condannato a obbedire servilmente per tutta la vita.
Non calcolate così, con un ragionamento contrario al buon senso, la vostra economia pedagogica. Seguite la natura. Il sole brilla, forse non sarà che per un istante, approfittatene. La notte verrà sempre troppo presto. L'educatore non è un forgiatore di catene, ma un dispensatore di alimenti e di luce.
A cura di Maria Cristina Martin
Coordinatrice Rete Aquilone Italiana
Movimento di Cooperazione Educativa
Brasile 2009
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