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Luciano Gori, un maestro elementare persuaso, tra arte e storia

goriLuciano Gori,
un maestro elementare persuaso, tra arte e storia
di Franco Lorenzoni

Ho conosciuto Luciano Gori attraverso la commozione dei suoi vecchi alunni, che lo hanno ricordato nella Biblioteca comunale dell’Isolotto a Firenze, una domenica di maggio. Luciano amava l’arte e il cinema, ma soprattutto amava i bambini con cui ha condiviso esperienze straordinarie nella celebre scuola della montagnola.
Nel 1978, quando ho cominciato a insegnare, per me, giovane maestro che mi stavo formando nel Movimento di Cooperazione Educativa di Roma, le esperienze di don Lorenzo Milani a Barbiana e di Bruno Ciari e di Mario Lodi erano riferimenti ineludibili già avvolti nel mito, perché sia don Milani che Ciari erano morti.
Così, ascoltare oggi Franco Quercioli raccontare le salite al Mugello a raccontare ai ragazzi di Barbiana le sue esperienze di insegnamento in carcere o il suo evocare l’incontro di don Lorenzo con Mario Lodi, chiamato in quel borgo isolato a raccontare ai ragazzi come si potesse scrivere un testo collettivo, seguendo gli insegnamenti di Celestin Freinet, altro maestro contadino dedito con tutto se stesso al riscatto dei figli di contadini analfabeti, mi ha profondamente coinvolto.
Era nella Firenze di La Pira, Don Mazzi e don Milani che si è formato il maestro Luciano Gori, di cui ho potuto ammirare i grandi disegni composti dai suoi ragazzi con estrema attenzione al colore, ai dettagli e un uso straordinario dei pastelli a olio, raccolti e conservati con cura dalla sorella, dopo la sua tragica morte.
I grandi cartoni colorati trattano, attraverso composizioni di immagini assai originali, i temi con cui si confrontano tutti i bambini della scuola elementare: la nascita della vita negli oceani, le diversità biologiche e le storie di popoli antichi, intrecciate tuttavia a immagini che raccontano di un rapporto vivo con classici della letteratura per l’infanzia e con le storie inventate dai ragazzi stessi.
Narrano anche della relazione viva con l’arte che alimentava quella ricerca educativa, che è purtroppo terreno assai poco frequentata nella scuola, come la traccia degli sguardi dei ragazzi verso grandi sculture sinuose di Moore, esposte in una celebre mostra degli anni Settanta, ospitata a Forte Belvedere, in quel magnifico spazio che sovrasta Firenze.
Poiché considero l’arte compagna indispensabile per una educazione degna di questo nome e sono convinto che la scuola abbia il dovere di permettere a bambine e bambini di frequentare il più possibile il bello, ho trovato assai interessanti i modi in cui il maestro Luciano condivideva con i ragazzi il suo grande amore verso l’arte, permettendo loro non solo di ammirare le opere, ma di attraversale fisicamente, intrecciandole a continue attività espressive.
Ciò che maggiormente urge, tuttavia, in quelle opere dei giovanissimi compositori della montagnola, è un rapporto vivace e critico con la storia, proposta loro dal maestro Luciano. C’è infatti un grande cartellone in cui sono rappresentate due grandi piramidi, una completata ed una mozza, ancora in costruzione. A vederla più da vicino, si nota una fila interminabile di piccoli uomini che, come formiche, si affaticano inerpicandosi per quelle pendenze geometriche a trasportare massi enormi, per la gloria del faraone. Ecco, in questa rappresentazione brechtiana della storia, le vestigia di un glorioso passato delle civiltà umane, celebrate dai libri i testo d’ogni tempo, vengono rilette alla luce di una visione della storia ben più critica e problematica. Nei tratti dei ragazzi appaiono, infatti, gli innumerevoli e anonimi schiavi che hanno costruito quelle piramidi e le loro condizioni di lavoro bestiali e l’ingiustizia, mostrate nel momento in cui vengono costruite quelle immense celebrazioni del potere assoluto, che sono le piramidi egizie.
E si intuisce che c’era una forte legame, in quella esperienza pedagogica, tra l’osservazione critica del passato e un impegno concreto e attivo a dentro le contraddizioni del presente. Nel loro giornalino scolastico i ragazzi intervistano infatti gli operai di un cantiere edile che aveva licenziato operai e traggono considerazioni generali da episodi indagati direttamente, ascoltando e registrando la voce dei protagonisti.
Accanto alle interviste agli operai, leggiamo in quelle pagine ciclostilate l’intervista a uno psicologo che parla della necessità di abolire i manicomi e le parole di un avvocato, interrogato dai ragazzi sulle condizioni inumane vissute dai carcerati. Leggendo quelle pagine preziose, emerge con forza un’idea militante di cultura, capace di unire inchiesta e riflessione, attenzione agli esclusi e apertura verso una comunità viva, che ha il suo fondamento nel bisogno collettivo di opporsi a ogni ingiustizia e provare a edificare, giorno dopo giorno, frammenti di una società meno ingiusta.
Gli atti concreti di cui sono capaci Luciano Gori e i suoi ragazzi sono condensati nelle pagine di quel giornalino stampato in ore e ore di lavoro al ciclostile, per raggiungere non solo i genitori della classe, ma tutti gli abitanti del quartiere, perché è evidente che quei ragazzi, insieme al loro maestro, si sentono parte attiva di un processo di trasformazione del mondo sentito come attuale, impellente e necessario da molti, in quegli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta del secolo scorso.
Riflettendo sulla forza e la convinzione che trapela da quell’impegno verso il sociale, ripenso alle formule, troppo spesso vuote, che si rincorrono oggi nel linguaggio pedagogico. Si parla molto di competenze di cittadinanza, che dovrebbero essere raggiunte dai ragazzi ed è una cosa giusta, quando la scuola se ne riesce a occupare davvero. Ma poi, quando si osservano i cosiddetti “compiti di realtà”, che di tanto in tanto noi insegnanti siamo invitati a proporre ai ragazzi per verificare quelle competenze, ho l’impressione che molte volte si tratti di artifici congegnati per riempire le troppe griglie che inondano le scuole, piuttosto che percorsi capaci di portare incontro diretto e a un corpo a corpo con le contraddizioni che agitano le periferie delle nostre città e i settori più deboli della società.
Quando i ragazzi sono chiamati ad affrontare in prima persona problemi reali e domande aperte, se sostenuti in questo loro percorso di conoscenza pieno di incertezze, mobilitano le loro energie migliori, come ho visto fare in tante occasioni in cui sono diventati protagonisti di battaglie per il miglioramento di alcuni spazi dei loro quartieri o nell’impegno ecologico per la salvaguardia di precarie zone verdi, spesso degradate, che sopravvivono ai margini della cementificazione imperante.
Tuttavia, se si guarda nell’insieme, ciò che più preoccupa troppi insegnanti non è la fatica del cercare di rendere la scuola davvero aperta a tutti, in un contatto costante e convinto con problemi concreti che si incontrano nella vita reale. Per Aldo Capitini, maestro della non violenza, la parola tutti era una parola sacra e non certo è un caso che Luciano Gori abbia scelto “Tutti insieme” come titolo al giornalino della sua classe elementare.
C’è un’ultima passione di Luciano che me lo rende particolarmente vicino: il suo amore per il cinema e, in particolare, per un cinema pensato, scritto, interpretato e realizzato dai ragazzi.
Il suo film “Lo scheletro allegro”, disponibile ora in DVD insieme ad altri filmati preziosi che documentano la sua esperienza, è un piccolo capolavoro di ingegno divertito, capace di giocare con i temi della discriminazione senza alcuna retorica o pesantezza ideologica, col linguaggio surreale di certo cinema muto e con la grande gioia inventiva di cui sono capaci i ragazzi, che trapela in ogni fotogramma.
Il loro estro, attivato dalla maestria di Luciano, si vede bene all’opera nella scelta dei costumi, delle ambientazioni e di un ritmo capace di affrontare il tema dell’emarginazione in chiave comica e grottesca, come il miglior Chaplin.
Rivedendo quel filmino, girato in super8, si coglie il respiro di una scuola che è stata capace di unire la radicalità dell’impegno alla profondità culturale, necessaria in ogni processo di emancipazione che voglia essere davvero tale. Mi piacerebbe che questi materiali circolassero soprattutto tra gli insegnanti più giovani, per dimostrare cosa è possibile fare con bambini e ragazzi, quando si abbia la convinzione e la persuasione di cercare di rendere la scuola un po’ meglio della società che la circonda, con tutto l’impegno che una impresa del genere necessita.
Grazie Luciano, per tutto ciò che di vivo, vivace e irriducibile ci hai lasciato e grazie a tutti coloro che questo materiale prezioso hanno conservato.

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