“La scuola che cambia il Paese”: il senso di un percorso, il valore di un metodo

Questo contributo nasce dall’intento di dare testimonianza di un’esperienza che ha impegnato il Movimento, e presumibilmente continuerà a impegnarlo, in tre mesi di lavoro intenso, che hanno fatto da contrappunto all’iter legislativo del ddl sulla Buona scuola: iter che si è politicamente concluso il 25 giugno, con il voto di fiducia al Senato. Formalmente è previsto un ultimo passaggio alla Camera nei prossimi giorni, ma possiamo prevedere dai numeri e dagli equilibri parlamentari che non ci saranno ulteriori sviluppi.
Mi sembra opportuno dare conto del percorso che hanno fatto i 32 soggetti firmatari dell’Appello, che hanno elaborato in questi mesi documenti di proposta e di interlocuzione, fino al Comunicato unitario scritto il 25 stesso, a ridosso della votazione di fiducia. Tutti puntualmente pubblicati sul sito.
E’ stato complesso, difficile, spesso appassionante far parte di questa esperienza (condivisa con la Segreteria): una scommessa tutt’altro che scontata, mettere insieme un così rilevante parterre di associazioni e sindacati, portatori di sensibilità diverse, per rappresentanza, storia e radici culturali.
Di questa difficoltà tutt* siamo stati ben consapevoli fin dall’ipotesi di incontrarci, maturata alcuni mesi fa e realizzata dalla fine di marzo. Ma la rilevanza della posta in gioco, la volontà di essere una risorsa spendibile in un momento cruciale per la scuola, e non solo per gli addetti ai lavori, è stata una potente motivazione.
Oggi, con il voto di fiducia, si chiude una fase per questo Gruppo, ma se ne apre un’altra non meno significativa: il provvedimento si avvia ad essere una legge dello Stato, ma i processi che ha mosso nella scuola e nel Paese vanno al di là della cornice formale. Ci siamo detti, anche nel redigere il Comunicato del 25 giugno, che non si tratta di una conclusione, ma di un nuovo inizio. Per questo non è un esercizio di stile  fine a se stesso riandare al percorso fatto, esplicitare un metodo che può preludere a future iniziative.
Il metodo, dunque. Anzitutto, ricercare ogni volta quelli che sono stati definiti “punti di intersezione”: piuttosto che comporre come tasselli a posteriori le singole posizioni (sui contenuti, sulle scelte strategiche) ci è sembrato opportuno lavorare preliminarmente ad un confronto aperto ed approfondito, per trovare punti “alti” e qualificanti di condivisione. Questa scelta, per quanto più laboriosa, ha permesso di costruire documenti, appuntamenti e contesti di confronto in cui tutti i soggetti potessero riconoscersi. Naturalmente, attraverso un’opera di mediazione, senza alimentare alcuna logica up-down.
Credo, ricostruendo i vari momenti a partire dall’inizio, di poter indicare un elemento essenziale: il collante dei 32 non è stato, riduttivamente, l’essere “contro”, ma il farsi carico di una capacità propositiva, a partire dalla convinzione condivisa che il ddl andasse profondamente rivisto, nei suoi assi portanti, nel suo stesso impianto politico-culturale.
Abbiamo stilato documenti, a partire dall’Appello “La scuola che cambia il Paese”, abbiamo individuato le tappe successive della nostra interlocuzione: dalla prima Conferenza stampa del 14 aprile, agli incontri con i Parlamentari della VII Commissione della Camera, che per tre volte hanno visto un serrato confronto sui temi cruciali del ddl, anche attraverso un documento di sintesi delle proposte alternative messe in campo dal Gruppo; ai successivi incontri con i Parlamentari di Camera e Senato, fino a lunedì 22 giugno, mentre proseguiva l’iter legislativo.
L’obiettivo di fondo che abbiamo condiviso come tratto qualificante della nostra azione è stato quello di sconfessare la vulgata governativa secondo cui chi si contrapponeva al ddl fosse perciò stesso fautore di un sostanziale immobilismo. Questa semplificazione di comodo va respinta al mittente: siamo tra quelli, numerosi e qualificati, che vogliono un reale cambiamento. Ma lo vogliono come espressione di un progetto culturale sulla scuola e sul tipo di società che la scuola può contribuire a costruire: a partire da alcune priorità indifferibili, tra cui la lotta alla dispersione e la garanzia di diritti di uguaglianza e condizioni di equità. Da questo punto di vista,  l’impianto del ddl ci è sembrato andare verso soluzioni nella sostanza “vecchie”: un assetto in cui la collegialità e l’articolazione democratica del governo della scuola e dei suoi processi si baratta con il messaggio semplicistico di “un uomo solo al comando”. Sto richiamando sinteticamente proposte e riflessioni presenti nei documenti diffusi dai 32, a cui rinvio.
Il percorso del soggetto plurale è stato parallelo alle iniziative istituzionali che in questi mesi hanno coinvolto le singole associazioni e rappresentanze: le audizioni alla Camera e al Senato; un incontro con i responsabili scuola del PD, un momento di confronto formale con il governo, rappresentato dai suoi ministri, quelli competenti per temi e materie. Circostanza che merita una sottolineatura, per significare che ogni associazione ha avuto il suo spazio di interlocuzione, esercitando in questo autonomia di elaborazione e possibilità di declinare i temi con l’impronta della sua specificità e della sua sensibilità.
Vale la pena, tuttavia, rimarcare che nelle audizioni al Senato molti dei soggetti associativi presenti, che hanno interloquito singolarmente in Commissione, hanno potuto fare espresso riferimento ad alcuni passaggi salienti dei documenti condivisi. Questo ha dato, per comune riconoscimento, maggiore forza alle distinte posizioni.
Nel più recente incontro del Gruppo, che si è svolto il 25, maturava quella “forzatura istituzionale” (come si legge nell’ultimo Comunicato) che ha rappresentato il porre la fiducia sul ddl. Un passaggio nel quale si riscontrano, a mio parere, inquietanti segnali di esautoramento della fondamentale funzione del Parlamento e dunque un grave vulnus alla dinamica parlamentare.
Certamente, l’esito dell’iter legislativo, con l’ottenimento della fiducia e la conseguente imminente approvazione della legge, registra il mancamento di alcuni obiettivi essenziali che il Gruppo dell’Appello si è dati. Riconoscerlo è un atto responsabile di realismo e consapevolezza. Ma è altrettanto aderente alla realtà evidenziare un fatto: la funzione di stimolo, di elaborazione e accompagnamento che questo soggetto plurale si è data non finisce qui, anzi trova nuove ragioni che richiederanno una rimodulazione di impegni e strategie, non una rassegnata rinuncia. Resta il significato dell’esperienza e la generatività di un metodo di lavoro, che  non bisogna lasciar cadere. Si tratta di dar voce al mondo della scuola e della cultura, di collegare le istanze dal basso con un rinnovato impegno dei “corpi intermedi”: quelle formazioni che questo governo ha preteso di ignorare, inseguendo un’idea di democrazia plebiscitaria, molto vicina al populismo.

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Leggi anche gli altri articoli dedicati al Ddl e a quanto è stato prodotto dalle 32 associazioni firmatarie dell’appello “La scuola che cambia il paese”.

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