Inumano o disumano

Assistiamo oggi, come altre volte sui corpi intermedi e i tempi lunghi della democrazia, ad una campagna abilmente orchestrata contro chi da molti anni supplisce alle carenze degli apparati statali facendo del volontariato non un'azione caritativa ma un impegno culturale e politico. 

E assistiamo a un incrudelirsi della battaglia contro chi è ‘straniero', 'estraneo', 'extra moenia'. Una campagna che confonde le acque, che boicotta ogni timida legge, come lo ius soli temperato, che cerca forme di convivenza, non di assimilazione, attraverso il riconoscimento del diritto di cittadinanza di chi abita da noi, è nato qui, è compagno dei nostri figli ed alunni. A cosa dovremo ancora assistere in questo tempo di ‘umanità disumanizzata', in cui i corpi, le menti, sono ostaggio di calcoli di bassa politica? Cinzia Mion ci indica le radici del male, così come a suo tempo Franco Fornari e la sua 'polemologia', quando scriveva che, quando vengono meno i grandi conflitti extrasistemici, subentrano i conflitti, ben più pervasivi, intrasistemici.

G.C.

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Scrive oggi (n.d.r. 9 agosto 2017) Marco Revelli :”Negli ultimi giorni qualcosa di spaventosamente grave è accaduto, nella calura di mezza estate. Senza trovare quasi resistenza, con la forza inerte dell’apparente normalità., la dimensione “dell’inumano” è entrata nel nostro orizzonte, l’ha contaminato e occupato facendosi logica politica e linguaggio mediatico”. Naturalmente Revelli fa riferimento, nel suo articolo dal titolo inequivocabile ”Migranti, chi infligge colpi mortali al codice morale”, alla campagna di ostilità e diffidenza contro le Ong, unici soggetti all’opera nel tentativo di salvare vite umane, e per questo messe sotto accusa da un’occhiuta “ragion di stato”.

Il richiamo all’inumano mi ha fatto ricordare la riflessione che si trova all’interno del modello di analisi psicosociale che parte dalle ricerche di Beretta e Barbieri che ancora negli anni 70 affermavano che il controllo dell’aggressività intraspecifica secondo lo schema “amico-nemico” è un  elemento fondamentale per la sopravvivenza delle specie viventi. Tutti gli animali apprendono durante la crescita molto precocemente a distinguere un amico da un nemico. Scambiare infatti un amico per un nemico mette a repentaglio la specie, d’altro canto scambiare un nemico per un amico mette a repentaglio la vita. Imparare questo comportamento orienta ad anticipare la reciprocità, elemento fondamentale per poter vivere insieme e strutturare legami di gruppo.

Anche l’uomo, come specie animale, possiede il medesimo istinto. Egli però, contrariamente agli altri animali, attraversa un lungo periodo di accudimento (neotenia) da parte di figure adulte, in genere genitoriali, prima di accedere ad aggregazioni sociali ed in questo lungo periodo non viene addestrato ma educato. L’uomo inoltre possiede un suo mondo interno, è caratterizzato dalle vicissitudini delle pulsioni, diverse dal primitivo modo di adattarsi all’ambiente. Qui interviene il riferimento, da parte della psicosociologia, alle ricerche di Melanie Klein che, come ben sappiamo della doppia pulsione “libidica e destrudica” (rielaborazione dell’istinto di vita e di morte di freudiana memoria) ha fatto il suo cavallo di battaglia. Ovviamente qui farò solo un elementare e grezzo cenno al suo pensiero interessante e complesso, per dare senso a ciò che intendo sottolineare. La questione della doppia pulsione, presente alla nascita , è un aspetto difficile da gestire da parte del piccolo dell’uomo che evolverà solo se dalla scissione iniziale dicotomica (seno buono-seno cattivo; madre buona-madre cattiva), utilizzata per evitare fantasie persecutorie, approderà alla riunificazione della scissione, rendendosi consapevole che non esistono due madri ma che è lui portatore “dell’ambivalenza”, che ama ed odia.

Approdare a ciò significa crescere, solo se in presenza di una madre “sufficientemente buona” che ha una incrollabile fiducia nella emancipazione del figlio, ossia nel fatto che la posizione iniziale dicotomica sia reversibile. Significa uscire dalla trappola dello schema amico-nemico, madre buona–madre cattiva, trappola addirittura neonatale non solo infantile. Capire che non esistono soggetti assolutamente buoni o assolutamente cattivi, che ognuno di noi, tutti, siamo portatori di aspetti positivi e negativi è il rito di passaggio per crescere e maturare.

La cultura di appartenenza ci offre (più o meno, a seconda del suo livello di radicalizzazione, di dogmatismo, di fanatismo), strumenti mentali per rielaborare gli antichi impulsi, quando si riaffacciano. Perché questi purtroppo si riaffacciano nei momenti di disorientamento, di difficoltà, di crisi. C’è chi è più incline a regredire, perché rielaborare significa accettare la fatica di pensare; c’è chi possiede naturalmente uno stile cognitivo più dicotomico (o bianco o nero) su cui la scuola magari non è intervenuta abbastanza; c’è chi risponde acriticamente alla propria “pancia” senza provare ad interrogarsi.

C’è chi poi furbescamente pesca in queste frattaglie , non facendosi scrupolo di manipolare chi è più fragile culturalmente, finendo a volte nella trappola che lui ha costruito. Scivolando un po’ alla volta nella zona dell’inumano, fino a coincidere con il “dis-umano”.

A volte vociando e urlando la propria disumanità senza rilevarne gli aspetti “ferini”.

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Immagine di copertina da:  https://ilmanifesto.it/cms/wp-content/uploads/2017/05/10/11desk2f01-migranti-salvati-ong-lapresse-4.jpg

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