Percorsi di scienze

Lavorare con i bambini

di Nuccia Maldera

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È il primo giorno di scuola; ritrovandosi dopo le vacanze non c’è quasi spazio per i convenevoli, Federica esordisce dicendo: «Ragazzi, ho un problema». Laura con aria ironica dice: «Ragazzi ci risiamo, Federica ha un problema…» È il modo migliore per ritrovarsi. Dire: « Ragazzi, ho un problema » significa la voglia di rimettersi in un clima, di ricostruire un contesto che, dopo una lunga interruzione, ha bisogno di essere riesplicitato e riconosciuto. Ma non si può dire «Scusate ho un problema» se non si ha consapevolezza di cosa si sta a fare lì, tutti insieme.

Non è facile poter dire: «Ho un problema». La fatica cognitiva non è banale, perché vuol dire aver rielaborato un’esperienza, aver messo a fuoco un punto preciso, aver trovato le parole per dire quello che emerge dal ricordo del disagio di una cosa non capita. Non è facile saper ascoltare i problemi: vuol dire impegnarsi a cogliervi il disagio di un altro e un significato per se stessi; cercare di ripescare nella propria memoria le situazioni simili che avrebbero potuto farlo nascere, rispondere con altre domande, portare il proprio con­tributo alla soluzione di un nodo che diventa comune.

A scuola si viene per far venire a galla i problemi, per raccontarsi le esperienze, per rimettere in gioco il proprio sapere in una logica che prima di tutto è di condivisione. Intanto si parla, si ascolta. La scuola insegna anche a stare a scuola, e questo richiede fatica, talvolta un cambiamento profondo nelle persone.

Non si è capaci, dapprima, di ascoltare gli altri, così come non si è capaci di accorgersi che i fatti di tutti i giorni possono far venire in mente delle do­mande; non si è capaci, dapprima, di mettere in gioco le proprie opinioni per aggiustarle e modificarle con gli altri. Lavorando insieme, ci si rende conto che parlare ed ascoltare sono momenti indispensabili. Si imparerà ad interrogare i compagni così come si imparerà ad interrogare i fatti, ci si aggiusterà alle idee dei compagni così come si aggiusteranno le proprie idee ai fatti, guardandone meglio gli aspetti particolari. La classe si costruisce come gruppo quando i bambini si impegnano a giocare tutti uno stesso gioco, scoprendo che ognuno ha delle competenze e che, comunque, ognuno porterà il proprio contributo in un contesto in cui il sapere non è mai solo individuale ma diventa, poco alla volta, collettivo.

LUCA Eh già, perché ognuno di noi è molto bravo in qualche cosa.
INSEGNANTE 
Ma questo discorso sulla bravura, sul fatto che ognuno è bravo a modo suo, può servirci mentre facciamo scienze?
ANNA 
Eh sì, è come il discorso delle bolle, ogni bolla aveva il suo modo di comportarsi.
ALESSANDRO Potresti dirci tu in che cosa noi siamo bravi.
INSEGNANTE 
Io non userei la parola «bravo» ma la parola «competente»; vorrei proporvi di cercare da soli il significato di questa parola, e poi, potreste anche provare a scrivere su un foglietto le vostre competenze.
CHIARA Potresti provare anche tu a scrivere dite.
INSEGNANTE Sì, mi sembra un’idea.

Consapevoli della ricchezza della propria identità e della propria diversità, si vive il gruppo dei compagni come riferimento costante, garante dell’impegno comune di costruzione di conoscenza.

FEDERICA Ho visto tutte le rondini che stavano partendo.
STEFANO Certo, in autunno le rondini partono.
VERONICA Ma dove vanno?
FEDERICO Dove c’è più caldo.
STEFANO 
Però gli animali che vivono al polo, loro mica se ne vanno.
CHIARA Se è per questo neanche noi ce ne andiamo…
FEDERICA Ma loro amano il caldo.
INSEGNANTE Che cosa vuoi dire?
KATIA Che lo preferiscono.
STEFANO 
Ma no, proprio ci devono stare, senza caldo non possono vivere.
VERONICA Ma come fanno a sapere dove devono andare?
LAURA Seguono il sole.
FEDERICA È come la mamma che dice «aggiustati! »
ALESSANDRO 
Noi ci mettiamo i vestiti, loro non possono e così se ne vanno. Si aggiustano volando.

C’è chi è più esperto nel guardare, c’è chi sa ritrovare nelle proprie conoscenze ciò che serve per mettere a fuoco il problema, c’è chi ributta la domanda, chi ripesca, dal gioco dei «come», l’analogia o il modello giusto. […]

[Testo tratto dal Capitolo 8 del libro “Il senso di fare scienze – Un esempio di mediazione tra cultura e scuola” Progetto a cura di F. Alfieri, M. Arcà, P. Guidoni 1995 Torino IRRSAE Piemonte Bollati Boringhieri]