a cura di N. Manfredo, M. Meloni, M. Zanin

alla sezione precedente  successivo indice 

fonte: intervista
 

La vita di Bruno Fabretti

Intervista-conferenza del 29-11-’99

presso l’I.T.C. "A. Zanon".

 

fabretti.jpg (27764 byte)

 

"Nel mondo ci accusano di profanare il popolo tedesco, attribuendogli fatti frutto di falsità e cose che non sono mai accadute; appunto l’altro giorno un friulano di Fagagna, parlando delle radici del suo paese, é venuto a casa mia con altri amici provenienti dall’Argentina; mi ha detto che lui ha letto un grosso libro scritto da un messicano che diceva che noi italiani e il popolo europeo, avevamo infangato il popolo tedesco di allora e quello di oggi, calunniandolo e dicendogli bugie; mi ha pregato di fargli vedere i numerosi documentari che possiedo e il mio libro; dunque mi hanno chiesto la cortesia di organizzare un viaggio a Mauthausen per una quarantina di persone; ho organizzato in fretta e furia il viaggio per febbraio, non sapendo però che in quel periodo il lager era chiuso e veniva aperto il primo marzo; siamo dunque andati a Mauthausen dove però c’era un metro di neve; la custode ci disse che era chiuso; allora li ho portati a vedere la scala della morte e la cava di pietra, molto importante; la custode quindi mi ha raggiunto per dirmi che aveva trovato un volontario che ci avrebbe illustrato loro il campo; mentre loro entravano nel lager io mi sono fermato a bere il caffé con la custode che peraltro conosco molto bene. Dopo due ore, non erano ancora tornati, e allora siamo scesi nei sotterranei ed erano lì tutti inginocchiati che piangevano davanti ai crematori e pregavano; io non ho detto niente, li ho aspettati poi all’esterno, siamo tornati a casa, mi hanno salutato e ringraziato, e dopo un mese circa mi spedirono una grande lettera dove mi dicevano "la ringraziamo di cuore, ci ha fatto capire le verità che noi non conoscevamo e vi assicuriamo signor Fabretti che se incontriamo il messicano, lo uccidiamo"; questo per dirvi che il mondo pensa ancor oggi che noi diciamo palle; io devo dirvi una sola cosa, cioé che in Friuli eravamo in tre che andavamo in giro per le scuole, purtroppo la vecchiaia ci gioca delle sorprese, e sono rimasto solo e continuo a girare solo per le scuole almeno fin che posso: sono andato a Gemona e a Tolmezzo a raccontare la mia testimonianza.

 

L’8 Settembre del 1943 mi trovavo in Grecia. Questo perché l’Italia firmò l’armistizio e noi soldati fummo tagliati fuori in ogni parte del mondo; eravamo alleati alle truppe tedesche con le quali eravamo amici e ad un tratto siamo diventati nemici. Fummo catturati come internati militari e con la scusa di portarci in Italia ci Portarono in Polonia a Lodz, in un campo di prigionia per militari. Dopo 2 mesi diventai amico di un triestino e visto che non eravamo portati per il rispetto della disciplina, siamo riusciti a scappare dal lager e dopo 54 giorni, camminando di notte, io sono riuscito a tornare a Nimis e lui a Trieste. Nimis é divisa dal torrente Cornappo, la mia casa stava ad ovest dove c’erano i cosacchi e le SS; non potei così tornare a casa mia e quindi andai a fare il partigiano sui colli di Nimis, Faedis e Torlano. Voi sapete che la pedemontana friulana, in un certo momento, nel settembre, fu accerchiata e data alle fiamme; tutta la gente fu fatta sfollare, io sono riuscito a mescolarmi tra la mia popolazione; in ogni paese avveniva la cernita: dividevano i giovani, ragazzi e ragazze, dai 15 ai 30 anni e li mettevano da una parte, mentre i vecchi e i bambini li facevano sfollare dalla parte di Tarcento; io fui messo dalla parte dei giovani: fummo incolonnati e scortati dalle SS fino ad Udine. Fummo rinchiusi nelle carceri di via Spalato per 2 notti e poi portati alla stazione di Udine e caricati sui convogli di bestiame e portati al campo di Dachau. Attraversammo il paese per giungere al campo che si trovava a meno di 1 km: noi vestiti bene e con i nostri bagagli pensavamo di dover andare a lavorare come mio padre andava a lavorare nelle Germanie e come anche ci dicevano i soldati alla partenza. Durante il passaggio nel centro di Dachau i giovani balilla di Hitler entravano nelle file ci sputavano e ci tiravano calci negli stinchi e noi ci chiedevamo che cosa avevamo fatto. Purtroppo la realtà la conoscemmo poco dopo cioé una volta varcato il portone di Dachau. Ci fecero entrare in un grande capannone, ci spogliarono completamente e ci tolsero anche i bagagli dalla mano. completamente nudi, ci tagliarono tutti i peli superflui e ci disinfettarono in un grande tino con della creolina e sul braccio ci fu tatuato un numero: capimmo che non eravamo più uomini ma dei numeri. Rimasi assieme ai miei 48 compaesani più quelli di Attimis, Faedis; eravamo in tanti e siamo rimasti a Dachau circa 20 giorni e poi fummo trasferiti nel campo di Neuengamme che sta a circa 20 Km da Amburgo che sta sul fiume Elba. Qui purtroppo ci accorgemmo della realtà di questo lager. Era un lager duro; si lavorava dalle 05.00 del mattino fino alle 7.00 di sera; era molto freddo e noi eravamo con il vestitino a righe bianche e blu come questo libro qui. Voi l’avrete visto anche nel filmato e nient’altro; nei piedi avevamo un paio di ciabatte in tela e si doveva lavorare con quelle cose lì. La mattina alle 05.00 c’era l’appello e guai se uno non si svegliava subito perché c’era il kapò interno della baracca che era il più cattivo di tutti e con un tubo di gomma pieno dava giù di quelle legnate tremende dietro la testa se non ci si alzava. Bisognava alzarsi a petto nudo, andare fuori nel cortile, lavarsi con l’acqua ghiacciata - erano circa 20¡ sotto lo zero - perché sono arrivato là a ottobre inoltrato e di conseguenza poi si doveva andare fuori all’appello che durava 1 ora e 1\2 anche più. Noi avevamo un numero anche qua, sulla giacca; io avevo il 52.688 e leggerlo per tedesco, quando noi non si capiva un’acca di tedesco, quando uno chiamava il numero per tedesco, uno non rispondeva perché non capiva qual’era. Quando arrivava il proprio numero entrava uno delle SS, lo controllava e diceva "YA" per noi però ci dava giù un 4-5 legnate per la testa. Poi, prima di partire a lavorare, sempre in fila, ci davano pezzettini di pane nero quadrato così, con spalmato sopra un po’ di margarina. Questa margarina é poi risultata una ricerca scientifica dei medici del lager: la traevano fuori dai cadaveri freschi. Con questo pezzettino di pane noi si andava a lavorare tutta la giornata fino a sera. Alla sera stesso appello e a dormire. Ai primi tempi, che ero con i miei compaesani, parlavo prima di coricarmi e si dicevano 2 cose: la prima era quella di parlare che quando si ha fame - voi dovete sapere che si parla sempre di mangiare - quindi si parlava di chi faceva il più bel menù e si prendeva il premio: un applauso sempre in silenzio quindi non c’erano premi, non c’era niente. Allora si parlava della polenta, che si faceva noi friulani una volta, questo formaggio e mi ricordavo sempre di mio nonno quando eravamo tutti a tavola che lui tagliava il formaggio e diceva: " il formaggio nella mano sinistra, la polenta nella mano destra, toccare con la polenta il formaggio e mangiare la polenta". Il formaggio restava sempre qua. Si parlava di questi menù; non c’erano quei tris di primi che ci sono oggi, questi stuzzichini. Si parlava di quelle cose semplici ma poi ognuno nel proprio letto, dove si dovrebbe dormire in 2 e si era in 4, nei posti a castello che voi, se arriviamo al punto vedrete con i vostri occhi, come si dormiva una volta, quando andremo a visitare il lager. Di conseguenza si dormiva in 4 ed il nostro pensiero andava alla nostra casa, alla nostra mamma e si pregava Dio: " Dio, perché" si diceva, "cosa abbiamo fatto di così grave, abbiamo 20-30 anni, cosa abbiamo fatto di così grave per avere queste punizioni. Dio, perché, dove sei?". Un prete l’altro giorno, un Monsignore nel mio paese, ha fatto in occasione del Settembre di 54 anni fa, ha fatto una predica e ha detto, che io non concepisco: "Dio ha mandato sulla Terra Gesù Cristo, con un compito unico: quello di punire i malvagi e i cattivi."; Allora io che ero deportato in questi campi, ho pensato: in questi campi, chi erano i cattivi e i malvagi?! Noi si moriva. Non avevo capito il significato di questa predica tanto é vero che poi gli ha detto:" A chi si riferiva, a quali cattivi e malvagi? Noi eravamo i malvagi che morivamo nei campi di sterminio?". Di conseguenza siamo arrivati e si pensava a questo Dio e si implorava e io ho, avuto sempre la sensazione che il pensiero della mamma era di invocazione a Dio e mi ha potuto salvare e tornare a casa tra pochi perché pensate che 12.000.000 milioni di esseri umani sono stati portati nei lager: 11.000.000 sono morti cremati o morti di sterminio quindi 1 solo milione é tornato a casa in tutta Europa; un po’ pochino. Le guardie ci portarono a levare questa terra perché c’era una grande fornace di laterizi nel campo e si scavava terra e con i carrelli si portava su nella fornace. Altri deportati portavano i carrelli all’interno della fornace ed era un lavoro continuo. Si scavava un porticciolo dove doveva entrare l’acqua perché dopo, quando é stato fatto, con le chiatte ci portavano su a lavorare ad Amburgo. Voi dovete sapere che ogni giorno ad Amburgo gli alleati bombardavano la città ed il porto quindi si doveva arrivare lì a levare via i ruderi dalle strade e dai magazzini e poi la sera si tornava giù nascosti nelle chiatte lungo il fiume. Questo é un lavoro che durava molto tempo. Un giorno, dopo un po’ di tempo mi trovai senza compaesani, senza friulani, senza amici e sono rimasto solo perché, uno da una parte e uno dall’altra, sono rimasto solo, quindi ho trovato amicizia con i deportati russi. Erano molto affettuosi verso me italiano ed ero diventato loro amico; loro manifestavano ma non si capiva niente del loro linguaggio, ma mi fecero capire che loro avrebbero tentato di fuggire e, durante un bombardamento, perché i tedeschi quando avveniva suonavano l’allarme e loro andavano sotto nei rifugi e noi continuavamo a lavorare sopra anche se cadevano le bombe. Durante uno di questi bombardamenti noi fuggimmo, ma mentre io stavo fuggendo coi deportati russi, una bomba cadde vicino e fece strage vicino a me, vicino alla strada e anch’io rimasi ferito: rimasi ferito al costato e alla gamba sinistra e caddi in una pozza di sangue. Finito il bombardamento i tedeschi uscirono fuori a raccogliere i feriti e non avendo intuito che noi stavamo per fuggire, altrimenti ci avrebbero subito sparato, ci riportarono nel lager; nelle condizioni in cui ero, tutto pieno di sangue, mi gettarono sopra un mucchio di cadaveri davanti alla mia baracca, "Tanto questo qua durante la notte muore" dicevano. Era la vigilia di Natale, mi ricordo bene fino a quel momento lì, ed erano quei 24-25¡ perché fuori da ogni baracca c’era il termometro; ma io non sono morto e da quella notte lì io ho perso conoscenza, non ho mai ricordato nulla: anche nel mio diario che ho scritto qui - questo é il mio diario personale - che ho scritto subito dopo essere tornato a casa non ho ricordato che cosa successo da quella notte in poi, tant’ é vero che io l’ anno scorso andando a Bergen-Belsen ho visto sul registro di Bergen-Belsen il mio nome e cognome Bruno Fabretti matricola "tot", arrivato il giorno 2 gennaio e ripartito il giorno 18 per Buchenwald ,quindi sono stato quindici giorni a Bergen-Belsen e non ricordando nulla di quello che fu, mi ricordo poco anche di Bergen-Belsen. Mi sono trovato a Buchenwald dove nei primi tempi ci portavano ad allargare il campo perché lì arrivavano da tutte le parti della Germania tanti altri deportati quindi dovevano fare posto, si dormiva sulla sabbia ed era molto freddo perché era fine gennaio , febbraio e quindi da quelle parti là , voi sapete, la temperatura é molto bassa. Poi ad un certo momento mi scelsero fuori e mi misero a lavorare nei forni crematori. Ero insieme a un cecoslovacco in una bocca di crematorio e avevamo il compito di prelevare i cadaveri che ci portavano dentro la porta gli altri deportati, come avete visto nel filmato, e lì si doveva caricare su un carrello meccanico, aprire la bocca del forno e con un ferro metterli dentro. Si infornavano 14-15 alla volta, noi facevamo un turno di 12 ore dalla mattina fino alla sera e poi c’era un altro turno che lavorava di notte, non potevamo infornarne meno di 500 per turno. C’erano sei forni crematori, voi pensate quanti in una giornata andavano su, tant’é vero che non sono riusciti neanche coi forni a cremare tutti, come avete visto alla fine di questo filmato si metteva in rilievo che la popolazione e i soldati tedeschi erano costretti a dar sepoltura ai morti ma ci non sono riusciti tant’é che hanno dovuto chiamare un caterpillar. Per questo lavoro a noi davano un mestolo di minestra in più al giorno; era una minestra fatta di rape, come un té colorato, un’acqua colorata, però ci dava quello stimolo per poter continuare. Eravamo diventati proprio come relitti, non potevamo mai parlare con nessuno e quando uno delle SS ti dava un ordine non potevamo mai alzare gli occhi perché se noi si alzava gli occhi lui capiva che non volevamo fare l’ordine e lui estraeva la pistola per ucciderci, quindi bisognava andare avanti come robot. Si andava avanti fino al 5 aprile ‘45 e quel giorno alle cinque del mattino nessuno ci svegliò e ci siamo accorti che la SS era fuggita dal lager e aveva lasciato all’esterno tutto il reticolato con la corrente alternata, corrente elettrica in maniera che non si potesse fuggire. Noi usciti fuori non abbiamo visto né il kapò né la SS e abbiamo capito che siamo arrivati alla fine perché si sentiva dalla parte sud i bombardamenti e durante la notte il lampeggiare dei cannoni. Prima pensavamo fosse un temporale, poi abbiamo capito che veramente siamo arrivati alla fine. Eravamo arrivati ad uno stato da non reggersi in piedi, morivano a migliaia e migliaia sui piazzali, nelle baracche, di qua e di là, voi avete visto quanti cadaveri sono stati sepolti. Di conseguenza, però, non ci davano né pane e minestra, e allora io mi associai coi russi e loro mi portarono con loro che mi fecero capire "Vieni con noi"; loro avevano dei pezzettini di lamiera tirati fuori da barattoli e andavano dove moriva uno, caldo ancora, tiravano via un pezzettino di pelle e masticavano, ma io non sono mai riuscito a fare questo perché mi sono ricordato che nella latrina esterna sul piazzale a cielo aperto, i tedeschi quando era aperta la cucina, nella melma della latrina buttavano delle bucce di patate e poi con un legno facevano girare in modo che noi non si andasse a prenderle su. Io mi sono ricordato di questo particolare, sono andato verso questa latrina, mi sono messo giù fino alla cintola nella melma e cercavo queste bucce di patate, me le pulivo e me le mangiavo e sono riuscito ad arrivare fino al giorno 9 mattina. Il 9 mattina i russi mi hanno fatto capire che stavano per fuggire dal lager: hanno aperto un varco con dalle travi, con dei legni nella corrente elettrica, mi hanno preso per le braccia perché non riuscivo più a camminare e mi hanno portato fuori e mi hanno detto "vai verso il bosco" e verso dove si sentiva il cannoneggiamento, loro andavano dalla parte opposta. Io come ho potuto, a quattro come un gatto, e preso dalla voglia di scappare sono arrivato nel bosco la mattina del 9 e mi sono rifugiato sotto le frasche del bosco e sono rimasto lì tutta la giornata e tutta la notte; la mattina appena scoccata l’ alba mi sono avviato verso il bosco e sono arrivato in una radura dove c’erano questi vecchi contadini che seminavano le patate. Ho aspettato due ore che finissero, poi, quando loro sono andati via, io piano piano come un gatto sono andato vicino a questi solchi di patate, ho cominciato a scavare e per me quello lì é stato il primo pranzo in libertà: patate piccoline avvolte nel letame, erano buonissime! Poi piano piano, sempre costeggiando il bosco, sono sceso dal colle - Buchenwald é sopra i colli così come Mauthausen - e sono arrivato vicino alla cittadina di Weimar dove c’é il monumento di Goethe e ho visto che sulla piazza centrale c’erano gli americani che facevano un posto di blocco dove fermavano le truppe tedesche che tornavano indietro e disarmavano; io mi sono consegnato a loro, loro mi hanno accolto, mi hanno abbracciato e mi hanno portato con l’ambulanza nelle loro infermerie perché non riuscivo a stare in piedi, mi hanno fatto punture, mi hanno dato da mangiare. Però voi dovete capire che dopo la liberazione, Buchenwald é stato liberato dagli inglesi il giorno 13 aprile. Qualcuno come voi mi ha chiesto perché invece di fare l’ avventura di scappare non ho aspettato il 13; e chi sapeva che il 13 venivano gli inglesi a liberarci e che saremmo riusciti a sopravvivere nelle condizioni in cui eravamo? Sicché gli americani nell’infermeria curarono, però dovete capire che con la liberazione migliaia e migliaia di deportati sono morti perché erano all’ultimo stadio: hanno cominciato a mangiare e lo stomaco si é bloccato e sono morti, anche a me sono venute fuori dissenterie, avevo cominciato il tifo petecchiale perché ero pieno di pidocchi in tutte le parti del corpo. Nell’infermeria c’era un medico tedesco che mi ha curato e sono riuscito a portare la pelle a casa. Il fatto é che dopo la liberazione arrivarono tanti deportati, ci inquadrarono in un campo di smistamento a Spandau vicino a Berlino; i russi, perché gli tutti gli americani erano stati ritirati verso l’ Elba, hanno invaso la zona, siamo andati in consegna ai russi, che ci volevano un bene tremendo. Ci portavano da mangiare: ci portarono una vacca viva, a legnate la uccidevamo e con i coltelli ci facevamo le bistecche. Ci dissero:" noi vi portiamo in Italia però non vi portiamo via terra perché tutti i ponti della Germania sono stati fatti saltare, via portiamo via Russia, poi con la nave in Italia". Noi abbiamo accettato subito, eravamo alla fine di aprile, ci consegnarono nelle famiglie di contadini a Odessa, però passati alcuni mesi eravamo ancora lì, si mangiava e si beveva e non si faceva niente, però volevamo tornare a casa. Siamo partiti da Odessa i primi di dicembre e dopo venti giorni di nave siamo arrivati a Brindisi; Qua c’erano le autorità, la Croce Rossa a prenderci al porto, ci hanno portato in una caserma ci hanno visitato, ci hanno consegnato un vestito nuovo, ci hanno dato mille lire e pensare che nel ‘45 mille lire erano come due milioni di oggi circa, e di conseguenza non sapevamo quanto valevano perché non le avevo mai viste prima nonostante avessi 22 anni. Poi ci dissero che dovevamo fare la quarantena cioé stare 40 giorni chiusi in quarantena, e allora ci siamo guardati in faccia io e il mio compagno e abbiamo detto: "Siamo arrivati in Italia dopo tanto tempo, dopo quattro anni che manco da casa e dobbiamo stare 40 giorni chiusi qua?". La sera stessa assieme ad altri quattro abbiamo la corda: abbiamo preso il treno e siamo arrivati a Mestre, qua la polizia ferroviaria ci ha fatto scendere perché non avevamo il biglietto, ci ha dato da mangiare e da bere, ci ha consegnato un biglietto di prima classe siamo arrivati a Udine, dove ho preso la corriera per Nimis e sono arrivato davanti alla mia casa. Era ridotta ad un cumulo di macerie. Ho chiesto ai miei vicini dove fossero i miei, mio padre era già morto nel ‘40, mi rimanevano mia madre e mio fratello. Il mio vicino mi disse che mio fratello era morto perché era paracadutista in guerra, mia madre era sfollata e non sapevano dove. Io dopo 15 giorni passando per Tarcento, per Buia, per San Daniele sono riuscito a trovare mia madre che era a Feletto Umberto, ospite di una famiglia. Mi rivolsi al prete e mi accompagnò da mia madre, erano quattro anni che non la vedevo ed era l’ unica cosa che io ho sempre implorato. L’ incontro con mia mamma é stato il momento più commovente della mia vita. Anche a Feletto c’era tanta solidarietà: ti davano da mangiare, ti davano degli indumenti, ma io ero un tipo un po’ orgoglioso e non volevo vivere come tutti i friulani in questa solidarietà. Dopo una settimana andai a Udine e mi recai alla Camera del Lavoro, l’attuale ufficio di collocamento, e quando arrivò il mio turno entrai nello scompartimento dissi che mi chiamavo Bruno Fabretti e che cercavo un posto di lavoro, che ero tornato dalla Germania e la mia casa l’avevano data al fuoco e che volevo trovare un lavoro per non dipendere più dalla solidarietà; L’impiegato che aveva gli occhiali e i capelli lunghi si affacciò allo sportello e mi chiese se io ero Bruno Fabretti, mi guardò meglio e mi chiese:" Non ti ricordi che eravamo a Dachau insieme?". Anche lui era a Dachau ma io non l’ho riconosciuto perché là avevamo i capelli rasati. "Dammi qua il tuo indirizzo, vai a casa che penso io a trovarti un buon lavoro" e mi trovò un buon lavoro sotto lo Stato come guardia giurata nella Brigata Julia e di conseguenza disse "Vai a casa , ti mando la raccomandata per presentarti al comando della Brigata Julia presso la Madonna delle Grazie dal Comandante Maggiore, lui sapeva tutto ormai di me, gli avevano detto tutto, quando entrai nel suo ufficio lui mi abbracciò e si commosse. Mi portò nell’Ufficio Cassa e mi fece consegnare una mensilità senza aver lavorato; eravamo i primi di gennaio e mi disse: "Torna alla fine di gennaio e incomincia con il primo di febbraio a prendere sevizio" mi consegnò la busta con 2.450 Lire erano soldoni e io con quei soldi lì ho preso scarpe, piatti, visto che non ne avevo, e pensai alla mia vita; mi disse " Torni qui con un certificato di quinta classe". Ma io non avevo il certificato di quinta classe perché io ho fatto sei anni di seconda elementare, non sono mai riuscito ad arrivare alla quinta elementare perché mi cacciarono via, ho fatto sempre la seconda elementare perché c’era la maestra che tabaccava tabacco "Zinziglio" e io ero la sua mascotte. Andavo ogni mattina a prendere dieci centesimi di tabacco "Zinziglio" e le facevo la miscela con la cenere della stufa e lo tabaccava nei fazzoletti rossi grandi così, ero la sua mascotte, e non mi ha mai promosso per continuare la terza quarta e quinta. Come facevo senza questo certificato? Mi venne un’idea: conoscevo io il maestro Masotti delle elementari di Tricesimo e gli spiegai la faccenda. "Non c’é problema, parlo io con il direttore; intanto vai al mercato - di lunedì a Tricesimo, come oggi c’é mercato - e prendigli gli asparagi al direttore perché gli piacciono". Sono andato là e ho preso 1 Kg di asparagi e 6 uova; glieli ho portati su e il direttore mi ha dato il certificato. Vedete, c’erano le tangenti anche quella volta là. Con questo certificato, presi servizio però ragazzi, io non smisi qua: quando facevo la Guardia Giurata controllavo le cose lì e continuavo a studiare: ho fatto le medie, le superiori e poi insieme ad un deputato friulano, un certo professore Scovacricchi che insegnava al Malignani, siamo andati anche a fare un corso di giornalisti ad Urbino quindi, lo studio é molto importante e mi auguro che anche voi possiate continuare nei vostri studi perché oggi, senza lo studio, non potete combinare un cavolo di niente. Quindi, questa é la mia testimonianza che io vi ho fatto per poter seguire questo filmato. Tanti di loro mi hanno detto: "Perché signor Fabretti dopo 50 e passa anni voi andate a raccontare nelle scuole queste cose?" Perché, chi aveva il coraggio di riguardarsele? Se io non andavo a Roma con Magalli a far la mia testimonianza ed é lui che mi ha incitato ad andare nelle scuole, altrimenti io non sarei mai andato. Non avrei mai avuto il coraggio di parlare a voi altri di queste cose perché eravamo qui in Friuli circa 100 e rotti di loro di Udine e di conseguenza io ho trovato anche altre zone a Codroipo dove ho trovato altre 2 personalità, un avvocato e un altro impresario che era in Brasile e poi é tornato a casa in pensione perché ha una certa età e li ho invitati con me, perché se ho un deportato vicino, mi dà più coraggio mi dà più la volontà di parlare e sapendo di avere vicino un avvocato, al Ceconi di Codroipo, mi sono presentato e ho dato il microfono a questo avvocato, principe del foro, e inizia:" Io sono l’Avvocato Gamboni ed ero a Mauthausen mentre il mio amico era ad Eminwels, vicino al lago. Di conseguenza, dice, io sono di Codroipo" e si ferma lì: mi ridà il microfono si siede e si mette a piangere. Avvocato del foro di Codroipo. Quindi voi pensate che chi ha vissuto quello che ha vissuto lui e noi altri non ha - e poi anche un’altra cosa: io mi ricordavo che avevo un nonno quando le famiglie di una volta erano più numerose di quelle di oggi, eravamo una ventina e, ogni volta che ci si riuniva gli chiedevamo di raccontarci la guerra di Caporetto perché lui aveva combattuto il 15-18 e questo nonno poverino ci raccontava le sue avventure nella guerra di Caporetto raccontando quella e sempre quella. di conseguenza anche noi, superata questa fase iniziale, e sono stato poi anche con Costanzo , come ha detto il vostro professore e quest’anno sono stato con Giletti ai "Fatti Vostri". Ho preso coraggio a due mani e nel 1995 andavo in giro per il Friuli Venezia Giulia e poi hanno iniziato a chiamarmi anche in Veneto; ho fatto testimonianze e convegni anche ad Amburgo tempo fa, poi sono stato a Modena e in tante altre parti d’Italia a parlare. Di conseguenza ho preso il coraggio a due mani e qui ad Udine c’era un certo Maieron, carnico, era vicino a Pordenone, poi c’era Maria Candoni che poi é diventata vecchia e non riesce più a raccontare nulla. Io sono rimasto solo e mi farebbe piacere che altri di loro mi seguissero in questa versione di testimoniare. Questa é la mia testimonianza e vorrei che ora voi ragazzi mi poniate qualche domanda alla quale io possa rispondere e aprire un dibattito ma prima vorrei dirvi ancora una cosa: a Moggio Udinese un bambino delle medie - che sono molto più spigliati di voi grandicelli - mi chiese: "Signor Fabretti, con quello che ha dovuto sopportare, quando é tornato in Italia, quanti tedeschi ha ucciso?" Gli risposi che tornato a casa avevo solo 22 anni e avevo solo mia madre una casa non l’avevo ed io guardavo solo davanti a me e c’era solo la strada maestra e non una a sinistra, quella della droga, ma c’era quella della delinquenza ma io guardavo dritto davanti a me: dovevo rifarmi una vita. Ho costruito una casa, ho trovato una morosa che poi ho sposato e proprio un mese fa ho fatto il 50¡ anniversario di matrimonio. Ho 4 figli e 9 nipoti, sono un padre ed un nonno felice. Io non ho ucciso nessuno. Ho saputo perdonare. E per dimostrare che ho saputo perdonare ho fatto un gemellaggio con Nimis e Lach, un paesino vicino a Graz. Ho portato questa gente tedesca nel mio paese; é stato un incontro un po’ freddo perché Nimis essendo stata bruciata ed avendo avuto tanti morti, 54 deportati più i morti partigiani e i morti sotto i bombardamenti, li ha accolti freddamente ma adesso si sono instaurati dei rapporti di amicizia cari tanto che portano i bambini qua e noi lassù, abbiamo uno scambio di vedute ed una amicizia illimitata. Questo per dimostrare che io non ho rancore ed odio nel mio cuore ed é questo che voglio insegnarvi.