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Uno straordinario film-documentario, Premio Oscar 1999, che racconta senza retorica e con la distanza del tempo e della vita che ha sconfitto la morte, “gli ultimi giorni” del nazismo. “La nostra principale priorità é stata l’integrità storica. Anche se nella realizzazione di documentari é prassi comune sfruttare delle immagini rappresentative al posto di quelle autentiche ma irreperibili, noi eravamo decisi ad utilizzare solo immagini di repertorio e fotografie autentiche”. A parlare é James Moll, regista di quello che viene considerato uno dei più importanti film-documento degli ultimi anni “Gli ultimi giorni”, prodotto da Steven Spielberg, che racconta gli ultimi giorni del nazismo attraverso le precise testimonianze di alcuni sopravvissuti allo sterminio.
Una rigidità stilistica che ha comportato uno sforzo in più, e la assoluta originalità dell’opera. Continua Moll: “La storia doveva essere raccontata dalla viva voce dei testimoni oculari che descrivono gli eventi avvenuti, prima, durante e dopo la guerra”. Con Steven Spielberg come produttore esecutivo, il film ha assunto fin dal principio una sua fisionomia ben precisa; girato su una pellicola da 35mm, in cinque paesi diversi (Ungheria, Germania, Polonia, Ucraina, Stati Uniti) e con un budget limitato, “Gli Ultimi Giorni” ha vinto il premio Oscar 1999 come miglior documentario. Per tutti si é trattato di una sfida importante, di un tributo dovuto alla storia e alla memoria.
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Voluta da Steven Spielberg, fondata
insieme con James Moll e June Beallor nel 1994, la Shoah Foundation
rappresenta un prezioso archivio storico degli eventi dell’Olocausto: la
missione della “Survivors of the Shoah Visual History Foundation” é
registrare e conservare le testimonianze oculari dei sopravissuti
all’Olocausto, in modo da permettere alle generazioni future di imparare
qualcosa dagli errori e dagli orrori commessi in quel devastante periodo
della nostra storia. Le pubblicazioni, i cd-rom e i filmati interattivi
prodotti dalla Fondazione in anni di lavoro e con l’appoggio di
quattromila volontari sono un’iniziativa anticonvenzionale per stimolare
soprattutto i giovani nel ricordo della tragedia del popolo ebraico. I
fatti sono raccontati quasi sempre in prima persona dagli stessi
protagonisti. L’archivio viene utilizzato come strumento di istruzione
globale sull’Olocausto e come mezzo per diffondere la tolleranza razziale,
religiosa, etnica e culturale. Fino ad oggi, sono state raccolte più di
50.000 interviste filmate, che sono state registrate in cinquantuno paesi
diversi, in trentuno lingue differenti. Il materiale raccolto sarà messo a
disposizione di almeno cinque musei, dallo Yad Vashem di Israele a quello
dell’Olocausto a Washington, con un’attenzione particolare a tutte le
istituzioni in memoria del genocidio con sede a Berlino e Bonn. “Gli
Ultimi giorni” é il terzo documentario presentato dalla Shoah Foundation.
Presidente di fresca nomina della Shoah Foundation é il dottor Michael
Berenbaum, che ha suggerito di prendere in esame la storia della shoah
ungherese.
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"Gli Ultimi giorni" racconta le storie
terribili e allo stesso tempo straordinarie di cinque sopravvissuti
ungheresi, oggi cittadini americani: si tratta del deputato Tom Lanton,
dell’artista Alice Lok Cahana, dell’insegnante Reneé Firestone, dell’uomo
d’affari Bill Basch e della nonna Irene Zisblatt. Ogni storia é esemplare,
un monito alla coscienza dei posteri.
Tom Lanton Alice Lok Cahana Reneé Firestone Bill Basch Irene Zisblatt
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L’Ungheria governata dal filonazista
ammiraglio Horthy aderisce, nel novembre del ‘40, al Patto Tripartito tra
Germania, Giappone e Italia. Entrata in guerra l’anno successivo, fornisce
un doveroso contributo di uomini e di mezzi alla campagna di Russia. Nel
marzo del ‘44 si trova coinvolta direttamente nel conflitto: l’esercito
tedesco entra in territorio ungherese per cercare di bloccare la
controffensiva dell’Armata Rossa. Mentre i combattimenti si fanno sempre
più duri, l’alleato nazista si comporta da padrone. Lo stesso Horthy viene
deposto e imprigionato. Si apre un periodo tragico, l’intera popolazione
vive in un incubo destinato a durare sino al gennaio del ‘45. Soprattutto
la volontà di portare a compimento la “soluzione finale” nella questione
ebraica raggiunge livelli apocalittici, nonostante la sconfitta si profili
sempre più vicina. Anzi, proprio nel ‘44 il genocidio subisce
un’accelerazione impressionante, facendo più vittime in quei dodici mesi
che in tutti gli anni precedenti. I nazisti, pur consci di trovarsi
sull’orlo del disastro, o magari proprio per questo, sembrano ossessionati
dalla coazione ad uccidere il maggior numero possibile di ebrei. Hitler
riuscirà a dire, poco prima del suicidio nel bunker berlinese:
“Soprattutto, ordino al governo e al popolo tedesco di mantenere in pieno
vigore le leggi razziali e di combattere inesorabilmente l’avvelenatore di
tutte le nazioni, l’ebraismo internazionale”. A Budapest si insedia Adolf
Eichmann, il massimo responsabile della “soluzione finale”, e le
conseguenze sono immediate. Tra il ‘41 e il ‘45 saranno complessivamente
565.000 gli ebrei ungheresi vittime dell’Olocausto. Ma in soli tre mesi di
quel terribile ‘44 dalle campagne vengono deportati, quasi tutti ad
Auschwitz, 440.000 ebrei orientali, poche migliaia dei quali tornano a
casa alla fine della guerra. Molti di essi non superano l’inverno,
costretti ad agghiaccianti “marce della morte”, viaggi allucinanti verso
la Germania, a piedi in mezzo alla neve, senza acqua né cibo e in
condizioni fisiche penose, dai campi di sterminio orientali “liquidati”
dall’esercito germanico in ritirata sotto la spinta alleata. Molti si
arrendono lungo il cammino. All’arrivo, la fucilazione, o peggio, attende
i superstiti. Per tutte queste ragioni il caso-Ungheria raccontato da
Spielberg e Moll, sinora poco conosciuto e studiato, diviene emblematico
di tutta la realtà europea, quasi la sintesi di quanto accaduto agli ebrei
nell’intero continente durante la seconda guerra mondiale.
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Berlino insegue sino all’ultimo un
disegno folle e delirante concepito all’inizio del conflitto per volere di
Hitler. L’eliminazione fisica degli Ebrei all’inizio del conflitto per
volere di Hitler. L’eliminazione fisica degli Ebrei dalla futura Europa
nazista costituiva obiettivo prioritario. Bisognava prima però isolarli,
concentrandoli in un luogo facilmente controllabile. E vengono fuori in
proposito, nei primi mesi di guerra, due differenti piani. Il primo, detto
“Reserwat”, prevedeva la creazione di un grande campo di concentramento
nel General Gouvernment, come venivano chiamate quelle regioni della
Polonia occupate dai Tedeschi nel ‘39 ma non ufficialmente annesse al
Reich. Sulle prime la via sembra quella giusta, poi però considerazioni di
ordine pratico (territorio troppo ristretto rispetto all’alto numero di
internati, difficoltà di trasporto, ecc.) inducono a cambiare rotta.
Intanto però, gli ebrei vengono concentrati nei ghetti soprattutto
polacchi. L’ipotesi successivamente studiata per perpetrare lo sterminio
prende il nome di “Madagascar”, dall’isola africana sulla quale il Fuhrer
intendeva deportare la popolazione ebraica. Siamo nel ‘40, il conflitto
sembra indirizzato verso la vittoria della Germania; la diplomazia tedesca
vuole far passare agli occhi dell’opinione pubblica mondiale il piano come
il mezzo più rapido per la creazione di una sorta di stato ebraico. In
realtà, si trattava di un enorme campo di concentramento nel quale
spazzare via dalla faccia della terra l’odiata genìa. Il criminale disegno
é giocoforza abbandonato quando l’isola viene occupata dagli Alleati. Per
“risolvere il problema ebraico” si sperimenta anche la sterilizzazione di
massa, solo parzialmente praticata, che avrebbe dovuto portare ai
risultati voluti nell’arco di una generazione. La svolta decisiva nella
direzione della “soluzione finale”, cioé dello sterminio fisico di un
intero popolo, viene però con lo scoppio del conflitto tedesco-sovietico.
Massacri sistematici accompagnano l’avanzata della Wehrmacht in territorio
nemico (34.000 ebrei fucilati a Kiev in due giorni), ma il genocidio vero
e proprio si svolge nei campi di concentramento e di sterminio. Dachau, il
primo Lager nazista, nasce soli due mesi dopo la presa del potere di
Hitler, nel ‘33. Dal ‘40 é operativo Auschwitz. Poi, la strage continua
ininterrotta, progressiva, inesorabile. Qualche dato per avere un’idea
della sistematicità dell’impegno nazista: soltanto nel campo di Treblinka,
in Polonia, nel 1942 vengono eliminate 66.701 persone in luglio, 142.523
in agosto e 54.069 a settembre. Ecco come un funzionario nazista spiega
come sistemare gli undici milioni di ebrei: “Tutta l’Europa deve essere
pettinata da ovest ad est”. Due gli obiettivi per cui nascono Sobibor,
Maidanek e tanti altri luoghi di morte: sfruttare gli ebrei come forza
lavoro a sostegno dello sforzo bellico e al tempo stesso sterminarli
gradualmente. Il risultato finale é stato l’annientamento di sei milioni
di bambini, donne e uomini di fede e d’origine ebraica. Marco Blasetti
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