a cura di I. Nobile e C. Rigoni

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fonte: H. Harendt, La banalità del male - Enciclopedia Treccani - Enciclopedia Sansoni - AA. VV. Konzentrations Zentrum - C Cartiglia, Storia e lavoro storico
 

Da ideologia a movimento di massa

 

Come ci racconta egli stesso in "Mein Kampf" (La mia battaglia), Hitler divenne un’antisemita dopo aver visto gli Ebrei dell’Europa orientale nei loro strani abiti nelle strade di Vienna; da ciò deriva la paura del misterioso e dell’ignoto su cui si basa la sua ideologia. Più concretamente egli si sentiva chiamato dalle differenze dell’aspetto esteriore ad intraprendere una guerra razziale in nome dello spirito tedesco. L’ideologia del "Mein Kampf" é essenzialmente fondata sulla gerarchia naturale, biologica delle razze e degli individui: qui Hitler dispone una graduatoria delle razze inferiori al cui ultimo posto colloca la "razza maledetta, degenerata, corruttrice", ovvero gli Ebrei. L’ideologia nazista é di fatto riconducibile al darwinismo sociale, infatti proprio allo Stato viene affidato il compito della selezione al fine di tutelare la purezza della razza e eliminare i "non adatti" (gli ammalati, gli handicappati, i vecchi e cosi via).

Si nascondevano però delle ragioni economiche dietro le ragioni razziali, dato che gli Ebrei occupavano una posizione di grande rilievo nell’economia tedesca, basti ricordare che gran parte delle banche erano proprio in possesso di questi ultimi.

La fine della 1^ guerra mondiale vide la realizzazione attiva del razzismo in Europa dove il genocidio entrò nella storia come elemento della politica statale. Il maggior teorico nazista del razzismo fu Gunter che pose l’accento sulle differenze tra la razza ariana e quella ebraica compilando una lista dei tratti e dei gesti tipicamente "ebraici". Il suo avversario, Clauss, sosteneva invece che non tanto l’aspetto esteriore era essenziale quanto le ‘qualità interiori’ della razza per stabilire la supremazia di una sull’altra.

Fin qui i teorici, ma fu sempre in Europa che il razzismo come movimento di massa tentò realmente di conquistare il potere attraverso riunioni di massa, di propaganda associate al simbolismo. Infatti Hitler puntava maggiormente sull’aspetto coreografico, dando una parvenza mistica alle manifestazioni per impressionare gli spettatori coinvolgendoli in uno progetto di difesa della razza che acquistava quasi connotazioni divine. Le riunioni di massa del nazionalsocialismo divennero in pratica una liturgia che soppiantò le istituzioni del governo rappresentativo.

Nei primi anni del Novecento inoltre si ridefinì il concetto di mito, che era stato applicato alle leggende degli antichi e ai popoli primitivi. Il mito assumeva così il significato più elevato di principio eterno e nordico che dava all’uomo le sue radici, agganciato da Chamberlain alla guerra razziale.

In questo contesto assumeva particolare importanza la figura del condottiero politico: la giusta guida della razza si esprimeva in un capo che la rappresentasse, riunendo nella sua persona tutte le qualità associate col "mito" appassionato della superiorità razziale. Nella Germania nazista tale posizione fu occupata da Adolf Hitler.

Una volta al potere, la distanza fra la teoria e la pratica poteva essere superata attraverso il controllo imposto dalla dittatura, il pieno ricorso al paternalismo sociale (tendenza ad organizzare il tempo libero dei lavoratori fornendo i riti politici allo scopo di mascherare la regolamentazione dittatoriale del lavoro) e alla religione politicizzata. I razzisti del primo dopoguerra erano impegnati attivamente nella messa in atto della politica del proprio tempo sconfinando nella violenza che condusse ad una sempre maggiore "disumanizzazione" del nemico.

D. Eckart, che fu il braccio destro di Hitler nel periodo del suo ingresso nella vita politica dopo la prima guerra mondiale, proclamava che nessun popolo della terra avrebbe lasciato gli Ebrei in vita se avesse potuto vedere ciò che erano e ciò che volevano. Hitler accolse pienamente questo punto di vista, non solo in maniera retorica come Eckart, ma sentenziando che il tipo umano inferiore era più vicino alle scimmie che alle razze superiori.

Le autorità incoraggiavano la popolazione al genocidio attraverso la propaganda di massa diffondendo degli stereotipi che evidenziavano la somiglianza tra gli Ebrei e le scimmie.

Il nazionalsocialismo operava all’epoca una spersonalizzazione del nemico, dopo di che poteva dirigere i suoi attacchi non più contro esseri umani, ma contro un principio del male che aveva incidentalmente assunto forma umana. Le conseguenze del razzismo si manifestarono pienamente nel modo di attuazione del genocidio, modo contraddistinto da una burocrazia che spogliava le vittime di ogni loro caratteristica individuale.

Inoltre la tattica di Hitler richiedeva un’intensificazione graduale delle pressioni contro gli Ebrei, evitando un’azione drastica e spettacolare. Nel frattempo, la propaganda faceva sì che la popolazione si mantenesse neutrale, o addirittura appoggiasse misure che sconfinavano col genocidio.