a cura di I. Nobile e C. Rigoni

alla sezione precedente successivo indice 

fonte: H. Harendt, La banalità del male - Enciclopedia Treccani - Enciclopedia Sansoni - AA. VV. Konzentrations Zentrum - C Cartiglia, Storia e lavoro storico
 

Le concezioni razzistiche nel Settecento e nel primo Ottocento:

cosa significa il termine ariano

 

Nel Settecento, sotto l’influenza della corrente romantica, vennero postulate le leggi dello sviluppo organico della storia, teoria che abbandonava l’idea dell’importanza dei fattori ambientali nell’evoluzione dei popoli in nome della purezza razziale. Esponente di questo tipo di concezione é Herder che sosteneva che l’individuo potesse esistere solamente come membro di un popolo che si esprime mediante la letteratura, la lingua nazionale e la poesia popolare. In definitiva la nazionalità assumeva una dimensione estetica, storica e linguistica che la rendeva un’entità separata e prevalente da qualsiasi altra forma di organizzazione politica, ma senza degenerare in una supremazia nazionale irrispettosa degli altri.

Il linguaggio considerato come espressione di un passato comune spinse molti filologi a concentrarsi sulla ricerca scientifica delle affinità genetiche fra le lingue, che accertò la parentela fra sanscrito (antica lingua indiana) e antico persiano e molte lingue europee antiche e moderne. Ciò portò alla postulazione di una protolingua comune, l’indoeuropeo o arioeuropeo, importata in Europa dall’Asia all’epoca delle migrazioni dei popoli "ariani" (il termine ariano appare in questo contesto per la prima volta). La ricerca di affinità linguistiche condusse alla formulazione di giudizi di valore, di superiorità morale degli europei che avevano ereditato la lingua dagli ariani (ariano dunque era colui che fa parte della razza portatrice delle lingue indoeuropee). La lingua divenne un indice della vera spiritualità e della continuità con un passato incontaminato. Già nei primi decenni dell’Ottocento infatti si affermava che gli stranieri come gli Ebrei fossero incapaci di parlare la lingua nazionale del paese ospite, indice di diversità di origine storica e di una natura materialistica incapace di volgersi a Dio e alla natura.

Sia i Tedeschi che gli Anglosassoni nel corso dell’Ottocento scavarono nel loro passato alla ricerca delle radici nazionali e delle caratteristiche della propria "razza": si evidenziò la predilezione degli Anglosassoni per l’esercizio delle libertà attraverso le libere istituzioni e dei Tedeschi si rilevò l’amore per le libertà, l’indipendenza, le qualità morali e la capacità di autogovernarsi. Queste virtù incarnavano i valori della società ottocentesca e, a chi non condivideva il passato di queste razze, mancavano sicuramente queste caratteristiche.

Contestualmente alla ricerca storica e alla ricerca linguistica, il concetto di razza, cioé l’insieme degli individui di specie animale o vegetale che si differenziano da altri gruppi della stessa specie per uno o più caratteri costanti e trasmissibili ai discendenti, elaborato dall’antropologia, diede un forte impulso alle teorie razziste. Questo era dovuto al fatto che alla pura impostazione scientifica che si può ricondurre a Linneo e Buffon che suddivisero i popoli secondo il colore, le dimensioni e la forma del corpo, venivano fatti derivare giudizi sul carattere e sul temperamento degli uomini proponendo dei "tipi ideali". In questo contesto si inserisce la frenologia di F.J. Gall, ovvero la dottrina secondo la quale funzioni psichiche avrebbero una particolare localizzazione cerebrale. Si sviluppò quindi il principio secondo il quale le predisposizioni morali e intellettuali degli uomini potevano essere determinate dalla configurazione dei loro crani. Le misure dei crani divennero fondamentali per determinare il "tipo ideale", cioé per lo sviluppo della biologia razziale.

Per distinguere inoltre una razza pura dalle altre gli antropologi ricorsero ad una nuova concezione atta a spiegare il motivo delle grandi diversità tra esseri umani: il poligenismo, secondo il quale Dio doveva aver creato altre specie d’uomo oltre Adamo, ipotizzando un’essenza ereditaria.