Educare alla democrazia
Il cittadino sovrano democratico e la scuola pubblica
Intervista a Nadia Urbinati tratta da Cooperazione Educativa n° 1 2009
Nell’introduzione Ai confini della democrazia 1, lei affronta alcune questioni cruciali.
La prima riguarda la nozione stessa di democrazia: “democrazia è il nome di una forma di governo e di un ideale politico morale…” E più avanti, facendo riferimento all’articolo 3 della Costituzione italiana, lei afferma che questo articolo ci invita a pensare alla democrazia “come a un processo dinamico…[alla] composizione del demos come mobile e mai data definitivamente…”. Apre così un ventaglio amplissimo di riflessioni e implicazioni. La prima domanda, per noi, è: si può educare alla democrazia? O meglio, la scuola come può educare alla democrazia?
La scuola deve educare alla democrazia; ma si tratta di un “dovere” in senso morale perché nessuna legge può imporre alle scuole ideologicamente come educare; però, se é vero che, come i padri fondatori del pensiero democratico ci hanno insegnato (ho in mente John Dewey), la democrazia é un governo fondato sulla legittimità dell’inclusione politica universale, la cittadinanza appartiene a tutti, ai più e ai meno acculturati, ai più e ai meno saggi, a tutti indistintamente, allora appare evidente il rischio che il consenso venga manipolato, che si abbiano scelte politiche non riflessive. Il cittadino democratico ha molte responsabilità per questa ragione; é fondamentale affinché la democrazia dia il meglio di sé (o comunque non dia il peggio) che abbia scuole solidamente pubbliche, perché la scuola non è un diritto sociale, ma un diritto politico e civile; un diritto di cittadinanza proprio perché il sovrano democratico è un collettivo non selezionato ma composto da tutti noi, uomini e donne. Certo che occorre pensare la scuola non soltanto in termini di istruzione e formazione delle capacità che consentono agli individui di essere buoni lavoratori, buoni impiegati, buoni professionisti ma anche in termini di educazione attiva alla cittadinanza, affinché formi cittadini resposabili, in quanto il diritto di voto é un potere, un potere importante ed enorme che incide direttamente sulla vita di tutti.
Un altro focus, fondamentale quando parliamo di educazione, è quello che lei definisce “non coincidenza tra istituzioni democratiche e democrazia”: in questo quadro cosa può significare educare alla cittadinanza attiva? Ad una cittadinanza che non porti ad una “società docile”, una società dove il potere moderno “può rinunciare alla violenza sui corpi perché si radica nell’anima dei suoi sudditi” 2, per usare una sua definizione.
Questa non coincidenza tra istituzioni democratiche e democrazia, per l’insegnante che ha a cuore queste tematiche, può aprire un’aporia.
La democrazia è fondata su questa aporia, perché appunto è il nome di due realtà che in una società democratica non possono non entrare in conflitto, ovvero da un lato le istituzioni e lo Stato come tale, quindi un sistema di coercizione che impone obbedienza alle leggi e che lo fa anche con l'uso della forza se necessario (l'uso legittimo ovviamente della forza, come in uno Stato costituzionale democratico); ma d'altro lato, il sovrano di questo Stato sono i cittadini che vivono fuori dalle istituzioni, che formulano le loro opinioni nella vita quotidiana, e lo fanno liberamente incontrandosi, scambiandosi opinioni, cambiando idea su varie cose, anche su come prima avevano votato. Quindi esiste una perenne tensione tra istituzioni e extra-istituzioni. È necessario che sia così, innanzitutto perché, votando ciclicamente, si prevede un rinnovo del personale politico: la democrazia é un modo di regolare il mutamento politico senza violenza e pacificamente. Questo prevede una società attiva. L'educazione alla democrazia non è un'educazione all'obbedienza passiva; è vero che le leggi vanno rispettate, anche quelle che non ci piacciono, perché la regola di maggioranza l'abbiamo accettata tutti accettando la legge fondamentale, la Costituzione. Però questo non significa che dobbiamo sederci o lasciare che le cose vadano, significa invece che obbediamo a quelle leggi ma intanto facciamo del nostro meglio per cambiarle. Ricordiamo quel che rispose Socrate a Crizia, quando andò in prigione per convincerlo a scappare, perché i suoi amici potevano farlo scappare: “No io resto, non scappo perché ritengo che le leggi vadano sempre obbedite, e che però occorra far di tutto per cambiarle.” Obbediamo ma ci impegniamo a cambiarle e lo facciamo come? Sviluppando una visione critica, mai considerando nessun tema di ordine pubblico, che riguarda cioè noi, al di fuori della contestabilità: tutto è contestabile perché la democrazia è un permanente processo di emendamento, di cambiamento.
L'esempio di Socrate è bellissimo, però sappiamo com'è andata a finire…
Il fatto che quella democrazia avesse portato Socrate alla morte è perché quella democrazia non era fondata su diritti fondamentali. La democrazia moderna è, in questo almeno, superiore rispetto a quella antica. E’ come se avesse ideato una corazza per proteggere se stessa da se stessa: per proteggere se stessa nei momenti nei quali prende decisioni sbagliate. La Costituzione é come la regola scritta da una persona sobria prefigurando la possibilità di ubriacarsi: da persona sobria faccio leggi che consentono a me quando non sarò più sobria di proteggere me stessa. La Costituzione democratica e la Carta dei diritti sono l’esito di strategia di anticipazione del possibile negativo. L’esito quindi di esperienze storiche molto dolorose, dalle quale i popoli hanno appreso qualche cosa di importante. I diritti fondamentali sono ciò che ci consente di non avere più Socrate, il destino tragico di Socrate.
Per stringere sulla scuola, lei molte volte è tornata criticamente sui provvedimenti Gelmini. Ci sono due punti, in particolare, che vorremmo che lei riprendesse per noi.
Il primo riguarda l’importanza del tipo di opposizione che sul decreto Gelmini si è manifestata, una opposizione che è partita dalle scuole, dalle maestre, dagli insegnanti, dagli studenti, dai genitori.
Il secondo riguarda le prospettive della società italiana e l’opportunità che il sistema scolastico e universitario sanno offrire ai giovani, perché, come lei ha scritto “[…] una società democratica non può disinteressarsi della formazione delle opportunità né della qualità del lavoro” 3.
La prima domanda è cruciale. L'intervento del ministro Gelmini è stato successivo a quella famosa decisione di bilancio presentata e discussa in luglio dal governo in 9 minuti e mezzo; in quel documento di programmazione economico-finanziaria c'era già tutto quello che Gelmini poi ha cominciato a fare. Ci dobbiamo chiedere: e cosa faceva l'opposizione parlamentare? Non si era accorta che in quel provvedimento deciso in 9 minuti e mezzo c'erano le condizioni per il disfacimento della scuola pubblica? c'è stata una straordinaria debolezza dell'opposizione istituzionale, che non ha fatto il suo lavoro. Quando i provvedimenti Gelmini sono diventati tali, ovvero quando la scure di Tremonti si è abbattuta sulla scuola, cosa restava da fare? Restava da fare quello che le scuole hanno fatto. I cittadini direttamente interessati alla scuola pubblica (che è la loro scuola, non la scuola dei poveri ma la scuola dei cittadini, la scuola nostra) l’hanno difesa nei modi che la costituzione consente loro di fare: dimostrando liberamente e pubblicamente il loro giudizio negativo. I cittadini hanno preso in mano le loro sorti sottolineando con ciò che i loro rappresentanti non avevano fatto e non facevano il loro lavoro. È giusto che sia così proprio per quel che ho detto all’inizio sulla tensione naturale tra istituzioni ed extra-istituzioni. Quando le istituzioni peccano i cittadini intervengono anche se non possono decidere direttamente, ma come si è visto, possono influire sulla decisione a tal punto da costringere un ministro (la Gelmini) a fare un passo indietro, temporaneo probabilmente, però a fare un passo indietro. Quindi è un segno che la democrazia delle istituzioni e la democrazia fuori dalle istituzioni possono essere in tensione. Ma come si diceva poco fa, la democrazia dei cittadini è fondamentale: noi siamo i nostri guardiani e non deleghiamo ai nostri rappresentanti tutto l'onere e l'onore di proteggere le nostre libertà e i nostri diritti.
Lei sta mettendo in relazione democrazia diretta e democrazia parlamentare?
Faccio una distinzione: democrazia diretta è quando i cittadini direttamente votano le loro leggi; io non penso che questo sia il nostro caso. L'azione diretta dei cittadini é azione del giudizio pubblico, ovvero dell'opinione pubblica organizzata, che ha un'influenza sulle istituzioni: é questa ad essere diretta nella democrazia rappresentativa. Quindi la volontà viene esercitata dal rappresentante eletto, che la usa per votare in Parlamento le leggi che tutti accettano di ubbidire. Ma i cittadini non delegano mai il loro giudizio e quel giudizio è sempre presente e qualche volta interviene con forza per modificare un indirizzo politico, anche se non produce mai decisioni direttamente (se non nel caso del referendum, ovviamente).
Rispetto alla seconda parte della domanda…
La difesa della scuola pubblica. Qui vorrei veramente fare una critica aspra alla sinistra e lo faccio da persona di sinistra come sono, perché questo processo di smantellamento della scuola pubblica nel nome del pluralismo educativo, nel nome del diritto delle famiglie di mandare i figli alle scuole che vogliono (e di ricevere dallo Stato un contributo per esercitare questa libertà di scelta)… questo processo, questa mentalità, questa politica è cominciata col primo governo Prodi e poi é stata perfezionata col governo D'Alema. Quindi diversi anni fa, prima dei governi di destra. All’interno della Sinistra si è aperta come una falla nella concezione del pubblico, facendo sofisticamente apparire come pubblica tutta la scuola perché offre un servizio che é pubblico. Ma la Costituzione é chiara nella definizione del pubblico quando parla di scuola privata senza oneri per lo Stato. Che ci sia il pluralismo educativo, ma libero davvero e senza soldi pubblici! La politica dei finanziamenti pubblici alla scuola privata produce un altro grave fenomeno: crea artificialmente un mercato, il mercato dell'educazione e lo crea artificialmente perché appena lo Stato dà soldi o sgravi o forme di finanziamento al privato, il privato si mobilita perché vede in questo una sorgente di profitto. Quindi lo Stato crea artificialmente il mercato dell'educazione. Questo è quanto di più deleterio lo Stato democratico possa fare. E lo ha fatto, ripeto, un governo di sinistra; la Gelmini non fa altro che portare alle estreme conseguenze quello che è un discorso purtroppo cominciato a sinistra anni fa, questo vorrei che fosse molto chiaro perché è la verità purtroppo.
Ciò cui oggi assistiamo attoniti é la distruzione sistematica di un patrimonio creato con fatica e con grande saggezza dalle generazioni precedenti, quelle che fecero la scuola pubblica (a partire dall’Ottocento) e poi la Costituzione. Tornando alla scuola: difendere la scuola pubblica non è come difendere un servizio sociale; vorrei che fosse chiaro che la scuola non è un servizio sociale. I servizi sociali sono quegli interventi di aiuto che il cittadino democratico decide di dare a se stesso nel caso domani la sua condizione economica diventi problematica, quindi è un modo per pensare al proprio futuro. Ma la scuola non è una rete d'aiuto, la scuola è un diritto che il cittadino come sovrano democratico si dà. Il cittadino democratico non può permettersi di essere ignorante o acritico, perché è sovrano di se stesso. La scuola è un diritto civile e politico e come diritto va difeso e distribuito egualmente a tutti. Come tutti hanno eguale porzione di potere politico (una testa/un voto) così le scuole pubbliche devono essere di eguale qualità per tutti; le scuole pubbliche non sono né devono diventare scuole di seconda scelta per cittadini bisognosi o di seconda categoria. L’eguaglianza dei diritti è un valore democratico fondamentale, non un'opinione. Se si transige su questo deperisce la casa democrazia, la quale è fondata su queste fondamenta egualitarie; esse sembrano precarie perché sono tenute insieme dalla nostra volontà di difenderle, non da altro. Ma sono fortissime se noi sappiamo difenderle.
Vorrei infine farvi una proposta.
Io tutti gli anni quando posso, vado in una scuola elementare, quarto anno, quinto anno, per fare una piccola lezione di educazione civica: l'articolo 3 della Costituzione. Ora che sono molti i bambini di diverse nazionalità o comunque di diversa etnia, questo articolo acquista un significato nuovo. Ed è bello vedere questi bambinetti di 9-10 anni che si fanno domande sull'uguaglianza e la differenza. Ecco, io ritengo che voi dovreste stimolare i docenti universitari, i ragazzi che si sono appena laureati a fare queste esperienze nelle scuole pubbliche; a fare un servizio di cittadinanza.
Sarebbe importante perché si crea il senso del pubblico come un unico pubblico: dalle scuole elementari all’università, un unico circuito pubblico, un patrimonio pubblico integrato e comprensivo.
(a cura di Mirella Grieco e Ludovica Muntoni)
1 Nadia Urbinati, Ai confini della democrazia, Donzelli Editore, Roma, 2007, pag. 3-7 ![]()
2 Nadia Urbinati, L’Italia docile che ha perso dissenso, in La Repubblica del 20 agosto 2008 ![]()
3 Nadia Urbinati, Il valore del lavoro, in La Repubblica del 29 luglio 2008 ![]()
Nadia Urbinati insegna Teoria Politica alla Columbus University di New York. Tra le sue pubblicazioni: L’ethos della democrazia (Laterza, 2006), Individualismo democratico (Donzelli, 1997) e Ai confini della democrazia (Donzelli, 2007).
![]()

