I giorni dell'Iqbal Masih
Intervista a Simonetta Salacone tratta da Cooperazione Educativa n° 4 2008
Comincerei l’intervista (1) con un breve racconto della vostra lotta.
Il 27 del mese di agosto avevo molta gente qua in direzione che mi diceva “Che facciamo?”: perché avevamo letto l’intervista del ministro Gelmini il 22 sul Corriere della Sera, avevamo sentito l’intervista a Cortina e ci eravamo preoccupati.
Il primo settembre, in Collegio Docenti, abbiamo deciso che avremmo fatto il collegio del 3 mattina in forma di assemblea sindacale aperta e abbiamo invitato i sindacalisti. Il collegio ha accettato all’unanimità questa formula e abbiamo deciso che saremmo entrati in agitazione. Il giorno successivo, il 4, si è costituito un coordinamento genitori-docenti, che ha presentato le proprie proposte di messa in stato di agitazione al Consiglio di Circolo. Il Consiglio di Circolo, il 4 pomeriggio ha aderito all’unanimità all’azione di lotta di questo coordinamento. Il coordinamento ha deciso che l’agitazione sarebbe consistita in un’occupazione della scuola dal primo giorno fino a non si sapeva quando, con l’intenzione di fare una serie di incontri, aperti a tutti sulla situazione e sul decreto. Io ho personalmente aderito al coordinamento, perché ne condividevo le ragioni. Ma non volevamo interrompere la didattica, quindi abbiamo deciso che non avremmo occupato le aule, i laboratori… ma avremmo occupato la Buca dell’auditorium, i due atri e il giardino. Dopodiché abbiamo cominciato a stilare il programma di questa prima settimana di scuola che avrebbe dovuto prevedere incontri con tecnici e con esperti. Abbiamo valutato se venire o no a lutto. Abbiamo preso il documento del CESP di Bologna dicendo “cominciamo a raccogliere le firme su questo”. Abbiamo stabilito che il primo giorno di scuola, visto che noi facciamo tempo pieno non dal primo ma dal secondo giorno, uno dei docenti avrebbe fatto scuola e l’altro avrebbe spiegato ai genitori riuniti in assemblea, il decreto 133. Questo il primo giorno per un’ora, un’ora e mezzo. Alcuni avevano messo il fiocchettino nero, mentre fuori i genitori avevano esposto dei cartelli, con queste parole d’ordine: “Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini”, “Siam piccini, siam bambini ma bocciamo la Gelmini” .Questi cartelloni erano grandi, molto colorati, non c’è stato nulla di triste. La didattica si è svolta regolarmente dal primo giorno e dal primo giorno è cominciata l’occupazione. Io sono andata alla Questura e ho portato la nota, avevo già preannunciato al commissario che ci sarebbe stata un’ agitazione. “Signora”, mi ha detto, “chiamiamolo presidio. Noi con molta discrezione vi seguiremo. Ci faccia sapere lei se ha problemi.” E dal 15 è cominciato questo presidio permanente: i bambini dormivano a scuola nella Buca - i genitori gli gonfiavano i materassini la sera e restavano a parlare. Lunedì 15, nel pomeriggio abbiamo avuto un incontro con Alberto Alberti, affollatissimo, saremo stati 200. Lui è stato splendido. Metà erano genitori ed erano affascinati dalle cose vere che diceva Alberto, il quale ha spiegato che la scuola italiana, dalla Legge Casati in poi, aveva sempre prolungato i tempi, gli orari della giornata scolastica e mai si era tornati indietro.
A quel punto è cominciata una presenza mediatica fortissima nella scuola. C’è stata un’infinità di giornalisti e di tv, passavano mattinate intere qua dentro e sono rimasti tutti estremamente soddisfatti vedendo le cose che si fanno nelle scuole… Tutti gli articoli che hanno scritto erano prese di coscienza reali. La cosa delicata è stata tamponare i rischi di invasione, salvaguardare la didattica, non far riprendere i bambini…
C’è stata una giornalista di Libero che ha scritto un bellissimo articolo e poi ci ha chiesto se ci era piaciuto. E si è scusata dell’articolo accanto, di Farina, che diceva “Licenziamo le streghe vestite di nero!”. I giornalisti stavano qui le ore ad ascoltarci, a vedere cosa facevamo: questo interesse della stampa ci è piaciuto perché era un entrare nel merito. Un giorno ci è arrivata l’indicazione “Stasera siete su RAI 3 a Primo Piano”. Io ero a scuola in seduta dalle quattro, non vi dico come eravamo conciate... siamo andate a Primo Piano così, improvvisate. È andata molto bene, ci hanno detto. È stato incisivo.
Nel frattempo avevamo anche il nostro blog e il sito da cui lanciavamo le iniziative...
Abbiamo lanciato le “Notti bianche per la scuola”, la prima la faremo stasera al 138° circolo, e poi il “No Gelmini day”, che è l’idea di un papà. A scuola c’è un gruppo forte di genitori giovani, persone molto generose, che quando diventano papà e mamma, toccano con mano la concretezza della vita. Sono stati bravissimi: hanno costituito una commissione stampa, hanno fatto la rassegna stampa al mattino… C’è un papà che mantiene i rapporti con i giornalisti…
Sembra una riedizione degli anni ’70, la fase di entusiasmo e di partecipazione dopo l’entrata in vigore dei Decreti Delegati.
È come se questa generazione, a cui non offriamo mai momenti di scambio e di riflessione, abbia avuto quello che abbiamo avuto noi negli anni ‘70. Per cui ti accorgi: o la sinistra ricomincia da qui o muore. Per raccogliere sulle cose concrete, sulle pulsioni, sui desideri, devi dare luoghi di incontro. Dove ci si incontra più? Abbiamo avuto un momento molto bello, vitale. C’erano i docenti più giovani molto solidali, i docenti meno giovani impauriti, ma anche molto presenti .
Anche i momenti di festa sono stati belli e sono stati anche momenti di presa di coscienza. Ci sono stati genitori, del tutto ignoranti di cose di scuola, che si sono dati da fare, sono cresciuti in questa iniziativa: mamme che sono andate a fare volantinaggio al mercato, davanti alle scuole, si sono mobilitate in maniera addirittura commovente. Ed erano delle persone semplici, persone che non fanno politica.
L’Assessore Marsilio aveva proposto di sanzionarci, ma Sanzo, il nostro direttore regionale, ha detto “No, non sanziono nessuno perché stanno facendo il loro dovere”. Poi mi ha scritto “Ricordi ai genitori che l’occupazione potrebbe essere un reato, che potrebbe dare adito a denunce, vi prego di vigilare...” E io gli ho risposto che di presidio si era trattato e che tutto era andato così bene che le forze dell’ordine, che ci avevano molto discretamente seguito, non erano mai dovute intervenire e che io avevo garantito l’igiene dei luoghi...
Poi venerdì scorso abbiamo fatto la“fiaccolata”: c’erano 2000 persone, da qui fino a largo Agosta, con l’interruzione del traffico... un corteo coloratissimo, non ce l’aspettavamo. C’erano persone di tutti i tipi: i nonni, i nostri ex alunni grandi ormai laureati che l’avevano letto su internet. C’era una partecipazione vera, spontanea.
Se tu lanci da una scuola una proposta, la proposta, se è saggia, viene raccolta. Vi dicevo prima che il “No Gelmini day” è l’idea di un papà rapper molto bravo, Luca Macini. Ha proposto questa giornata, poi l’abbiamo lanciata in tutta Italia. A Roma abbiamo già un’ottantina di adesioni: sappiamo ad esempio che c’è la scuola Vico, a Roma nord, che oggi fa un girotondo intorno a piazzale Clodio. Una scuola di Fiumicino che farà l’attraversamento della strada su e giù. Stasera qui da noi facciamo il lancio dei palloncini “No Gelmini day”, poi io mi sposto alla Corradi. La Marconi, che è una scuola che non si muove quasi mai, stasera farà delle iniziative per i bambini, farà Yoga per adulti e un buffet offerto dai genitori. Stasera facciamo anche la prima Notte bianca con Sara Modigliani, lunedì la faremo con Ascanio Celestini al 4° circolo, che è pieno di stranieri.
Poi abbiamo chiuso la settimana con una tavola rotonda. Io avevo invitato tutti i politici. Sono intervenuti, purtroppo, solo quelli di area di sinistra.
Le cose che racconti suscitano tante riflessioni. Tuttavia può sembrare che questa mobilitazione si sia incardinata sul NO.
Anche su un PER. Questi genitori difendono la scuola che conoscono e che, bene o male, funziona. Non per tutti funziona allo stesso modo naturalmente, dipende dai docenti che incontri. Però i genitori sanno che una scuola con tempi lunghi, distesi e che offre capacità di riflessione più ampia, è un valore.
Noi sappiamo che la scuola ha situazioni di eccellenza e situazioni di debolezza, però sappiamo anche che i passi avanti non si possono fare tagliando. L’idea che la scuola è un luogo che deve costruire dei tempi di riflessione e non può farlo tagliando, è facile da far capire ai genitori. Noi siamo per una scuola PER... Una scuola in cui tu hai tempo per i ragazzi, tempo di vita, di cultura, di apertura e tempo per i docenti, di riflessione, è una scuola che ha più valore. Una scuola con più persone che facilitino una riflessione più ampia, è più di valore che una scuola con un solo docente. Se ti capita male ti ha segnato per tutta la vita, se ti va bene pure, ma è comunque uno, che non può riassumere tutta la cultura ricca di una pluralità di soggetti.
Queste cose passano facilmente, stiamo cercando di capire che vogliamo una scuola che non educhi all’ordine e all’obbedienza, ma una scuola che sia autorevole ed educhi alla criticità e anche alla partecipazione per la crescita dei cittadini. I PER ce li abbiamo quindi. Che poi si possano fare alcuni risparmi, razionalizzando alcune sacche di spreco, lo sappiamo tutti, ma non certo nelle grandi città con un numero di alunni per classe piuttosto alto. Chi taglia parla delle patologie “ 9 docenti nel paesino di…” .Ora io non nego che 9 docenti, non so dove, siano una patologia, ma saranno due casi in tutta Italia. Il discorso che facciamo è: dateci l’organico funzionale e lasciate all’autonomia delle scuole la possibilità di utilizzarlo al meglio. La scuola sa quali risorse ha e come le può utilizzare. I tagli non possono essere indiscriminati e a priori, ma possono essere fatti come razionalizzazione rispetto ai bisogni.
Ricordo che quando è stata introdotta la pluralità docente nella scuola elementare, quando si è cominciato a parlare di moduli, l’atteggiamento degli insegnanti non è stato univoco. C’erano molte resistenze.
La scuola del modulo è una scuola difficile da realizzare. In una scuola elementare che veniva dal maestro unico, è stato duro anche introdurre il tempo pieno. Nell’altro plesso, che era a tempo normale, la difficoltà è stata, all’inizio, far passare l’idea della pluralità, idea che qui invece era passata già dal ’71, prima con le attività integrative, poi con il tempo pieno. Il tempo pieno è più facile come modello, perché tu hai una classe e due docenti. Il modulo con due classi e tre docenti è più complicato.
Però dove ci si prova è una crescita e funziona. E in tante parti d’Italia che non hanno il tempo pieno, ma hanno il modulo, non abbiamo risultati negativi, anzi. Io non credo che il ritorno al docente unico possa ormai essere un desiderio da parte della maggioranza dei docenti.
Nella mia rete di scuole non ci sono tempi pieni: gran parte sono moduli e funzionano bene. La difficoltà non è legata alla pluralità docenti, è legata al fatto che se io ho docenti precari, prima di introdurli nel modulo, faccio fatica perché devono trovare un accordo tra loro. Nel momento in cui l’hanno trovato, magari vanno da un’altra parte. Qui sta la difficoltà della scuola. Dove hai docenti stabili ,costruisci percorsi di formazione: il modello scolastico non è secondario ma lo adatti addosso al corpo docente che hai.
Ad esempio fare una coppia di docenti, un team docente, è una cosa delicatissima. Se tu puoi avere un corpo docente stabile puoi fare 27, 30, 32, 40 ore: il problema è costruire insieme la collegialità. Io ho fatto la maestra unica:la più grande sofferenza è che non sapevi mai con chi confrontarti. E infatti andavamo all’associazionismo anche per questo.
Io sono passata di ruolo molto presto e ricordo che le mie colleghe anziane, quando mi incontravano, mi chiedevano “Di chi è la classe?” convinte che io fossi la supplente. Né a dire dire che imparavi il mestiere dal vicino, a meno che non trovassi uno disposto, generoso… allora noi si andava all’associazionismo perché sapevamo che da soli non ce l’avremmo fatta. E poi il tempo... Non mi bastava mai. Quando lavoravo a Setteville facevo venire i ragazzini a casa, quelli più deboli, avevamo pure i doppi turni. Il tempo non mi bastava proprio. Già negli anni Settanta avvertivamo che la solitudine era insopportabile.
Quindi l’importanza del team e di un team stabile... Però che cosa garantisce che in un team ci sia un vero confronto? E il consiglio di classe della scuola media è un team, secondo te?
C’è una differenza. Mentre nel consiglio di classe tu non hai tempo di riflessioni comuni, noi della scuola elementare abbiamo due ore settimanali, che ora ci vogliono togliere, che sono una ricchezza. Le due ore settimanali servono a mettere a punto il programma unitario, ad aggiustarlo. Quindi hai due ore dell’orario di cattedra destinate esclusivamente al coordinamento del team. Poi, non avendo una divisione disciplinare rigida, noi non abbiamo uno che entra e uno che esce: nei team migliori hai una programmazione comune sui contenuti. Qual è secondo me il dramma della secondaria superiore, ancora più che della secondaria inferiore: quando tu insegni le discipline, lasci a carico dei ragazzi la ricomposizione dei saperi. E i ragazzi da soli non ce la fanno. Invece nelle elementari, tu parti da un sapere che è una concrezione di cose e piano piano vai sviluppando il punto di vista disciplinare, a partire da esperienze concrete. Nella scuola media o media superiore, siccome non hai tempo di partire dal concreto, ovvero ognuno ha l’assoluto della propria disciplina, parti da queste…spesso poi i ragazzi difficilmente capiscono a cosa gli serve quella disciplina.. Nelle elementari migliori, nelle esperienze di materna, dove non hai ancora la rigidità della disciplina, arrivi alla ricomposizione dei saperi. Nella superiore parti dalla disciplina e non arrivi quasi mai a ricomporre. E io trovo che questo sia una differenza enorme tra un consiglio di classe e un team.
Torniamo alla scuola elementare, che è la scuola di eccellenza in Italia… Perché, secondo te, c’è una frattura così profonda tra elementari e medie, perfino sul piano dei comportamenti?
Io ero completamente d’accordo col ciclo unico di Berlinguer, ve lo posso dire spassionatamente… Secondo me affidare un ragazzino dalla materna ai 13 anni a uno stesso collegio dei docenti, seppure molto articolato al suo interno, avrebbe evitato queste frammentazioni.
Però è importante, anche dal punto di vista cognitivo, che ci siano delle cesure. Anche i salti aiutano a crescere.
Sono d’accordo: la linea di crescita è una linea spezzata…
Per concludere, questa intervista uscirà a dicembre: ti chiederei che previsioni fai.
Intanto, per non smontare questo movimento spontaneo, che si è costruito, che è importante, perché non solo sta facendo una lotta contro qualcosa ma sta riflettendo su cosa deve fare la scuola in questi tempi, in questa Repubblica, vanno dati anche degli obiettivi di prosecuzione. Io vado dicendo in giro “aspettiamo la circolare sulle iscrizioni, perché lì mi dovranno dire quali sono le risposte per i tempi pieni, i tempi lunghi”.
Di solito escono a dicembre, perché a gennaio facciamo le iscrizioni. Io dal 7 gennaio iscrivo… Quindi di sicuro entro dicembre devono uscire le circolari. Prima ci deve essere il regolamento e ci deve stare il ridimensionamento.
Prima ancora ci deve essere il decreto.
Che purtroppo passerà. Anche se passa non ci smontiamo. Perché dopo ci sarà da discutere sul dimensionamento e sarà feroce la discussione, perché lì hai le opposizioni trasversali. La Lega ci tiene ai suoi piccoli centri. Qualcosa si dovranno inventare. Allora aspettiamo i regolamenti, verifichiamo cosa ci dice la circolare, dopodiché facciamo una valanga di richieste di tempo pieno e tempo lungo, e vediamo quante riescono a farne ottemperare: qualcosa succederà rispetto alla non soddisfazione dei bisogni delle persone. Se poi ci dicono “Fateli con gli straordinari” e gli straordinari non ci sono, “Fateli con gli Enti Locali” e questi non hanno da investire, qualcosa si dovranno inventare. La lotta proseguirà.
(a cura di Mirella Grieco e Patrizia Lucattini)
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