Quale scarto c'è tra il fare il maestro ed essere maestro? Quali aspettative ci muovono nel percorso dell'educare e dell'insegnare e come ci rapportiamo ad esse? Riusciamo ad essere coerenti tra l'essere e il dover essere?

 

Bambini

Il maestro di scacchi

 

Aspettative

“Vogliamo uno stacco dal suolo, un minor peso”

"Chiedo la forza del tirarsi indietro
(...) la forza somma del non fare
del non dire del non avere del non sapere.
La forza del non, è quella che chiedo.
Non non non: che parola splendida
questo non."

" (...) Vogliamo uno stacco dal suolo,
un minor peso.
(...)
Che si colmi la distanza
fra ciò che senti e ciò che fai,
fra ciò che attendi e indaghi
e il poco che sai". 1

"Rimani sempre integra
e coerente con te stessa." 2

Il mio primo anno da maestra ero piena di sogni, di grandi utopie da realizzare. Procedevo a tentoni, impastata però anche di una forte passione, di un fuoco sempre acceso, di una tensione a fare, concretizzare. Tante idealità e tanti dubbi, molte incertezze.
Sono trascorsi quattro anni, sono cambiate molte cose, sono forse diventata più sicura in alcune circostanze, ma sono sempre presa da dubbi e ripensamenti. Colta di sorpresa anche da disillusioni e delusioni profonde.
Da un forte senso di rifiuto per molti non-sensi della scuola.
Perché devo seguire per forza questo progetto, cosa c'entra col lavoro che sto facendo insieme ai bambini? Perché devo dire di sì a tutto quello che mi propongono le colleghe? Per cortesia?
Perché ogni anno bisogna fare il solito coro natalizio?
A volte mi sembra di essere presa in una rete e mi divincolo, mi sento soffocare.
E' questa la scuola in cui voglio lavorare? Fatta di obblighi, di piccoli intrighi, di favori e di opportunismo?
Quest'anno sto dicendo molti no, per tenere insieme il senso, fragile senso di ciò che si pensa e si fa.
A settembre mi sono detta che non mi sarei adeguata a modelli e stili di lavoro in cui non mi riconosco e che, nostro malgrado, spesso ci influenzano, si intromettono e ci imbrigliano.
Non voglio sapere ciò che accade nei corridoi, ciò che si dicono le colleghe, non voglio assistere ai racconti di belle imprese, a vanità e “patatìpatatà”. Non voglio farmi assalire da racconti di tragedie, da pettegolezzi e ripicche.

Quattro anni. Allora c'era l'ombra della Moratti, ora quella ben più minacciosa della Gelmini.
Che strano, la mano tesa a negare, a distruggere le buone pratiche è quella di una donna...
Mi capita spesso di pensare a questo: Come si può essere donna senza la consapevolezza di ciò che si fa. Senza chiedersi se ciò che si fa sia coerente con un certo stile femminile, con una coscienza profonda di ciò che significa essere donna oggi, in Politica, a Scuola.
Come si fa ad essere donna "per caso", senza pensiero?
Mi ha sempre procurato una grande inquietudine questo fatto, che osservo intorno a me, a scuola purtroppo molto spesso: vivere e fare, essere ed agire in modo automatico, senza spirito, senza portare nelle nostre azioni, nelle relazioni, alcun segno di bellezza, di cura.

Quando siamo a scuola, siamo coerenti con ciò che siamo? Ci porta fierezza l'agire secondo un progetto, o è assolutamente irrilevante l'impronta che lasciamo, il modo in cui ci muoviamo, il gesto che compiamo? Il modo in cui proponiamo un'attività?
Nell'ultimo film di Mike Leight, "Happy-go-lucky!", Poppy, la protagonista, è una maestra. Lo fa con entusiasmo. Porta a scuola una energia di vita che la anima anche fuori dal lavoro, un ottimismo, una passionalità che la attraversa in qualsiasi momento. Non ci sono cesure, spaccature, stridori tra l'essere e il fare: che sia solo un'idealità, una meta verso cui tendere e come tale irrealizzabile, surreale?
Poppy vive insieme ad una sua amica, anche lei maestra. Un pomeriggio stanno insieme, in salotto e ovunque c'è disordine, libri, materiale vario sparso qui e là. Stanno preparando un'attività da proporre l'indomani nelle rispettive classi. Si confrontano, si scambiano idee e si divertono. (Io ci ho visto quella tipica aspettativa che provo quando ho in mente un’attività nuova da fare con i bambini e non vedo l'ora che arrivi mattina, non vedo l'ora di essere lì per fare, per realizzarla. Una specie di euforia nostalgica, di emozione anticipata).
Il giorno successivo le due amiche vanno a scuola, propongono, realizzano e alla fine giocano con i bambini agli animali, portando ciascuna il proprio stile, il proprio modo di essere, con maggiore o minore "prepotenza". La sera si ritrovano in cucina e si scambiano le impressioni della giornata, si raccontano ciò che sono riuscite a fare a scuola e il processo della realizzazione. Si raccontano anche la fatica, la stanchezza di esserci completamente. E sono fiere.
La fierezza è importante, fa parte del mestiere, del modo di esserci, del fare scuola in modo coerente con un certo pensiero politico.

La condivisione del fare e delle emozioni nel fare, non credo che spariranno con la "cancellazione" delle ore di compresenza e della programmazione.
Per alcune maestre scambio, confronto e condivisione continueranno ad animare il lavoro, anche a distanza, perché fa parte di uno stile, di un modo di essere, di una coscienza profonda femminile e politica di ciò che significa fare scuola.
Altre insegnanti, ministeriali, "casalinghe", si sentiranno legittimate a continuare a non fare ciò che hanno sempre non-fatto.
Ma non serve andar lontano, non serve immaginare le situazioni in cui si verificherà ciò che è stabilito da un reale regolamento. Già ora, lì dove manca un dirigente che pensa, lì dove c'è solo un vuoto esecutore di leggi e circolari, lì dove agiscono solo persone che si adeguano, senza politica, senza senso, cura e fierezza, capita (è sempre capitato) che si saltino le ore di compresenza, che le si interpreti a proprio vantaggio. E' sempre capitato che durante le ore di programmazione si vendano alle colleghe manufatti, collane, gioielli fatti in casa; che si copino i registri delle colleghe, che ci si confronti sulle attività, ma nel senso di accertarsi che le insegnanti delle classi parallele non siano andate più avanti col famigerato Programma.
E' sempre capitato che un cambiamento sia accolto con un ipocrita clamore obbligato, ma anche con una scrollata di spalle: per molte colleghe tutto cambia senza che cambi nulla.

Il mio più grande timore è che, se anche si tornasse indietro e non venisse applicato nulla di ciò che è stato proclamato e legiferato, se tutto tornasse come prima, il movimento di pensiero si congelerebbe. Tutto si fermerà, tutto stagnerà. Anche i progetti di cambiamento. Anche le ragioni delle proteste, del movimento.
Staranno peggio coloro che vogliono lavorare per davvero. Perché si sentiranno soffocare ancora di più, nelle scelte pedagogiche e nelle buone pratiche. Ma forse saranno gli unici a trovare e a creare dei varchi di bellezza, per i bambini e per sé. A cercare la falcata, lo stacco dal suolo.
Però non basta.
La mia impressione è che si vada avanti seguendo consuetudini. In ogni scuola ci saranno sempre (sempre ci sono state) maestre che "sanno il fatto loro" e maestre che voltano le spalle diventando sempre più indifferenti, al contesto, ai bambini, al mestiere.
Tutto questo sembra che sia dato per scontato.
Però non va bene.
Questa, forse, è l'occasione perché le Associazioni professionali, insieme con gli insegnanti, si mettano a lavorare per un serio cambiamento della scuola. Andare in giro, di persona, indagare, osservare, monitorare ciò che funziona e cosa no, perché.
E soprattutto puntare sulla formazione.
Una formazione seria che coniughi la teoria con la pratica. La formazione potrebbe far molto, quella obbligatoria, in servizio.
Penso a una formazione in cui si riprenda in mano la teoria, gli autori classici. In cui si discuta, si parli, ci si confronti. La teoria che stimola domande e dubbi e scrosta le certezze, le abitudini. Svela l'implicito, disvela i propri modelli inconsci.
Io mi attendo questo. Mi aspetto che dalla base si realizzi un vero cambiamento, che influisca sul pensiero di chi fa scuola, che agisca sulla coerenza della pratica con la teoria, sulla coerenza tra l'essere e il fare, sull'integrità delle scelte.


di Iara Ciccarelli Dias

1 da Paesaggio con fratello rotto. Fango che diventa luce, in Mariangela Gualtieri, Senza polvere, senza peso, Einaudi, Torino, 2006. up


2 Marjane Satrapi, Persepolis, Sperling & Kupfer, Milano, 2003 up



Iara Ciccarelli Dias è insegnante di scuola primaria a Roma. Fa parte della redazione di <<Cooperazione Educativa>>

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