Prove Invalsi: scuola media dove sei?
Per molti versi è evidente l’intenzione di questo Governo volta a smantellare il sistema di istruzione e la scuola secondo Costituzione: Una coerenza al negativo che investe aspetti strutturali (tagli sistematici alle risorse finanziarie, materiali, professionali) e assetti culturali (ordinamenti piegati ad una logica “riformatrice” che in realtà fa compiere alla scuola una regressione di chiara marca restauratrice). Ma non meno decisivi sono stati gli interventi che, sotto la specie di atti puramente “amministrativi”, o della cosiddetta “innovazione didattica” hanno prodotto effetti deflagranti, nel breve e nel lungo periodo.
Uno di questi riguarda il sistema della valutazione didattica nella Scuola Elementare e nella Scuola Media, su cui si sono abbattuti provvedimenti destinati a stravolgerne la natura e le finalità.
L’introduzione della valutazione con il sistema del voto decimale ha di fatto riportato l’una e l’altra nell’alveo di pratiche valutative che credevamo di aver archiviato, senza rimpianti, da alcuni decenni. In nome di una supposta “oggettività” affidata alla scala numerica, e nell’intento dichiarato di ricondurre la scuola alla “serietà” e al “rigore” perduti, si è consumata negli ultimi due anni scolastici una vera e propria regressione culturale.
Gli effetti non hanno tardato a manifestarsi, spesso presentati da chi ha responsabilità di governo come la dimostrazione di un risultato positivo. In realtà, l’introduzione dei voti decimali ha ridotto il delicato e complesso processo della valutazione ad una mera sommatoria, in cui gli elementi qualitativi e la valenza formativa sono stati estromessi. Sarà bene ricordarlo: nella scuola dell’obbligo, valutare è strettamente connesso, per non dire sinonimo, a valorizzare, come a dire attribuire un valore in chiave di emancipazione e non giudicare in un’ottica di selezione. In altri termini, l’atto della valutazione presuppone una forte intenzionalità educativa, quella per cui ogni soggetto in crescita deve essere ri-conosciuto, nel suo contesto e nelle sue potenzialità, e non semplicemente classificato in base ad un’astratta scala di valori preordinati.
Questo nuovo (ma quanto “antico”!) sistema di valutazione si mostra in tutto il suo effetto esiziale con l’introduzione della Prova nazionale INVALSI all’interno degli Esami conclusivi della Scuola Media e dell’intero primo ciclo. Effettuata a partire dall’a.s. 2007/08, già al suo esordio aveva suscitato forti e motivate perplessità, per una sostanziale incoerenza con il curricolo scolastico e per quella che a molti (compresa chi scrive) è sembrata l’invasione di un corpo estraneo nell’impianto pedagogico-culturale della stessa Scuola. Infatti, solo una conoscenza molto approssimativa delle pratiche didattiche e degli assetti profondi di questo segmento scolastico può condurre al paradosso pedagogico di una prova d’esame totalmente avulsa dal curricolo formativo, dalle sue premesse, dalle strategie adottate, dagli obiettivi prefissati dagli insegnanti. La già discutibile presenza delle Prove Invalsi, dentro un percorso fortemente caratterizzato quale quello degli Esami di Licenza media, ha mostrato tutto il suo potenziale negativo saldandosi, dall’anno scorso, alla valutazione decimale e diventando, da questo anno, a tutti gli effetti uno dei fattori quantitativi che concorrono all’esito e alla valutazione finale.
Il 17 giugno poco meno di seicentomila alunni di Scuola Media (vale la pena sottolinearlo: all’interno del percorso dell’obbligo scolastico) hanno affrontato su tutto il territorio nazionale i test predisposti dall’INVALSI: una serie di quesiti attinenti all’area della lingua italiana e a quella logico-matematica. Non è questa la sede per entrare nel dettaglio delle prove, ma alcuni rilievi sono possibili. Anzitutto, sulla complessità di un percorso che, a prescindere dai singoli contenuti, richiede notevoli capacità di padroneggiare gli strumenti della lingua (parliamo anche dei quesiti a carattere logico-matematico), per procedere in parecchi casi a vere e proprie operazioni di inferenza, di pensiero ipotetico-deduttivo. Laddove questo tipo di competenze trasversali non è chiamato in causa, ci troviamo di fronte a quesiti disorientanti (per la loro presunta ma non dimostrata ovvietà) o evidentemente nozionistici. Dai Programmi del 1979, nella Scuola Media la “grammatica” e la “sintassi” sono parte integrante del più comprensivo concetto di “Educazione linguistica” e la comprensione del testo non coincide con la semplice (per quanto significativa) identificazione del singolo elemento dell’enunciato, avendo a che fare con il contesto, il registro linguistico, l’intenzione comunicativa. Insomma, prove avulse dalla programmazione curricolare, dalle reali condizioni di contesto in cui sono maturati gli apprendimenti degli alunni, di quell’alunno, di quella scuola. Del percorso compiuto, dei risultati conseguiti in riferimento ai risultati attesi e alle condizioni di partenza, delle operazioni sottese alle performance, di tutto questo quelle prove non possono dire nulla. E’ appena il caso di ricordare che la valutazione conclusiva del triennio di Scuola Media proprio di questi aspetti si deve occupare…
Ma c’è dell’altro ed è l’aspetto più rilevante: proprio per l’astrattezza dei quesiti (nel senso della decontestualizzazione di cui si è detto) queste prove finiscono con il penalizzare le fasce di scolarità più fragili, quei soggetti che per storia, per provenienza socioculturale, per condizione non possono disporre di quell’enciclopedia delle conoscenze e degli strumenti concettuali che altri possiedono per status sociale. E’ sotto questo profilo che deve essere evidenziato l’effetto di selezione che producono questi dispositivi, inserendo nell’impianto, certamente perfettibile ma coerente, della Scuola Media un’insanabile contraddizione. La Scuola nella fascia dell’obbligo ha, in quanto tale, una finalità di formazione che è in se stessa emancipazione: il contrario della selezione.
Forse ci può aiutare la storia, quella che non a caso questo Governo in ogni sua azione vorrebbe cancellare, con la sua politica del punto e a capo. La Scuola Media che noi conosciamo e che non vogliamo sia snaturata, è nata nel 1962, all’interno di un dibattito molto serrato, come espressione di istanze sociali e di un disegno politico-culturale che postulavano l’istituzione della “Scuola Media unica” come parte significativa di un grande processo democratico nel nostro Paese. Ma bisogna aspettare il 1977, con la L.348, perché sia compiutamente “unitario” l’impianto della
Scuola Media. Fino ad allora, infatti, alcune materie facoltative diversificavano i percorsi e disegnavano destini sociali. In terza media, in orario curricolare, alcuni alunni seguivano le lezioni di latino, mentre altri svolgevano lezioni di “Applicazioni tecniche” (peraltro, divise in Femminili e Maschili…). Non c’è forse un’immagine più eloquente che questa di una classe che non si articola per permettere una didattica individualizzata, strategie compensative, ma che si divide per una scelta che sembra prefigurare le future classi dirigenti. La legislazione degli anni Settanta (non a caso è del 1977 anche la Legge 517, che ha introdotto decisivi cambiamenti nell’ambito della
programmazione, della valutazione, dell’integrazione scolastica) è stato uno dei punti più alti di politica scolastica del nostro Paese: è stato allora che la scolarizzazione di massa si è saldata ad altre importanti conquiste democratiche, ne è stata l’espressione ma anche il volàno. Per questo il ritorno ad una scuola selettiva, che conferma destini sociali quando dovrebbe, per mandato costituzionale, contribuire a superarne il concetto stesso, è uno dei tanti pessimi segnali di una nuova, più subdola selezione di classe.
Un prezzo che non dobbiamo far pagare alle nuove generazioni.
25/06/2010
Simonetta Fasoli
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