Audizione del MCE alla VII° Commissione del Senato
Il Movimento di Cooperazione Educativa, nell’accogliere l’invito del Presidente della VII Commissione del Senato, a produrre le osservazioni dell’associazione in merito al ddl 1108 (decreto legge Gelmini) e al piano programmatico scuola (atto n. 36), intende esprimere il rispetto nei confronti delle finalità e dei previsti percorsi istituzionali.
Innanzitutto ribadiamo le nostre perplessità sul metodo della decretazione d’urgenza usato dal Ministro che, al momento del suo insediamento riunendo il Forum delle Associazioni Professionali, aveva promesso un atteggiamento di ascolto attento nei confronti della scuola, una scuola che chiedeva stabilità dopo il susseguirsi dei provvedimenti degli ultimi anni . Ci colpisce la fretta con cui il provvedimento è stato preso, senza dunque alcuna consultazione preventiva, confermata dalla chiusura ad ogni discussione e/o miglioramento al decreto stesso sancita dalla fiducia imposta nel dibattito alla Camera dei Deputati.
Non solo, a nostro parere, non si è tenuta in considerazione l’autonomia scolastica, e siamo convinti che una riforma della scuola abbia bisogno, in ogni caso, di un tempo di elaborazione sociale e culturale , che l’imposizione per decreto rischia di annullare, vanificando ogni possibilità di cambiamento.
Tanto più il nostro dissenso è forte e condiviso da tanti educatori, scuole e associazioni professionali perché si vuole andare a modificare il primo ciclo della scuola, ovvero la scuola dell’infanzia e primaria, che sono le parti del percorso formativo più collaudate, funzionanti ed efficaci, così come testimoniano anche ricerche internazionali.
Il testo del ddl 1108 , pur modificato nel corso della prima lettura, riconferma le ragioni delle nostre critiche:
- Chiediamo di modificare l’art 4 che riduce il tempo della scuola e consegna la classe all’insegnante unico. In campo educativo l’efficacia non si misura in termini di risparmi immediati: si tratta di processi a medio e lungo termine e una verifica continua è fatta comunque dagli stessi operatori. I problemi della società di oggi sono complessi e non vi si può rispondere con idee semplificatorie e passatiste, evitando di affrontare la complessità, ad esempio rimettendo in cattedra un maestro tuttologo. La scuola di oggi non è più solo leggere scrivere e far di conto, è un laboratorio di apprendimento sociale e di nuovi linguaggi. E gli allievi non sono gli stessi di due generazioni fa, hanno bisogno che la scuola proponga loro altri apprendimenti -a cooperare apprendendo insieme ad esempio- e altre modalità relazionali . I ragazzi (e le loro famiglie) oggi hanno anche bisogno di un tempo scuola che non sia solo somma di proposte, arricchimento di varietà, ma un tempo formativo, di qualità capace di proporsi come esperienza organica e sensata. E allora perchè decurtare il tempo scuola (ridotto, a 24 ore settimanali), e permettere poi di richiedere altre ore aggiuntive e frammentate?
- La dicitura premessa all’art. 3 “valutazione del rendimento scolastico degli studenti” annulla ogni idea di valutazione formativa (sostenuta nella legge 517).La valutazione nel primo ciclo di studi è invece un elemento sensibile del processo formativo, capace di guardare ai percorsi più che ai prodotti, ai soggetti più che alle singole performance; mira a orientare il processo di apprendimento e a modificare l’azione educativa quando necessario. E’ fatta di documenti, prove ed errori, di autovalutazione. Pensare che conoscenze, abilità, competenze siano riducibili ad una sola scala numerica, oltre che un’illusione pericolosa costituisce una semplificazione che sembra piacere a chi ha dimenticato gli effetti di esclusione e selezione che ne derivano. Tra l’altro molti studi e ricerche psicopedagogiche hanno dimostrato che l’intelligenza non è una dotazione biologica, ma il risultato di una molteplicità di fattori, che debbono essere curati nella scuola, tra cui citiamo la comunicazione, l’espressione artistica, la capacità motoria, l’educazione affettiva, l’educazione alla socialità.
- L’emendamento che prevede la necessità di una decisione finale collegiale, seppure cerca di ristabilire una modalità di buon senso educativo, non garantisce il necessario confronto tra i vari punti di vista, che in sede di valutazione è determinante, e resa impossibile nelle classi condotte da un unico insegnante. Una valutazione unicamente numerica ci riporta ad una scuola che rischia di confermare le differenze sociali, culturali ed economiche esistenti tra gli alunni, senza far nulla per rimuoverle, come è, per dettato costituzionale, la sua mission. Una scuola come un ospedale per sani, avrebbero detto i ragazzi di Barbiana.
- Il decreto insiste sulla valutazione in decimi anche per il comportamento (art.2), messo in relazione con atti che si vorrebbero preventivi ad esempio nei confronti del bullismo. Non vogliamo sottovalutare il problema che, soprattutto a livello mediatico, è stato più volte sollevato in questi ultimi anni, ma siamo convinti che una buona scuola non sia fatta di intidimidazioni né di voti numerici. Riteniamo che la scuola, gli adulti educatori, ma anche i genitori, e la società si debbano interrogare, per comprendere il disagio di taluni gli allievi, farsene carico e puntare a cambiare le modalità relazionali e di apprendimento vigenti anche nella scuola; è necessario chiedere agli insegnanti di ricercare il rispetto degli alunni attraverso soprattutto la competenza e le buone pratiche didattiche.
Art. 5 . La nostra associazione conserva alcune perplessità sul problema del libro di testo. La norma che prescrive la permanenza dello stesso testo per cinque anni nella scuola primaria e per sei anni nella secondaria di primo grado rischia di ottenere l’effetto collaterale di rendere la nostra scuola meno pronta nel rispondere alle esigenze culturale delle giovani generazioni. La legge 517, sulla scorta delle esperienze scolastiche più avanzate, aveva invece permesso di superare l’unicità del testo attraverso la sperimentazione didattica e l’attivazione delle Biblioteche di classe , che nel tempo hanno costituito un patrimonio di diversificata offerta culturale per diverse generazioni di studenti.
- La Scuola dell’infanzia
Dopo i tagli al tempo della scuola primaria, si prospettano già analoghi tagli al tempo della scuola dell’infanzia .
- Si prospetta di una maestra unica, a 24 ore settimanali: Ci chiediamo perché si vuole privare i bambini di un tempo sociale del quale hanno tanto bisogno e dal quale possono apprendere, giocando, relazioni e cittadinanza, rispetto e conoscenza? Come potrà un’unica maestra dare a ciascuno uno sguardo con 30 bambini per sezione?
- - Si prospetta la fine d’ogni attività di compresenza: ore preziose durante le quali i bambini in piccoli gruppi possono sviluppare attività formative individualizzate, essere seguiti adeguatamente nello svolgimento delle attività quotidiane, sviluppare relazioni cooperative.
- Si prospetta l’idea di un anticipo dell’ingresso a scuola a due anni, ignorando le difficoltà di rispondere a bisogni di bambini piccolissimi con strutture per bambini più grandi; ignorando perfino le esperienze delle sezioni Primavera, che, pur prendendo in considerazione il bisogno delle famiglie di affidare il loro bambini a mani educative esperte, si poneva il problema di cambiare la struttura e l’organizzazione scolastica per poterla adattare al bisogno di bambini così piccolo, non sempre autonomi nelle loro funzioni quotidiane
- Il taglio delle piccole scuole
Il Governo dice che bisogna tagliare i costi della scuola per risparmiare. Ma quanto costerà a tutti noi una generazione povera di scuola, con una formazione di scarsa qualità? Ma soprattutto ci chiediamo che ne sarà di tante (migliaia) di scuole di piccole comunità, che hanno come unica chance evolutiva, di crescita culturale e di interazione sociale lo spazio-tempo scolastico. Chiudere le scuole perché troppo piccole e poco economiche non è una buona pratica educativa. Nell’Italia degli anni Cinquanta, ad esempio, fu attivato un piano di alfabetizzazione culturale di massa, fatto di scuole rurali, corsi serali di studio, e biblioteche popolari e successivamente anche di programmi televisivi (chi non ricorda il Maestro Manzi e il contributo dato all’uscita dall’analfabetismo con la sua celebre trasmissione Non è mai troppo tardi). Oggi i bisogni sono cambiati, ma la necessità di rendere effettivo il diritto allo studio, proponendo un facile accesso agli alfabeti dell’oggi (dalle lingue straniere, all’informatica) è sempre costituzionalmente valido: pena la decadenza dell’educazione alla cittadinanza democratica che lo stesso articolo 1 del decreto in questione vorrebbe incentivare.
Risparmiare sulla scuola risponde a una logica che non paga nemmeno sul terreno del risparmio perché significa rinunciare a investire sul futuro.
Per concludere
Ravvisiamo la necessità di un progetto civile, culturale e politico che attraverso la scuola, realizzi i principi costituzionali di uguaglianza, libertà e democrazia. La estensione reale e piena dell’obbligo scolastico è uno degli strumenti del disegno che vede la scuola come spazio promotore di integrazione sociale culturale e sociale, luogo di formazione di cittadini e cittadine consapevoli e responsabili, competenti . Questi sono obiettivi cui tendere continuamente, per la cui realizzazione occorre la stessa determinazione che nel 1962 portò alla istituzione della scuola media unica, il più grande processo di promozione sociale realizzato nel nostro paese.
Noi chiediamo il ritiro del Decreto e chiediamo che si avvii davvero un confronto nel paese, attraverso il coinvolgimento reale dei soggetti chiamati ad attuarlo.
13 ottobre 2008
Segreteria Nazionale del MCE
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