Colpiscine uno per educarne cento…

Ad essere colpito questa volta è un maestro di Cagliari, Andrea Scano, sospeso dal servizio per la quarta volta in dieci mesi per essersi rifiutato di usare il registro elettronico, introdotto dal D.L. n. 95/2012, per ragioni legate alla tutela della privacy delle bambine e dei bambini.

Quando si dice accanimento antipedagogico…

Una caparbietà da parte dell’amministrazione pubblica che non si riscontra nei confronti di altre inosservanze, come il rifiuto di partecipare a qualsiasi attività di formazione (purché, ovviamente, non si tratti di sicurezza e primo intervento, perché su quei corsi –ad altro costo- per i dirigenti non è possibile transigere).

Invece la compilazione assidua del registro elettronico, scandita da continue verifiche (al fine di “registrare almeno tre voti a ‘materia’ per fare media”) e in un tempo di registrazione limite (oltre il quale nessun ripensamento è più possibile per l’insegnante), per tacito assenso, se non per votazione unanime dei collegi docenti, diviene in molte scuole un obbligo imprescindibile, nonostante la sua non obbligatorietà.

Il Decreto n° 95/2012, infatti, aveva previsto che il MIUR, per rendere applicativo il dettato normativo, avrebbe dovuto predisporre un piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative e dei rapporti con le comunità dei docenti, del personale, degli studenti e delle loro famiglie. 

In assenza di questo piano, l’iter risulta incompleto e l’uso del registro elettronico non obbligatorio, come stabilito da una recente sentenza della Corte di Cassazione di novembre 2019. Ragione per la quale continuano a coesistere, nella pratica della valutazione delle scuole, entrambe le forme di registri, quella cartacea e quella elettronica.

Quali sono gli argomenti a favore dell’impiego del registro?

Alcuni potrebbero essere anche condivisibili, se l’impiego del registro non divenisse, con l’uso, la registrazione e la pubblicazione dei voti in itinere, uno strumento di ricatto più o meno sottile verso gli alunni, di pressione sulle famiglie, e di forte ostacolo alla valutazione formativa per l’insegnante.

Per i fautori del registro elettronico esso permetterebbe: 

  • chiarezza e trasparenza della valutazione. 

Il presupposto di questa pretesa è però fallace: da dove deriva la certezza ‘scientifica’ che un voto, qualsiasi voto, sia ‘chiaro’ e ‘trasparente’? 

Il processo valutativo di fatto non è mai neutro, ancora meno se espresso con una cifra.

“…ogni insegnante che valuta la prestazione dell’alunno, sta valutando se stesso che valuta quella prestazione, il suo giudizio più o meno positivo non giudica lo studente, ma la relazione che lui intrattiene con quello studente”

La valutazione è essenzialmente un processo interpretativo, in cui ogni insegnante fa riferimento a una precisa teoria dell’apprendimento, a un’idea di cultura, ma anche a un’idea di scuola e società. Ci si avvicina alla chiarezza e alla trasparenza di una valutazione se si consapevolizzano questi elementi, attraverso il confronto con altri (colleghi, genitori, studenti), se si arriva a cogliere, interpretare e raccontare il processo d’apprendimento, a indicarne i punti di debolezza, a lasciar trasparire quanto fatto, messo in campo, realizzato sul piano didattico. E questo non è possibile con il voto, che fotografa “prestazioni” senza cogliere i processi, condiziona negativamente la relazione educativa e non restituisce la complessità e la pluridimensionalità delle esperienze di apprendimento.  Ancora meno con l’immediatezza della sua registrazione, prevista dal registro elettronico, che sottrae spazio alla riflessività dell’insegnante e pregiudica la corretta comunicazione degli esiti dell’apprendimento. A ciò si aggiunge la pretesa delle famiglie, prima ancora di quella degli insegnanti, che basta fare la media dei voti in itinere per giungere al voto del quadrimestre. Presupponendo che esiti di verifiche su apprendimenti diversi abbiano lo stesso peso e valenza nel processo di apprendimento. Cosa fondamentalmente falsa. 

  • semplificazione delle procedure

Nella realtà di molte scuole e di molti insegnanti l’introduzione del registro elettronico ha invece complicato e non di poco le procedure, per l’assenza di dotazioni tecnologiche e di fondi per il loro acquisto, per la componente ansiogena provocata spesso dall’inadeguatezza delle competenze digitali dell’insegnante. In più ha ulteriormente minato la già compromessa relazione scuola famiglia introducendo la possibilità del controllo quotidiano e snervante del “quanto ha preso mio figlio”. 

L’uso del registro elettronico non ha quindi introdotto una gestione facile e sofisticata della valutazione scolastica, come recita la pubblicità on line della principale ditta produttrice di registri elettronici che, con la propria rete capillare di rappresentanti, avvince e convince segreterie e dirigenze sostenendo che dall’adozione la scuola ricava prestigio e guadagno pedagogico. Il registro elettronico, insieme al voto è invece un ulteriore intralcio, se non in molti casi una rinuncia, alla valutazione autenticamente formativa. É la negazione dell“esigenza di un lavoro riflessivo che duri nel tempo, l’esigenza di un’attesa che permetta al soggetto (alunno/a e insegnante) di esaminare ciò che ha fatto migliorandolo, progredendo e superandosi”

Di fatto implica la rinuncia da parte della scuola alle proprie prerogative culturali e pedagogiche a favore di una strumentazione tecnologica proposta/imposta da agenzie che non dovrebbero aver voce in capitolo e introducono invece surrettiziamente i propri prodotti propagandati quali soluzioni a tutti i problemi gestionali e organizzativi (con la fascinazione neo-liberista di slogan quali ‘la scuola del futuro’, la ‘classe viva’, ‘scrutinio 10 e lode’, ‘facile, veloce ed intuitivo’..).

Il registro elettronico è anche un’impalcatura di sostegno e di promozione della tendenza, sempre più accentuata nella scuola, a trattare le problematiche educative con soluzioni ‘semplici’, immediate, solipsistiche, chiuse al dialogo, gerarchiche, classificatorie e conflittuali. A partire dall’uso del voto confermato ancora dal Decreto n° 62/2017 dopo la sua introduzione nel 2008 con la riforma Gelmini. 

Per questo il Movimento di Cooperazione Educativa ha lanciato la campagna “Voti a perdere”, alla quale hanno ad oggi aderito associazioni professionali e sigle sindacali  per chiedere al MIUR, al Governo, alle forze politiche la revisione del Decreto Lgs n° 62/2017 e l’abolizione del voto nella convinzione che nessun voto numerico potrà mai classificare l’esito di un’attività di promozione culturale e umana e che la valutazione sia operazione eminentemente qualitativa e non quantitativa. 

Il 19° invariante di C. Freinet – I voti e le classificazioni sono sempre un errore. 

Il voto è una valutazione da parte di un adulto del lavoro del bambino. Sarebbe valida se fosse oggettivo e giusto. Può esserlo, per lo meno parzialmente, quando si tratta di acquisizioni semplici, della tecnica delle quattro operazioni, per esempio. Ma per il lavoro più complesso dove l’intelligenza, la comprensione, le nozioni stesse del comportamento entrano in linea di conto, ogni misurazione sistematica è deficitaria. Non occorre essere sorpreso se, a questo livello, i voti possono variare dal semplice al doppio secondo gli esaminatori, ciò non impedisce di usare in modo imperturbabile dei mezzi e dei quarti come se si trattasse di un cronometro. Che dire allora delle classificazioni stabilite sulla base di questi voti falsi? E come decidere che un tale allievo passi davanti a quello che lo segue solo per qualche centesimo di punto? Si tratta della più falsa delle matematiche, la più disumana delle statistiche. 

Stupisce che, a fronte di decenni di ricerche ed elaborazioni, cui pure le Indicazioni Nazionali e i documenti ministeriali più avanzati fanno riferimento, l’amministrazione scolastica ai suoi vari livelli e gangli non sappia trovare altra risposta, verso chi nella scuola cerca di operare con atteggiamento riflessivo e critico, che quella sanzionatoria. 

Il maestro Scano, pur disobbedendo alle determinazioni collegiali (non sempre purtroppo raggiunte con consapevolezza e dialogo) pone un problema di fondo, rilevato anche da Eraldo Affinati: il registro elettronico viola di fatto la privacy della relazione educativa. …“la dimensione emotiva della lezione […] possiede un’intensità tale che nessun riscontro numerico potrà mai rappresentare [….] Mostrare soltanto i numeri e le parole dei risultati scolastici, quasi fossero semplici clausole definitorie, significa scatenare la competizione, suscitare l’invidia, provare il rancore, favorire le effimere felicità, occultando la vera qualità delle relazioni umane che si dovrebbero poter sviluppare in classe.”

Investire sulla qualità delle relazioni è il presupposto e il senso di una pedagogia dell’emancipazione per ciascuna/o dove la valutazione, come parte integrante del processo di insegnamento-apprendimento, deve avere prioritariamente per alunno, l’insegnante, il contesto una funzione di accompagnamento, ascolto, auto-regolazione.

É nell’esercizio delle reciproche responsabilità pedagogiche che insegnanti e comunità scolastiche sono chiamati a cogliere la complessità del processo valutativo, ad attraversarlo e a restituirlo attraverso modalità capaci di cogliere e comunicare la qualità del processo di apprendimento, le potenzialità implicite di cambiamento evolutivo proprio di una scuola della Costituzione.  

Riflettere su questo, sulle prerogative di un Collegio dei Docenti e sulle implicazioni pedagogiche e culturali nell’uso del registro elettronico è un compito di ogni scuola. A partire dalla scuola del maestro Scano.

Giancarlo Cavinato, Anna D’Auria

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