Banchi tradizionali addio? Che novità…

Daria Ridolfi, Presidente onoraria M.C.E., commenta un articolo uscito su ‘La Stampa’, in cui l’organizzazione dell’aula con banchi componibili in vari modi e lavori di gruppo sembrano un’innovazione senza precedenti. Daria rileva come le tecniche Freinet prevedessero un’organizzazione cooperativa del lavoro già decenni or sono. Attività che allora non godevano di battage pubblicitario e spesso erano ostacolate.

L’articolo è aperto ai commenti.

 

“Un articolo del 2 ottobre sulla ‘Stampa’ mi ha offeso e indignato.

Nell’articolo si afferma che ‘la classe diventa liquida’ e che ‘sono i professori (sic!) a decidere quale sia la disposizione più efficace per insegnare. Con le file la lezione è frontale, i tavoli incoraggiano il lavoro di gruppo… sul lago d’Orta l’aula diventa un’agorà. Si studia nelle isole…’

Esperienze che nel M.C.E. si realizzavano già decenni fa. Sono entrata nel Movimento a metà degli anni ’60, e da quando ho conosciuto ed approfondito in modo cooperativo le tecniche Freinet, i banchi dell’aula in cui lavoravo, anche se non sagomati, erano disposti a gruppi, le ‘lezioni’ non erano frontali e ogni giornata iniziava con una conversazione ed una programmazione. L’intento pedagogico-didattico era chiaro ed era volto a dare autonomia di ricerca e di apprendimento agli alunni, che partecipavano all’organizzazione delle attività.

Da torinese un po’… permalosa, sono offesa ed indignata che proprio sulla ‘Stampa’, quotidiano di Torino, di livello nazionale, si presentino come nuove attività e scelte pedagogiche che in questa città si realizzano da molti anni e che hanno fatto scuola a tanti giovani maestri.

E’ doveroso conservare storia e memoria degli studi e delle esperienze realizzati all’interno del M.C.E., e non permettere che altri si presentino come innovatori oggi.

Daria Ridolfi 

Presidente onoraria del M.C.E.

Torino, ottobre 2015

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3 Responses

  1. Donatella Merlo ha detto:

    Mi sembra veramente incredibile che si possa far passare per innovazione ciò che è il modo di agire comune di moltissimi insegnanti, non solo MCE. Io ricordo che agli inizi della mia carriera spostare i banchi voleva dire essere rivoluzionari e dovevo combattere giorno per giorno con i colleghi, facevamo pure i doppi turni a scuola per cui ad ogni inizio di giornata dovevo spostare tutto. Ma ciò che mi preoccupa ancora di più è che ancora oggi sia un delitto farlo: moltissimi insegnanti che vogliono far lavorare a gruppi gli allievi continuano a scontrarsi con i colleghi per questo motivo, nonostante si blateri a destra e manca di cooperative learning. Il problema però è ben più ampio, non riguarda solo la forma e la disposizione dei banchi. Far lavorare a gruppi richiede competenze nell’organizzazione delle attività e un metodo di lavoro in cui parlare, confrontarsi, discutere sia naturale perché è il modo in cui si costruisce conoscenza. Quanti insegnanti lo ‘possono fare’ veramente con piena consapevolezza?

  2. Luisanna Ardu ha detto:

    Cara Daria,
    mi indigno con te! Son sarda e ugualmente permalosa.
    Sono entrata in ruolo nel 1982 e nel M.C.E. poco dopo; continuo a spostare i banchi e a non fare lezioni frontali come ho imparato dentro il Movimento. Grazie per la tua indignazione e testimonianza! Luisanna Ardu

  3. Donata ha detto:

    …la questione e’ che ci sono i fondi europei da usare e le varie impresucce “esperte in PON” fremono e premono affinche’ si senta l’esigenza dei loro mobili d’aula sagomati, con rotelline, dotati di tabet inseriti e quant’altro… Non e’ un fatto di innovazione, ne’ di vera considerazione per gli ambienti di apprendimento o di qualita’ della didattica…e’ semplicemente MERCATO.

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