8 marzo 2018, dolore e speranza

L’8 marzo è sempre una data importante per chi si impegna e lotta per i diritti delle donne, il progresso dell’Umanità, per un Mondo migliore, contro ingiustizie ed oppressioni; quest’anno un dolore ed una speranza.

Il dolore per il femminicidio di stato, il cui ricordo è naturalmente ancora vivo, dell’8 marzo 2017 in Guatemala con la morte di 41 ragazze arse vive (alcune che avevano fatto parte anche del Mojoca, il movimento dei giovani di strada del Guatemala (articolo sul Mojoca di C.E. n° 4/2016 pagg 60-64) in una Casa di Accoglienza che avrebbe dovuto proteggerle.

La speranza invece è per le numerose, compatte manifestazioni di donne (e uomini) che il movimento femminista, tornando a sfilare in occasione dello sciopero globale delle donne dell’otto marzo, ha lanciato in tutto il Mondo con gli slogan «Non una di meno» e “We Tooghether”; una delle più significative novità della socialità e della politica mondiale degli ultimi anni, in opposizione al capitalismo, razzismo, qualunquismo, fascismo, imperanti.

Il dolore

La mattina del 7 marzo 2017, a seguito di una protesta per denunciare gli abusi e le violenze subite in una «casa sicura» che le accoglieva, (casa di una rete di istituti in cui vengono internati i minori di età considerati «casi difficili»), 56 ragazze adolescenti venivano rinchiuse e lasciate bruciare vive nel rogo scoppiato nell’Hogar Seguro a Città del Guatemala.

In Guatemala i problemi sociali dei «casi difficili», bambini/e e adolescenti colpevoli di appartenere a famiglie povere o di aver subito violenza fisica, psicologica e sessuale, giovani abbandonati, piccoli vagabondi, bambini vittime di droga e della tratta umana, dello sfruttamento sessuale, commerciale, economico, del lavoro, vengono rinchiusi in alcuni Istituti, perché il motto è ciò che non si vuol vedere rinchiuderlo o eliminarlo (vedi gli squadroni della morte che di notte fanno “piazza pulita” di tutti quelli che incontrano per strada).

La mattina dell’8 marzo 2017, dopo oltre sei ore passate rinchiuse in un aula, Mimì accese il fuoco, alre ragazze fecero lo stesso: di fronte alla finestra, perché si vedesse. Bussarono alla porta, perché qualcuno la aprisse, non successe. La polizia impedì agli altri ragazzi internati di prestare ausilio e quando arrivarono le ambulanze ne ostacolò il passaggio. Quando aprirono la porta, 19 ragazze erano già morte, occorsero giorni per identificare i corpi, nell’angustia di genitori e famigliari, altre furono trasportate nei vari ospedali della città, dove alcune, poche, sopravvissero, mentre le altre morirono nei giorni seguenti per le bruciature. Furono 41. Una vera strage di Stato. (articolo di Gerard Lutte su il manifesto del 21 marzo 2017)

Ora dopo le ceneri e le lacrime, dopo un anno sono ancora senza risposta alcune domande: chi chiuse le ragazze nella stanza e impedì che potessero uscire? Chi le violentò e ne abusò? Chi negò loro condizioni umane e cibo?

Resta un processo in corso e diversi arrestati per omicidio colposo, inadempimento a doveri e maltrattamento di minorenni come un vice commissario e una vice ispettrice della Polizia Nazionale, la responsabile dell’aiuto all’infanzia e all’adolescenza della Procuratoria dei Diritti Umani.

Restano torture, violenze e violazioni e 41 bambine e ragazze scomparse, arse vive nel rogo. Rimangono le ceneri loro e di una nazione che ha subito 36 anni di guerra civile. Resta il genocidio del popolo indigeno Maya Ixil negli anni ‘80.

Rimangono più di 250 mila morti e 45 mila desaparecidos e i corpi di 41 ragazze uccise perché non erano ricche e non erano bianche, erano stanche di soprusi. Perché erano donne.

La speranza

Colore dell’8 marzo 2018 è stato il fucsia che ha distinto la marea di casalinghe, precarie, studentesse, professioniste, disoccupate e lavoratrici che in tutto il mondo ha manifestato (iniziativa iniziata lo scorso anno in Argentina), per l’opposizione a ogni forma di violenza o discriminazione di genere in sostegno al Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, programma in nove punti su diversi argomenti come disuguaglianze sul lavoro, educazione sessuale, affarismo e violenza sul corpo delle donne, ed altro ancora.

Si denunciano molestie sessuali sul lavoro, la grande disparità retributiva che danneggia le donne, soprattutto al Sud. Una laureata al Sud guadagna mediamente 300 € in meno rispetto a un uomo. È una realtà molto diffusa, frutto di un sistema. Perciò è occorsa una generalizzazione del movimento, un’idea che lo ha fatto “passare dalla denuncia individuale del #metoo alla forza collettiva del #wetoogether”.

C’è stata una riappropriazione dei temi, delle riflessioni, delle idealità proprie del femminismo storico rivisto con le “anime” di oggi; ce n’era proprio un grande bisogno in opposizione e contro al capitalismo, razzismo, qualunquismo, fascismo, imperanti. Ancora una volta forse la speranza viene dai Sud, dagli emarginati, dagli ultimi… dalle donne che hanno la straordinaria capacità di tenere uniti… come si può anche vedere in questo particolare e stimolante video con le voci delle donne de El coro de mujeres de la Fundación Entredós di Madrid https://www.youtube.com/watch?v=6954Dxq7aPE con una staffetta musicale che viene da lontano nel tempo e nello spazio, dalle mondine emiliane alle mujeres del coro.

In particolare, in Spagna lo sciopero generale femminista è diventato qualcosa di diverso da ogni altro sciopero, la «Huelga feminista» http://hacialahuelgafeminista.org, per un 8 marzo epocale, piazze piene; oltre 5 milioni di lavoratrici e lavoratori hanno incrociato le braccia, fanno sapere i due maggiori sindacati che hanno aderito.

A Madrid, a Bilbao, Barcellona, Vigo, Saragoza, le donne ballavano, lanciavano slogan e cantavano, nella stessa lingua delle ragazze guatemalteche arse vive un anno prima nel rogo dell’Hogar Seguro, un’altra sorta ideale di significativa staffetta; c’è speranza se questo accade…

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